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Da anni giravo intorno ad un viaggio
in Mali. Un luogo dove le capanne, le case e persino le altissime
moschee sono costruite di fango non può essere che speciale. Un
luogo dove non soltanto il legno è raro, ma addirittura le pietre.
Un luogo dove l'idea di andare è già parte del viaggio: strade
polverose interminabili, traghetti per varcare la porta di accesso
di mitiche città, rocce che nascondono villaggi insospettabili. Il
Mali è tutto questo. Ma anche un concentrato di quella "africanità"
che vaga nel nostro immaginario da sempre. Mercati bellissimi dove
si vende di tutto e dove tutto è ordinato in un caotico vociare.
Donne che pestano ininterrottamente il miglio nei mortai di legno.
La vita lungo le sponde del Niger. I pescatori che gettano le reti
e che poi le fanno saltare per recuperare pesci piccolissimi.
Pinasse cariche di merci in bilico sul fiume dorato, la
sera.
Basta arrivare a Djennè per averne una conferma. E, se è possibile,
arrivarci di lunedì. Per raggiungere la città bisogna traghettare
l'auto, il bus, ma anche il cavallo o il carretto trainato dagli
asini, sul fiume Bani. Questo passaggio è ininterrotto il lunedì,
giorno di mercato. Qui il termine mercato è abbastanza riduttivo:
si vende e si compra, ma si va anche a vedere la futura sposa, a
mostrare a tutti quanto è grassa la prima moglie - e quindi quanto
la si tratti bene -, a scambiare rapporti sociali. Sei in piazza, e
subito in un altro secolo. Le mille merci esposte, le donne con i
vestiti più belli, i volti di diverse etnie sono ai piedi
dell'imponente moschea. Alta, maestosa, intimorisce sapere che è di
fango e che la struttura originaria risale all'XI secolo. La più
alta costruzione di fango del mondo. Architettura sudanese: fango
impastato su dei tralicci di legno le cui estremità sono visibili
all'esterno, lasciate per effettuare con più facilità il restauro
ogni anno dopo le grandi piogge. Il colore dei castelli di sabbia,
ma con una fragilità di fatto solo apparente.
Anche le case di Djennè sono almeno di due piani e, come in molte
del Mali, nelle calde notti stellate è piacevole dormire sul tetto
tra le erbe e le arachidi messe a seccare. Ma è tra i vicoli gialli
di sabbia che si scopre meglio la città. Gli uomini indossano
lunghe tuniche bianche o azzurre e parlano appoggiandosi alle porte
aperte delle loro case. Le donne sfilano in un andirivieni legato
all'acqua da prendere alle fontane. All'imbarcadero si ritrova la
più varia umanità al tramonto, quando tutti ritornano ai loro
villaggi con i carretti scarichi delle loro merci. Tutti si
affrettano: la notte, quando arriva, qui è buia, con i pochi
generatori che forniscono energia per qualche fioca
luce.
PER LE STRADE DI MOPTI. Un mercato del tutto
speciale è a Mopti. Qui è l'odorato ad avere un forte impatto sugli
altri sensi. Ovunque ti volti c'è pesce secco pronto per essere
comprato e venduto. Intere cataste di pesce, impilate in cartoni
altissimi che arriveranno in pinassa fino alle regioni più remote
del Paese oppure esportate in Guinea. La chiamano "la Venezia del
Mali" ma, con tutto il rispetto, non si coglie il paragone. Qui è
il porto il punto cruciale di scambio. Le pinasse si accalcano una
stretta all'altra e caricano il pesce appesantendo la barca fino
all'inverosimile. Altre scaricano lastre di sale che vengono
vendute a forma di mattonella oppure triturate grossolanamente. Ci
sono mosche ovunque, ricoprono interi pezzi di carne e ogni
superficie ferma per più di due secondi. In questo "girone"
infernale c'è chi riesce anche a dormire. Un uomo tra le bilance
del pesce dei venditori urlanti. Un bimbo di pochi giorni tra le
braccia della mamma che intanto frigge, pesce naturalmente.
Ma eccoci vicino al fiume, nel girone del girone: l'officina delle
pinasse. Queste imbarcazioni sono ancora fatte totalmente in
maniera artigianale. Dai chiodi, battuti dai fabbri uno ad uno,
alle tavole enormi, levigate intere, che le compongono. Difficile
concentrare l'attenzione su una sola cosa. Tutto meraviglia e
stupisce: le decine di operai allineati che battono sull'incudine
il pezzetto di ferro infuocato accanto alla piccola teiera di
smalto colorato per il thè, sempre sulla brace; i bambini che vanno
da un punto all'altro del capannone aperto a prendere qualcosa agli
adulti; i portatori che caricano le imbarcazioni poco più in là,
sotto il sole. Punto di osservazione privilegiato di questo
microcosmo è il bar Bozo. Tutti lo conoscono: è una piattaforma
recintata che si affaccia discretamente su questo mondo. Costruito
da un architetto italiano, Fabrizio Carola, è un posto stranissimo,
che sembra essere atterrato nel bel mezzo del mercato direttamente
da Marte.
