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Figli di un Do minore

Si chiamano Deaf Drums Road e sono una band di venticinque ragazzi non udenti: non sentono la musica, ma la fanno. Con tamburi e batterie. Accade al Convitto per sordi di Roma

Il loro repertorio spazia dai Queen a Jovanotti, passando per Beethoven, il jazz, la musica folk e la canzone napoletana. Note e partiture che loro non possono sentire, ma di cui possono avvertire il ritmo, la suddivisione del tempo in forme e misure variabili, l'alternarsi non sempre regolare del suono e della sua assenza. E soprattutto possono riprodurre. Con strumenti a percussione, per lo più, perché con essi è facile comprendere l'affinità che la musica ha con i gesti, i movimenti più naturali connessi al vivere umano: il respiro, il battito del cuore, il camminare.

Di chi parliamo? Ovviamente dei Deaf Drums Road (letteralmente: "Tamburi sordi di strada"), un gruppo di Un'esibizione dei Deaf Drums Road percussionisti non udenti messo insieme dagli allievi del Convitto per sordi di Roma. Un esperimento unico nel suo genere, realizzato grazie al coraggio e all'intraprendenza di una scuola anch'essa d'eccezione, il Convitto appunto, la quale negli ultimi anni si è impegnata a rilanciare se stessa nonostante le innumerevoli difficoltà - amministrative, finanziare, logistiche, educative, persino culturali. Un istituto che fino al 2003 non superava la dozzina di allievi e che oggi si fa forte di sessantanove ospiti provenienti da ogni parte d'Italia, uniti e affiatati come fratelli. Oltre che di iniziative come quella dei Deaf Drums Road, che hanno portato il nome dell'istituto sulle pagine dei giornali e i ragazzi del gruppo a calcare diversi palchi, riscuotendo applausi fatti da mani vibranti sollevate al cielo, come si usa nel linguaggio dei non udenti.

Chi abbia avuto l'occasione di vederli esibirsi, ad esempio, sul palco allestito in Piazza Vittorio, a Roma, per il Global Junior Challenge 2009, ne avrà compreso il motivo. In quel luogo simbolo della Capitale, laboratorio di integrazione e dialogo tra culture e identità, i venticinque ragazzi guidati dal Maestro Sergio Quarta hanno dimostrato a se stessi e al mondo che la propria diversità presunta non impedisce loro di avere una vita in tutto e per tutto simile a quella dei cosiddetti "normodotati", e che anche loro possono esprimere quel che hanno dentro non solo attraverso una lingua speciale, affascinante alfabeto di gesti che mimano con metaforica efficacia concetti che noi ci affanniamo rumorosamente a descrivere con vocali e consonanti, ma anche attraverso altri idiomi, a cominciare da quello più universale di tutti: la musica, appunto.

Ed eccolo, ci spiega il Rettore Rosella Puzzuoli, il senso di quest'esperimento coraggioso nato all'estrema periferia romana, tra caseggiati popolari e prati verdi che rimandano a quelli della via Gluck cantata da Celentano: «I ragazzi che frequentano la nostra scuola soffrono di un deficit fisico, ma tale condizione non li rende così diversi da tutti i loro coetanei. Ognuno di essi nasconde in sé un talento, un'eccellenza che lo rende unico, e che aspettano solo di essere riconosciuti ed espressi. Il progetto dei Deaf Drums Road è servito a questo: a tirar fuori, in un processo simile a quella maieutica con cui Socrate faceva emergere la sapienza dei suoi interlocutori attraverso il dialogo, il talento che era in ognuno di loro. Non è solo e non tanto un discorso di integrazione dei sordi con la società dei normodotati - che pure è un elemento importante dell'iniziativa -, quanto un discorso di rafforzamento della propria identità. Riconoscendo e valorizzando le loro capacità, i ragazzi imparano a rispettare se stessi, a non cadere nella trappola del senso di inferiorità, a considerarsi come esseri umani che valgono in misura delle proprie abilità, attitudini e caratteristiche».

