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Ettore Petrolini, un attore nato dalla piazza

Il popolare sceneggiatore ricorda l'interprete e drammaturgo romano: un artista colto, poliedrico e originale, che con la sua fine ironia e il suo velato cinismo ha lasciato un segno nella cultura novecentesca

Ritratto di Ettore Petrolini Mio padre, quando ero piccolo, mi parlava spesso di Ettore Petrolini. Era il suo idolo. Mi diceva che Petrolini lo aveva fatto ridere fino alle lacrime. Lo considerava il più grande attore italiano. Per lui, come si dice oggi, Petrolini era mitico. Petrolini era nato a Roma nel 1884. Figlio di un fabbro ferraio di Ronciglione e nipote di un falegname di via Giulia e quindi "popolano del miglior lignaggio", frequentò fin da ragazzo i teatrini romani, improvvisandosi attore per divertimento. L'ambiente dei baracconi di piazza Pepe, dove fece le sue prime esperienze artistiche, è quello descritto più tardi nella sua commedia Il padiglione delle meraviglie: personaggi curiosi e pittoreschi, imbonitori, finti selvaggi e fenomeni d'ogni genere.

Scrisse a proposito della sua gavetta: «Io provengo, e lo dico con orgoglio, da una piazza di pubblici spettacoli: piazza Guglielmo Pepe. E da lì nei piccoli caffè-concerto, dove in fondo a quei bottegoni c'era sempre un palcoscenico arrangiato alla meglio: poche tavole, molti chiodi, e quattro quinte, fondale di carta, con quasi sempre dipinto il Vesuvio (in eruzione, naturalmente). Ed ecco l'elenco artistico: prima esce lei, poi esce lui, poi escono tutti e due insieme, ricomincia lei... e così via di seguito fino a mezzanotte: il tutto intercalato da uno sminfarolo al pianoforte».

Nel 1903 debuttò come chansonnier e macchiettista. Poi emigrò per qualche anno in Sud America. Tornò in Italia, costituì una propria compagnia e nel 1918 debuttò trionfalmente con il suo Nerone. In breve tempo Petrolini diventò l'attore-autore più amato dagli italiani. Nel 1931 scrisse Chicchignola. Nel 1934 partì per un tour europeo che sancì la sua consacrazione. Morì nel giugno del 1936.

Oltre ai suoi testi teatrali, da Romani de Roma a Gastone, Petrolini ci ha lasciato dei libri di memorie e raccolte di scritti, come Modestia a parte e il postumo Al mio pubblico. Volumi fitti di battute, di annotazioni, che sprizzano intelligenza ed incredibile senso dell'umorismo. L'inventore di Salamini, geniale personaggio costruito sulla stupidità, di Giggi er bullo, Fortunello o Sor Capanna, ci accompagna con le sue freddure, i suoi colmi, i suoi strampalati e coltissimi calembours, nel panorama letterario di un Italietta provinciale, codina e conformista. Oggi, rileggendo il suo percorso letterario, capisco perché mio padre lo avesse scelto come idolo: perché era uno di quei romani come "non ne fanno più...".

Scriveva, a proposito dell'arte della recitazione: «Sono tanto contento che non mi abbia insegnato nessuno a recitare. Così, non sapendo recitare, recito benissimo». Io che lavoro spesso con attori presuntuosi, che si definiscono stanislavskijani ma in realtà sono solo cani, sottoscrivo la battuta con fervido entusiasmo. E a proposito delle sue letture, Petrolini annotava: «Sì, leggo anche dei libri, molti libri: ma ci imparo meno che dalla vita. Un solo libro mi ha insegnato molto: il vocabolario». Anche qui c'è materia per far riflettere molti finti intellettuali.

Era caustico, Petrolini. Forse un po' cinico. Conosceva bene gli uomini: «Sono un appassionato collezionista d'irriconoscenza. Ne ho gli scaffali pieni. E continuo a collezionarla». Era sicuro di sé: «Sono nato ricco, perciò ho sofferto molto: perché non ho avuto il piacere di divertirmi a costruire una fortuna. Già, sono nato ricco in testa». E aggiungeva, con il suo tipico romanesco-petroliniano: «Cerca bene dentro ar cervello e vedrai che dindarolo ce trovi: vederai!». Poi ammetteva candidamente di amare il denaro: «Stimo li quattrini né più né meno de quello che valeno: li quattrini so' boni servitori e cattivi padroni».

Detestava i critici: «Esiste l'attore Iradiddio, ma esiste anche il critico Dioceneliberi. E così so' diventato il critico del critico. Se ci sono attori cani, esistono critici della medesima razza. Solo che l'attore cane è innocuo: abbaia ma non mozzica. Mentre il critico cane è pericoloso perché, oltre ad abbaiare, morde».

Ma era soprattutto un fine umorista, Petrolini. Tornando da un viaggio in Egitto, annota: «La cosa che mi meraviglia degli egiziani è che hanno aspettato tanti secoli per farsi vedere da me, come me li ero immaginati». Un giorno, un giornalista sudamericano gli chiese: «Petrolini, quali sono i nomi che preferisce?». Ed il sor Ettore rispose: «Quelli delle persone alle quali ho voluto bene». Eh sì, aveva ragione papà: Petrolini era mitico.
Enrico Vanzina