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Luglio >
SPECIALE
Figli di un Do
minore
Si chiamano Deaf Drums Road e sono una
band di venticinque ragazzi non udenti: non sentono la musica, ma
la fanno. Con tamburi e batterie. Accade al Convitto per sordi di
Roma
Il loro repertorio spazia dai Queen a
Jovanotti, passando per Beethoven, il jazz, la musica folk e la
canzone napoletana. Note e partiture che loro non possono sentire,
ma di cui possono avvertire il ritmo, la suddivisione del tempo in
forme e misure variabili, l'alternarsi non sempre regolare del
suono e della sua assenza. E soprattutto possono riprodurre. Con
strumenti a percussione, per lo più, perché con essi è facile
comprendere l'affinità che la musica ha con i gesti, i movimenti
più naturali connessi al vivere umano: il respiro, il battito del
cuore, il camminare.
Di chi parliamo? Ovviamente dei Deaf Drums Road
(letteralmente: "Tamburi sordi di strada"), un gruppo di
percussionisti non udenti messo insieme dagli allievi del Convitto
per sordi di Roma. Un esperimento unico nel suo genere, realizzato
grazie al coraggio e all'intraprendenza di una scuola anch'essa
d'eccezione, il Convitto appunto, la quale negli ultimi anni si è
impegnata a rilanciare se stessa nonostante le innumerevoli
difficoltà - amministrative, finanziare, logistiche, educative,
persino culturali. Un istituto che fino al 2003 non superava la
dozzina di allievi e che oggi si fa forte di sessantanove ospiti
provenienti da ogni parte d'Italia, uniti e affiatati come
fratelli. Oltre che di iniziative come quella dei Deaf Drums
Road, che hanno portato il nome dell'istituto sulle pagine dei
giornali e i ragazzi del gruppo a calcare diversi palchi,
riscuotendo applausi fatti da mani vibranti sollevate al cielo,
come si usa nel linguaggio dei non udenti.
Chi abbia avuto l'occasione di vederli esibirsi, ad esempio, sul
palco allestito in Piazza Vittorio, a Roma, per il Global Junior
Challenge 2009, ne avrà compreso il motivo. In quel luogo simbolo
della Capitale, laboratorio di integrazione e dialogo tra culture e
identità, i venticinque ragazzi guidati dal Maestro Sergio Quarta
hanno dimostrato a se stessi e al mondo che la propria diversità
presunta non impedisce loro di avere una vita in tutto e per tutto
simile a quella dei cosiddetti "normodotati", e che anche loro
possono esprimere quel che hanno dentro non solo attraverso una
lingua speciale, affascinante alfabeto di gesti che mimano con
metaforica efficacia concetti che noi ci affanniamo rumorosamente a
descrivere con vocali e consonanti, ma anche attraverso altri
idiomi, a cominciare da quello più universale di tutti: la musica,
appunto.
Ed eccolo, ci spiega il Rettore Rosella Puzzuoli, il senso di
quest'esperimento coraggioso nato all'estrema periferia romana, tra
caseggiati popolari e prati verdi che rimandano a quelli della via
Gluck cantata da Celentano: «I ragazzi che frequentano la nostra
scuola soffrono di un deficit fisico, ma tale condizione non li
rende così diversi da tutti i loro coetanei. Ognuno di essi
nasconde in sé un talento, un'eccellenza che lo rende unico, e che
aspettano solo di essere riconosciuti ed espressi. Il progetto dei
Deaf Drums Road è servito a questo: a tirar fuori, in un
processo simile a quella maieutica con cui Socrate faceva emergere
la sapienza dei suoi interlocutori attraverso il dialogo, il
talento che era in ognuno di loro. Non è solo e non tanto un
discorso di integrazione dei sordi con la società dei normodotati -
che pure è un elemento importante dell'iniziativa -, quanto un
discorso di rafforzamento della propria identità. Riconoscendo e
valorizzando le loro capacità, i ragazzi imparano a rispettare se
stessi, a non cadere nella trappola del senso di inferiorità, a
considerarsi come esseri umani che valgono in misura delle proprie
abilità, attitudini e caratteristiche».
Certo non è stato facile, per l'insegnante che se ne è assunto la
responsabilità, rivestire il ruolo socratico del "levatore di
anime". «Tutto è cominciato nel Duemila», ci racconta il Maestro
Quarta, «quando l'Istituto professionale adiacente al Convitto per
sordi mi ha chiamato a tenere un laboratorio musicale e teatrale al
quale partecipavano, insieme ai ragazzi normodotati, anche alcuni
non udenti provenienti proprio dal Convitto. Fu un'esperienza
indimenticabile, in seguito alla quale imparai a conoscere il mondo
dei sordi e a coltivare in me il desiderio di continuare a lavorare
con loro. E così è stato: dal 2007, su proposta del Rettore del
Convitto, ho cominciato a tenere un laboratorio di musica al suo
interno, con risultati che ancora mi stupiscono».
