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Cose turche, anzi false

Droga e capi d'abbigliamento contraffatti, rigorosamente firmati. Questi gli "articoli" in cui era specializzata l'organizzazione sventata dai carabinieri del Comando Provinciale di Varese nell'ambito dell'operazione "Murat". Un'attività investigativa complessa, quella avviata dai militari nel settembre 2008 in seguito al fermo di un cittadino albanese trovato in possesso di un chilo e mezzo di cocaina in ovuli e panetti. A partire da quell'arresto, infatti, i carabinieri hanno scoperto non solo un'organizzazione italiana dedita allo spaccio di droga nei territori a cavallo tra le province di Varese e Como, ma anche il legame tra questa - in particolare tra uno degli indagati, che avrebbe coordinato anche lo spaccio di droga - e un fiorente commercio di capi contraffatti che, provenienti dalla Turchia e passando per la Romania e i Balcani, arrivavano sui banchi dei negozi italiani muniti di targhette firmate Gucci e Monclair, Fred Perry e Dolce&Gabbana.

Efficiente e collaudato, il modus operandi della banda: se per lo spaccio di droga i malviventi avrebbero infatti avuto l'accortezza di usare parole in codice - anche se espressioni come "bancali", "tre latte piccoline da 15 litri" e "quella tua tuta bianca" sono ormai fin troppo abusate nel gergo degli spacciatori per poter ingannare i militari dell'Arma - e di ricorrere spesso agli stessi acquirenti per porre in essere l'attività di vendita "al dettaglio", per quanto riguarda il traffico di capi contraffatti avrebbero messo in piedi una vera e propria catena di montaggio, con compiti e ruoli ben definiti.

C'era chi portava in Turchia i capi di abbigliamento (veri) da duplicare o inviava cataloghi e foto da cui trarre "ispirazione", chi pensava alla realizzazione dei falsi, chi al loro trasporto verso l'Italia. Se il prodotto finito soddisfaceva le aspettative dei committenti - cosa che non accadeva sempre -, ne venivano ordinate ingenti quantità, con ordini di decine di migliaia di euro, poi rivenduti a una rete di negozi distribuiti tra la Lombardia e la Svizzera, che a loro volta li mettevano in vendita come capi scontati. Dodici i decreti di perquisizione e sei le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip per gli indagati, a carico dei quali pesano indizi pesanti: come gli oltre 3mila capi contraffatti rinvenuti nell'abitazione di uno di loro, insieme a macchine etichettatrici e a numerose targhette di case di moda nazionali ed estere.

I carabinieri di Varese hanno sequestrato inoltre 10mila euro in contanti, provento delle attività delittuose, e 100 grammi di hashish. Il denaro era in possesso di un trentenne varesino che, oltre che di spaccio di droga, è accusato anche di estorsione: per ottenere il saldo di un debito da un suo cliente acquirente di droga, infatti, l'uomo sarebbe ricorso a minacce fisiche e persino a richieste di favori sessuali da parte di alcune amiche del debitore.