VILLAGGI DI PESCATORI. Uscendo in pinassa da
Mopti, subito si fa silenzio. I villaggi Bozo si diradano lungo le
sponde. I Bozo sono pescatori nomadi: si spostano in piroga alla
ricerca di buone zone di pesce e così "trasportano" anche le loro
case. Non è raro trovare pinasse con sopra di tutto: un gregge di
pecore, due asinelli, qualche bicicletta... I Bozo sono una delle
tante etnie del Mali. Dopo qualche giorno basta soffermarsi sui
volti e si riesce a distinguerli, ad esempio, dai Dogon. Moltissime
anche le lingue locali, ed una comune per tutti, eredità del
colonialismo: il francese.
In un villaggio dal quale si accede solo dalle sponde del Niger c'è
un gran fermento: stasera ci sarà un matrimonio. La sposa è tutta
coperta, seduta in un angolo, consolata per mano da un amico. È
tristissima, o almeno così appare. I matrimoni in Mali sono
combinati e la prima moglie di solito la sceglie la famiglia dello
sposo, alle altre ci penserà il marito stesso. Le spose sono molto
giovani e di solito basta offrire un granaio bello pieno,
soprattutto tra i Dogon, per ottenerne la mano. Ma anche qui le
cose stanno cambiando in direzione consumistica. Le donne "di
città" non si accontentano più di un granaio, piuttosto di una
macchina e della tivvù. I costumi evolvono, insomma, anche se forse
non esattamente nel modo più giusto.
FUORI DAL TEMPO. Timbuctu è un luogo fuori dal
tempo, da leggere a ritroso nel tempo. Una donna tuaregh di nome
Buctù (che in lingua tamachek vuol dire "madre dal grosso
ombelico") organizzò l'insediamento poco dopo l'anno Mille e, da
semplice villaggio, Timbuctu divenne una grande città: ponte tra
Africa occidentale e Mediterraneo. Oro, avorio e schiavi venivano
scambiati con il sale e ancora oggi essa è città di passaggio per
le carovane di cammelli che trasportano sale. Le case sono
costruite con una pietra calcarea chiamata al horr, talvolta di
argilla color ocra-rosso, dura non meno del calcare. Gli
spessissimi muri isolano perfettamente dal calore. Le finestre sono
piccole per assicurare una ventilazione naturale. Tutte le case di
Timbuctu hanno una corte interna e un tetto-terrazza. Anche qui si
può dormire all'aperto sotto il cielo stellato.
È bello ritrovare valori appartenenti al passato: il sapere si
trasmette di padre in figlio. E anche le case. Ogni famiglia a
Timbuctu ha il suo muratore accreditato che costruisce, restaura,
tiene in ordine la casa di famiglia. L'esempio per tutti da imitare
è lo stile della grande moschea. Bella, color terra, altissima. Un
altro tesoro di Timbuctu sono i manoscritti. È incredibile che in
un intero Paese che alla prima occhiata definiremmo "povero" ci
siano biblioteche ovunque. Ma quella di Timbuctu, "Ahmed Baba",
raccoglie manoscritti di valore inestimabile: da quelli di Avicenna
ai trattati di astronomia decorati in oro zecchino; testi in lingua
araba, belli come disegni, e testi in qualcuna delle lingue locali
ancora parlate. Questa arte dello scrivere a Timbuctu è vicina a
quella dell'arrotare una lama di ferro, di conciare una pelle. Un
gesto naturale dell'uomo, che fa parte della sua persona. Ci sono
ancora veri e propri amanuensi, che nel XXI secolo copiano i libri
a mano. Uomini i cui occhi sono avvolti da teli blu e
azzurro.
Anche a Timbuctu si arriva dopo una strada polverosa,
interminabile. Poi un battello che attraversa il Niger. Sembra così
che ci sia il tempo di riflettere su dove si sta andando: un luogo
surreale.
NASCOSTI DALLA ROCCIA. Allontanandosi da
Timbuctu, il paesaggio cambia di nuovo. La terra rossa della strada
fa da tappeto a blocchi di granito dall'aspetto dolomitico. La
"Mano di Fatima" è uno di questi: domina il villaggio di Hombori.
Si ripete una storia già vista in tanti altri paesi: i progetti di
sviluppo e solidarietà ci sono e veramente fanno la differenza,
finché funzionano, però. Il villaggio è quasi nascosto dietro la
roccia, incastonato in un punto invisibile dalla strada. I vicoli
di terra sono stretti, quasi labirintici, per evitare l'arrivo di
ospiti inaspettati. Ma l'acqua è stata trovata sulla strada,
svariati metri più in basso del villaggio, ed il pozzo, finanziato,
era fornito di una pompa per portarla fino alla parte alta. Poi la
pompa si è rotta ed il pozzo è rimasto lì, in basso. Le donne
arrancano con pesi fuori misura su per la montagna, avanti e
indietro, per qualche secchio di indispensabile acqua.
