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I maestri del sorriso

Antologia degli Umoristi italiani del Novecento. Leo Longanesi

«L'impetuoso P. pensa in camicia e scrive indossando lo smoking», annotò una volta sul suo raffinato e folgorante "Taccuino": un giudizio fra i tanti, come sempre netto e lapidario, che verosimilmente si riferiva al suo distinto amico Prezzolini, ma che altrettanto bene potrebbe ancora oggi attagliarsi al suo stesso modo di essere e di pensare.Una vignetta di Melanton

Leo Longanesi fu certamente una delle poche e autentiche "pietre miliari" nella cultura italiana della prima metà del Novecento. Il suo più completo ritratto resta probabilmente quello che Eugenio Montale tratteggiò su un'ormai introvabile plaquette uscita nel 1963 in tiratura limitata: «Autore di aforismi, e di pagine più che di volumi, polemista, editore di libri e di riviste che portavano il segno del suo gusto, pittore e caricaturista ricco di estro e di umore sinceri, egli era soprattutto un moralista che amava ardentemente l'Italia: quell'Italia che avrebbe voluto purgare dei tanti difetti, di cui, in qualche misura, neanche lui era esente...».

A questo illuminante profilo si dovrebbe forse aggiungere un'altra connotazione decisiva: che le sue idee correvano più delle parole. Da buon romagnolo (era nato nel 1905 a Bagnacavallo, Ravenna) Longanesi era infatti istintivo, irruente, entusiasta, rapido nel pensiero quanto nell'azione.

Questo suo energico temperamento gli permetterà di realizzare precocemente tutti i suoi ambiziosi progetti. Già da studente universitario a Bologna (dove la famiglia s'era intanto trasferita) crea tre diversi periodici, ed è appena ventenne quando dirige L'Assalto, destinato ad essere ben presto accantonato per fondare un altro e ben più prestigioso settimanale, L'Italiano, accolto con favore da artisti e intellettuali, che gli darà massimo lustro.

Seguiranno, fra Roma e Milano, le riviste Omnibus, Il Libraio, Il Selvaggio, e infine Il Borghese, con il quale realizzava il suo antico progetto di descrivere i molti vizi e le rare virtù dei propri connazionali. Il Borghese diventerà di fatto, fra il secondo dopoguerra e l'incipiente era del boom economico, un emblema rilevante di quell'italico costume, improvvisamente contagiato (e frastornato) dall'avvento della televisione e da un diffuso quanto chiassoso benessere.

Oltre a varie opere, diari, lettere, esercitazioni (e senza dimenticare le sue fiorite illustrazioni e caricature, spesso estemporanee ma di solido stile), questo vulcanico scrittore-editore-pittore-giornalista-umorista ci lascia soprattutto il sale e il pepe dei suoi caustici e sontuosi aforismi, scritti senza peli sulla penna. Eccone alcuni, diretti specialmente ai "gerenti" della cultura: «L'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto». «Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa». «L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati». «Il paradosso è il lusso delle persone di spirito; la verità è il luogo comune dei mediocri». E altri ancora, di varia umanità: «Un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione». «Massaia: una vita spesa a fare la spesa». «Gli Italiani? Dei buoni a nulla capaci di tutto». I quali, normalmente...: «Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa».

Non aveva un carattere facile. Era anzi piuttosto scontroso, e infilzava senza riguardi gli stessi amici allo spiedo dei suoi incontrollati malumori. Di Curzio Malaparte disse: «È così egocentrico che se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa, e a un funerale il morto». A sua difesa si erge la voce del poeta Raffaele Carrieri: «Longanesi si caricava e scaricava come una rivoltella a tamburo. Ma non è vero, come qualcuno ha scritto, che mangiava gli amici. Credo che non abbia mangiato nessuno all'infuori di se stesso...». In effetti, i pochi che potevano vantarsi di conoscerlo bene sostenevano che era un maniaco della perfezione e un moralista intransigente, che «perdonava a pochissimi, e quasi mai a se stesso».

Durante gli anni Cinquanta, nel già citato "Taccuino" (che i lettori dell'intellettualmente aristocratico Borghese amavano sopra ogni altra rubrica), sapeva con destrezza passare al setaccio (o meglio, alla graticola) tutti gli esponenti più in vista della politica, della cultura e della società-bene del tempo, con una perfidia schietta e sottile mai tuttavia disgiunta da una ineccepibile eleganza di pensiero.

Qualche sintomatico esempio, con un campionario che potrebbe anche essere dei giorni nostri. Iniziamo dal notista-copista: «Nell'articolo di G. sul Corriere della Sera sento l'eco di certi miei discorsi... G. crede in ciò che non pensa, legge soltanto quel che scrive, e scrive soltanto quel che sente dire». Proseguiamo con la dama saccente: «Per contribuire alla mia immortalità la signora A. mi consigliò di togliere una virgola al mio libro. Era la sola cosa che sarebbe passata ai posteri». E passiamo al neo-ricco affetto da inquieto strabismo: «Incontro S. all'albergo: "Guarda", mi dice, indicandomi la stola di visone della moglie. "Gliel'ho presa ieri, mi costa un patrimonio!". Con un occhio mi sbircia per gustare la mia invidia, e con l'altro guarda a terra, dalla vergogna». C'è anche un'altra dama che (forse) sa quel che vuole: «Vorrei qualcosa di diverso, ma che non fosse troppo diverso da quello che credo possa essere diverso». Una nuova conoscenza: «Mi hanno presentato R.: di classico, aveva soltanto il naso, e di romantico, soltanto le basette». E una conoscenza evidentemente vecchia: «Al solito, non gli usciva dalla testa che una fitta forfora di aggettivi».

Longanesi fu soprattutto un grande e appassionato ingegno, oltre che un romantico innovatore. Amava l'Ottocento, ma le sue idee lo proiettavano sempre oltre il futuro. Già nel 1933, in un editoriale sull'Italiano, scriveva: «Non credo che in Italia occorra servirsi di scenografi per costruire un film. Noi dovremmo mettere assieme pellicole senza artifizi, girate quanto più si può dal vero... Basterebbe portare le macchine da presa nelle vie, fermarsi in un punto qualsiasi e osservare quel che accade durante mezz'ora, con occhi attenti, per fare un bel film italiano naturale e logico».

Sapeva riconoscere i caratteri della gente, che sono poi i caratteri dell'umana commedia di sempre. Una volta annotò questa scenetta: «I villeggianti di un'amena località guardano il panorama con animo rapito. Una signora dice: "In cartolina, però, è più bello, si vede tutto a colori". Un signore: "Ma è a colori anche dal vero, non vede?". La signora: "Sì, ma in cartolina sono più forti!"».
Volendo rappresentare al meglio (o al peggio) un imprenditore arricchitosi senza troppi scrupoli, lo illustrò in tal guisa: «Portava un brillante al dito come uno sperone». E di un vanaglorioso infingardo scrisse: «Non faceva quelle cose che sognava di poter fare, per rimpiangere di non averle fatte». Mentre, di se stesso: «Non è che sono fuori moda io, è che sono troppo di moda gli altri». Per concludere con quest'ultima agrodolce o del tutto amara verità: «Gli amici cominciano a stimarci quando si accorgono che non faremo più carriera».

Colto da un infarto, morì a cinquantadue anni nel 1957. Al suo funerale erano in pochi, e fra questi Indro Montanelli, che racconta: «...Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: "E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici"».
Una frase che a Longanesi sarebbe di certo piaciuta moltissimo.

(7. continua)

Melanton