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Prove tecniche di futuro

Tra segnali di ripresa e nuovi modelli di sviluppo, il mondo sembra avviarsi verso un domani finalmente più roseo, all'insegna del progresso scientifico, della Green Economy e della comunicazione globale

Dopo il G20 di Pittsburgh l'economia globale sembra essersi finalmente lasciata dietro le spalle la lunga recessione. I danni provocati dallo tsunami dei cosiddetti "derivati finanziari", tuttavia, stanno ad indicare, non solo sul fronte delle imprese ma anche su quello dello stesso mercato del lavoro, che il "vulcano" non è ancora completamente spento e che, per una ripresa a pieno ritmo del sistema, c'è ancora da lavorare. Nonostante le economie occidentali siano riuscite, infatti, a riemergere e la Banca Centrale Europea abbia annunciato che è stata «evitata la depressione», il Presidente della Bce Trichet ha ammonito che «rischi di una ripresa con disoccupazione» restano elevati.Wall Street - sede della Borsa newyorchese

dopo la tempesta. Anche se non basta a consolarci, il problema riguarda ormai tutto il Pianeta. Il mito di un "turbocapitalismo" privo di freni o di adeguati controlli, in grado di riversare le sue messi abbondanti sul Pianeta, ha subìto una sonora sconfitta. Anche i numeri che ritraggono il mutato equilibrio tra clima ed ambiente, oggetto dell'Accordo di Kyoto come anche dei vari G2 o G7, stanno ad indicare che occorre cambiare marcia. Perfino una locomotiva mondiale come la Cina, nonostante la forte ripresa economica (con una crescita del Pil del 7,1%), ha visto milioni di lavoratori costretti a far ritorno da Pechino e dalle altre megalopoli alle campagne, con effetti non ancora esattamente quantificabili. A leccarsi tuttavia le ferite sono soprattutto i Paesi benestanti che, anche se hanno il privilegio di non godere di un lavoro a bassissimo costo o dell'assenza totale di scioperi, come in Cina (Paese concorrente su tutti i fronti produttivi), si ritrovano ad avere ben il 10% della forza lavoro disoccupata. L'arida freddezza delle cifre (se gli Stati Uniti hanno perso, in meno di tre anni, 7,3 milioni di posti di lavoro, l'Euroarea, cioè i 16 Paesi che ne fanno parte, oltre 4), non basta tuttavia a spiegare tutte le questioni che, all'alba del XXI secolo, sembrano già proiettarsi sugli scenari dei prossimi anni.

I fattori geopolitici. Se gli effetti della tempesta finanziaria sembrano destinati, secondo gli esperti, a farci compagnia ancora nel 2010, è altrettanto certo che a dominare gli scenari futuri del Pianeta nei prossimi anni saranno, insieme ai fattori economici, anche quelli geopolitici. Fattori sui quali sono accesi tutti i giorni i riflettori dei media e che, solo per restare nell'ambito dell'economia internazionale, vedono emergere ancora una volta il conflitto sempre più forte per le materie prime, accompagnato dall'emergenza energetica per il gas-petrolio, che riguarda non solo l'Occidente, ma anche Paesi emergenti "affamati" di energia come Cina e India. Basti pensare che dagli anni Settanta ad oggi il consumo mondiale di energia è raddoppiato da 6 a 12 miliardi equivalenti di petrolio; con l'oro nero che rappresenta la principale fonte energetica globale (anche se scesa al 30% dal 46,1 del '73), il consumo del gas che ha subìto un'impennata del 157%, quello del carbone aumentato del 112% mentre le fonti rinnovabili (energia idrica, eolica, solare, geotermica e biomasse), sulle quali sono ancora accese le speranze del futuro, rappresentano un contributo notevolmente inferiore rispetto alle fonti tradizionali (12,5% nel '73, 12,7% nel 2007).
Alla guerra in corso per le risorse energetiche si aggiunge quella, non meno fondamentale, per i beni alimentari. Una battaglia combattuta non solo alla Borsa di Chicago per l'acquisto massiccio di materie agricole, ma estesa oggi anche all'acquisizione di intere aree geografiche dai Paesi economicamente più deboli dell'Africa o del Sud America e destinate alla produzione di colture intensive. Senza parlare, per restare ai fattori geoeconomici, della ripresa della corsa all'oro dopo il crollo delle Borse mondiali, di quella per il titanio (vedi nucleare), per gli approvvigionamenti idrici (leggi: acqua), e così via.
Al "rally" per le materie prime devono aggiungersi poi i fattori geopolitici primari, riguardo ai quali non è esagerato affermare che appaiono destinati ad entrare nella Storia del prossimo decennio: dai contrasti interetnici o religiosi alle battaglie silenziose ma non meno "strategiche" sui fattori demografici in Medio Oriente o nella stessa Cina, fino al capitolo relativo al terrorismo internazionale.