Ad Hombori il legno non esiste. Una porta sacra che riesce ad
isolare parte del villaggio è stata scambiata per cinque schiavi.
Racconti di altri tempi, ma non sembrano poi così lontani, visti da
qui.
La roccia prosegue. Tutta la strada di sabbia per arrivare ai Dogon
costeggia l'enorme falesia di Bandiagara, alta più di 400 metri,
per chilometri e chilometri. I villaggi Dogon azzerano il viaggio:
tutto è diverso, nuovo, straordinario. I villaggi si susseguono e
inizialmente noto solo quelli visibili dalla strada. Ma poi la
vista si aguzza: i villaggi sono ovunque, arrampicati sulla roccia!
Anzi, tra una roccia e l'altra, come tante piccole tane di animali.
Si mimetizzano perché tutto è ocra, perfettamente integrato nel
paesaggio. Hanno tutti la stessa struttura. Partono dal togu-nà,
punto di ritrovo per gli uomini anziani. È una struttura aperta,
con le colonne portanti fatte di legno intagliato con figure
mitiche bellissime. Una sorta di libro aperto con la storia del
villaggio esposta. A copertura ci sono le stoppie del miglio, in
gran quantità, per isolarlo dal calore. Qui gli anziani stanno
tutto il giorno e qui si risolvono le questioni che vanno discusse.
Seduti, però: il togu-nà è basso appositamente, così che chiunque
perda la pazienza e si alzi all'improvviso batta una sonora testata
sulle travi del soffitto!
Dal togu-nà segue tutto il resto del villaggio. Case di fango prive
di finestre con vicino i granai. Sollevati da terra per evitare le
inondazioni e le termiti, i granai sono salvadanai di miglio, anche
per la loro forma. Come copertura hanno strani coni di paglia, che
somigliano ai cappelli dei maghi.
E in effetti i villaggi Dogon emanano magia. Forse anche per
l'animismo che qui non è riuscito a sparire neanche con l'influenza
islamica, per i feticci che vengono nascosti da secoli nei granai
più in alto, segretissimi. Per la strada che si deve percorrere a
piedi per raggiungerli: non sentieri, ma vere e proprie piste tra
le rocce, con qualche scala ricavata da un tronco di albero per i
passaggi più difficili. È un paesaggio verticale, e bisogna salire
fino alla sommità della falesia per poterlo ammirare. Dall'alto di
essa il vento porta i rumori dei villaggi, soprattutto l'incessante
battere dei bastoni nel mortaio per pestare il miglio.
Qui nei villaggi i telai di legno sono abilmente azionati dai piedi
di uomini che fumano la pipa; le porticine intagliate dei granai
sono diventate souvenir per i turisti; il walasi, gioco
tradizionale in gran parte dell'Africa nera, con pedine di semi
verdi, si gioca all'ombra nelle ore in cui è necessario ripararsi
dalla calura.
saluti e cerimoniALI. Ma saprete di essere proprio in un villaggio
Dogon dal saluto. È un rito affascinante. Chi arriva pronuncia una
formula che corrisponde al nostro: «Ciao, come va?». La risposta è
sempre: «Bene». Quindi si chiedono informazioni su tutti: padre,
madre, fratelli, cognate; e poi capra, galline, asini… Il rito del
saluto può durare vari minuti, in cui la risposta è ancora «Sewo»,
«Bene», con un botta e risposta incalzante tra i due. E questo per
tutte le persone incontrate! Dopo la cerimonia, i fatti: solo ora
il nuovo arrivato saprà se nel villaggio c'è stato un lutto o una
malattia.
Il viaggio per me finisce qui, nella terra dei Dogon, con la Danza
delle Maschere. È stata preparata per noi, i soli tre turisti nel
villaggio di Irelly. Forse non è una cerimonia "genuina", ma mi
aspettavo giusto qualche figurante in maschera, non certo una danza
travolgente con oltre cento personaggi. Gli animali della brousse
rappresentati, le paure da esorcizzare con maschere terrificanti o
altissime; gli anziani che accompagnano con la voce i movimenti
concitati e il battere dei tamburi. Qualcosa di più di uno
spettacolo: il saluto più bello che il Mali ci potesse
regalare.
Il terrore, tornando a casa, è che tutto questo possa durare ancora
per poco. Leggo infatti sull'aereo: "Bamako. Il 2009 è stata
un'annata record per i due operatori di telefonia mobile sul
mercato del Mali...". Io spero che non sia così, che il "progresso"
sia da ricercare in altre realtà. Ma per ora: grazie, Mali, per le
tante emozioni. |