«Il primo ostacolo da superare, nel lavorare con i ragazzi sordi»,
prosegue il Maestro, «è stato farsi accettare: quella dei non
udenti, infatti, è una comunità chiusa in se stessa, e non è
facile, per chi non ne faccia parte, inserirsi in essa. Il fatto
stesso di parlare la lingua dei segni, paradossalmente, ci esclude
dal loro mondo: i sordi, in realtà, hanno una loro lingua, e
vogliono esprimersi con essa. Con pazienza ed umiltà, però, sono
riuscito pian piano a guadagnarmi fiducia e rispetto.
Dal punto di vista tecnico, poi, le difficoltà non sono state
minori. Il problema principale nell'insegnare la musica ai ragazzi
del Convitto, infatti, è stato far loro capire il significato del
ritmo. È qualcosa che noi tutti impariamo sin da quando siamo nella
culla, attraverso tutti quegli stimoli uditivi che ci colpiscono
dai primissimi giorni di vita, ad esempio tramite il suono della
ninna nanna cantataci dai nostri genitori. Ma chi non sente dalla
nascita non può contare su questo genere di riferimenti, e dunque
l'apprendimento del ritmo non ha fondamenti su cui poggiare».
Confrontandosi con i ragazzi non udenti, però, il Maestro si è
accorto di un particolare. Anche loro, proprio come noi, applicano
un principio simile a quello del ritmo in uno dei gesti che
compiono quotidianamente: quello del camminare. Nel mettere un
piede dietro l'altro, seguono istintivamente un andamento regolare,
ritmico, appunto. Di qui l'idea: insegnare ai ragazzi a battere le
mani su un tamburo tenuto in grembo non da seduti, bensì in piedi,
camminando. In questo modo, passo dopo passo, gli allievi del
Maestro Quarta sono riusciti a produrre suoni sempre più
organizzati, ritmi e melodie che da qualche parte, in fondo a loro
stessi, risuonano come all'interno di una cassa armonica. E oggi
sono in grado di far cantare i loro strumenti anche da seduti,
compiendo uno sforzo di immaginazione.
«Noi riusciamo a suonare grazie alle vibrazioni che rimbombano
all'interno dei tamburi», spiega Massimo, uno degli allievi del
professor Quarta, «riusciamo a percepirle. Naturalmente dobbiamo
studiare il ritmo, la matematica, per riuscirci. Dobbiamo prestare
molta attenzione e seguire il nostro maestro, che ci fa capire se
il ritmo della musica è lento o veloce. Il maestro ci ha aiutati a
individuare il ritmo, spiegandoci che lo possiamo tenere
camminando: se si fanno passi più brevi, il ritmo sarà più veloce,
se i passi sono più lunghi, sarà più lento».
Una sfida non da poco, insomma, quella accettata da questo
musicista professionista che si divide tra teatro e televisione,
che nel curriculum vanta collaborazioni con artisti del calibro di
Ron, Renato Zero, Pino Daniele, Renzo Arbore e Mia Martini, ma
considera il lavoro svolto con questi ragazzi il suo successo più
grande.
«Dalle prime battute i progressi sono stati sempre più
sorprendenti. Abbiamo cominciato usando solo percussioni, poi le
abbiamo applicate a una base di musica sinfonica o hip hop, a
seconda delle occasioni, quindi siamo passati a fare tutto
live, senza l'ausilio di basi registrate, grazie anche
all'aiuto di un paio di musicisti professionisti - il bassista
Marco Giuseppe di Marco e la cantante Anna Simonella - che
volentieri si sono uniti al gruppo, aiutandolo a crescere. Devo
dire che mai, nella mia carriera, avevo provato un'emozione come
quella che sento quando i Deaf Drums Road si esibiscono in
pubblico, ripagandomi della fatica fatta per condurli al livello
cui sono i veterani del gruppo».
Un'emozione condivisa dai ragazzi stessi, che, a chi chieda cosa
abbia significato per loro questa esperienza, rispondono con
unanime entusiasmo. «Tutti i componenti dei DDR sono artisti dalla
nascita», spiega Rosario. «Il Convitto ci ha dato l'occasione di
capire che noi possiamo praticare quest'arte. Noi ragazzi siamo
venuti da tutta Italia per iscriverci a questa scuola
specializzata. Ci siamo trovati e abbiamo deciso di fondare il
gruppo, il cui nome, "Tamburi sordi di strada", ricorda appunto la
strada che ci ha portato al Convitto».
Una sorta di grande famiglia allargata, quella del Convitto, dove i
ragazzi condividono tutto: dallo studio allo svago, dallo sport
alla musica, appunto, cementando un'identità di gruppo sempre più
forte. «Ormai i componenti della band sono per me come
fratelli», ammette Antonella. «Questo è il successo più grande
della musica e del progetto». E se «la musica è la vita», aggiunge
ancora Rosario, loro si sentono «nati dalla stessa madre che è la
musica».
Una madre che presto, si spera, possa mettere al mondo un nuovo
figlio: un album contenente la musica dei Deaf Drums Road.
Si accettano sponsorizzazioni. |
Maria Mataluno
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