segnali di speranza. C'è anche del "rosa", però, nel futuro dell'economia mondiale.
A far da contraltare alle sfide che attendono il Pianeta, sono infatti i traguardi eccezionali raggiunti dalla ricerca scientifica (basti pensare solo al Nobel assegnato ai tre genetisti americani Jack Szastak, leader incontrastato delle genetica, Elisabeth Blackburn e Carol Greider per aver scoperto l'enzima dell'immortalità nel dna umano), da quella tecnologica con lo sviluppo delle telecomunicazioni, dalla medicina con il progressivo allungamento della vita. Un vivere più a lungo che si tramuta sempre più spesso in un voler vivere meglio, in un riscoprire la cura di sé (leggi: fitness/wellness), in un porre maggiore attenzione ai bisogni del corpo e dello spirito, ritrovando anche la voglia di divertirsi e di viaggiare, grazie alla diffusione dei low-cost.
Per non parlare dei benefici dell'innovazione tecnologica promessi dalla Green Economy al posto della superata New Economy. Una "rivoluzione", quest'ultima, destinata a combattere la povertà anche nei Paesi più sfortunati dell'Africa. Il passaggio epocale dall'economia di finanza (o "di fumo"), che ha finito con il mettere in crisi l'intero Pianeta, alla Green Economy o ad un sistema che recuperi i valori fondamentali della società, potrebbe davvero rivelarsi in grado di aprire nuove frontiere all'Umanità. Non è un caso che, dopo il crack della Lehman Brothers (che ha finito col mettere sotto accusa le teorie più estreme della Scuola di Chicago), sia stata scelta infatti Pittsburgh come sede del G20.
La città della Pennsylvania, data per spacciata dopo l'esodo delle industrie sconfitte dalla globalizzazione degli anni Ottanta, è riuscita a risorgere infatti grazie all'high-tech, alle biotecnologie, all'energia rinnovabile. E una delle più grandi sfide del XXI secolo, come è testimoniato dai cambiamenti straordinari in atto nel settore dell'industria automobilistica, si giocherà proprio sull'energia pulita. «Un settore tecnologicamente avanzato», rilevano concordi tutti gli istituti di ricerca, dall'Enea al Cnr, dall'Eurispes al Censis, «ma soprattutto lucroso, dal quale dipenderà il benessere dell'economia mondiale e degli stessi abitanti della Terra».

Il mondo nella rete. Un'altra sfida fondamentale per il nostro mondo, tuttavia, è la rivoluzione in atto nelle telecomunicazioni. Un esempio clamoroso della posta in gioco sul piano delle relazioni internazionali è nel fatto che Paesi come Stati Uniti e Cina hanno posto quale argomento centrale al summit di Copenaghen non il capitolo relativo ai diritti umani o alle controversie commerciali, ma proprio quello delle telecomunicazioni, insieme a quello dei cambiamenti climatici. Un tema decisivo, se è vero che grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni sarà possibile realizzare quella rivoluzione copernicana annunciata dal Premio Pulitzer Thomas Friedman nel best-seller The world is flat, nel quale il famoso editorialista del New York Times ha individuato i princìpi che hanno favorito, nel XX secolo, l'emancipazione degli esseri umani e il loro grado di interconnessione.
Tra i fattori determinanti questa rivoluzione (iniziata dal nostro più grande scienziato, Guglielmo Marconi, di cui ricorre quest'anno il centenario), Friedman individuava proprio la nascita di Internet e lo sviluppo dei tools, strumenti di comunicazione in Rete. «Dalla nascita di Myspace e Facebook allo sviluppo di YouTube e Flickr», sottolinea l'Eurispes nella sua ultima ricerca, «la multimedialità è diventata parte integrante dell'azione sociale e per alcuni ne è il motore primario». Le cifre di Facebook parlano chiaro: il primo social network ha toccato 350 milioni di utenti nel 2009 (di cui 13,5 milioni in Italia), con una quota di mercato del 58,6% ed una crescita del 194% nei soli Stati Uniti. Il futuro dell'informazione, perciò, è già iniziato: tra critici che stigmatizzano la fine della privacy chiedendo la liberazione dai social networks e dalle patologie del sistema (per esempio pornografia e fenomeni eversivi legati al terrorismo) e apologeti del libero scambio di informazioni e dell'amicizia on-line.
Come per tutti gli "strumenti", insomma, ci sarà molto da discutere. Quello che appare certo è che nel 2030 tutti, eccetto i più poveri, saranno connessi, in qualsiasi luogo del mondo, a tutte le reti di informazione attraverso infrastrutture ad alta velocità, mobili e fisse. «Internet», avverte ancora il Rapporto Eurispes, «sarà dunque il luogo della solitudine fisica ma non sociale, la piattaforma di una nuova socialità mutevole, dinamica, pronta a costruire e ad abbattere, a creare e a distruggere».

Guglielmo Quagliarotti