Certo non è stato facile, per l'insegnante che se ne è assunto la responsabilità, rivestire il ruolo socratico del "levatore di anime". «Tutto è cominciato nel Duemila», ci racconta il Maestro Quarta, «quando l'Istituto professionale adiacente al Convitto per sordi mi ha chiamato a tenere un laboratorio musicale e teatrale al quale partecipavano, insieme ai ragazzi normodotati, anche alcuni non udenti provenienti proprio dal Convitto. Fu un'esperienza indimenticabile, in seguito alla quale imparai a conoscere il mondo dei sordi e a coltivare in me il desiderio di continuare a lavorare con loro. E così è stato: dal 2007, su proposta del Rettore del Convitto, ho cominciato a tenere un laboratorio di musica al suo interno, con risultati che ancora mi stupiscono».

«Il primo ostacolo da superare, nel lavorare con i ragazzi sordi», prosegue il Maestro, «è stato farsi accettare: quella dei non udenti, infatti, è una comunità chiusa in se stessa, e non è facile, per chi non ne faccia parte, inserirsi in essa. Il fatto stesso di parlare la lingua dei segni, paradossalmente, ci esclude dal loro mondo: i sordi, in realtà, hanno una loro lingua, e vogliono esprimersi con essa. Con pazienza ed umiltà, però, sono riuscito pian piano a guadagnarmi fiducia e rispetto.

Dal punto di vista tecnico, poi, le difficoltà non sono state minori. Il problema principale nell'insegnare la musica ai ragazzi del Convitto, infatti, è stato far loro capire il significato del ritmo. È qualcosa che noi tutti impariamo sin da quando siamo nella culla, attraverso tutti quegli stimoli uditivi che ci colpiscono dai primissimi giorni di vita, ad esempio tramite il suono della ninna nanna cantataci dai nostri genitori. Ma chi non sente dalla nascita non può contare su questo genere di riferimenti, e dunque l'apprendimento del ritmo non ha fondamenti su cui poggiare».

Confrontandosi con i ragazzi non udenti, però, il Maestro si è accorto di un particolare. Anche loro, proprio come noi, applicano un principio simile a quello del ritmo in uno dei gesti che compiono quotidianamente: quello del camminare. Nel mettere un piede dietro l'altro, seguono istintivamente un andamento regolare, ritmico, appunto. Di qui l'idea: insegnare ai ragazzi a battere le mani su un tamburo tenuto in grembo non da seduti, bensì in piedi, camminando. In questo modo, passo dopo passo, gli allievi del Maestro Quarta sono riusciti a produrre suoni sempre più organizzati, ritmi e melodie che da qualche parte, in fondo a loro stessi, risuonano come all'interno di una cassa armonica. E oggi sono in grado di far cantare i loro strumenti anche da seduti, compiendo uno sforzo di immaginazione.

«Noi riusciamo a suonare grazie alle vibrazioni che rimbombano all'interno dei tamburi», spiega Massimo, uno degli allievi del professor Quarta, «riusciamo a percepirle. Naturalmente dobbiamo studiare il ritmo, la matematica, per riuscirci. Dobbiamo prestare molta attenzione e seguire il nostro maestro, che ci fa capire se il ritmo della musica è lento o veloce. Il maestro ci ha aiutati a individuare il ritmo, spiegandoci che lo possiamo tenere camminando: se si fanno passi più brevi, il ritmo sarà più veloce, se i passi sono più lunghi, sarà più lento».

Una sfida non da poco, insomma, quella accettata da questo musicista professionista che si divide tra teatro e televisione, che nel curriculum vanta collaborazioni con artisti del calibro di Ron, Renato Zero, Pino Daniele, Renzo Arbore e Mia Martini, ma considera il lavoro svolto con questi ragazzi il suo successo più grande.

«Dalle prime battute i progressi sono stati sempre più sorprendenti. Abbiamo cominciato usando solo percussioni, poi le abbiamo applicate a una base di musica sinfonica o hip hop, a seconda delle occasioni, quindi siamo passati a fare tutto live, senza l'ausilio di basi registrate, grazie anche all'aiuto di un paio di musicisti professionisti - il bassista Marco Giuseppe di Marco e la cantante Anna Simonella - che volentieri si sono uniti al gruppo, aiutandolo a crescere. Devo dire che mai, nella mia carriera, avevo provato un'emozione come quella che sento quando i Deaf Drums Road si esibiscono in pubblico, ripagandomi della fatica fatta per condurli al livello cui sono i veterani del gruppo».

Un'emozione condivisa dai ragazzi stessi, che, a chi chieda cosa abbia significato per loro questa esperienza, rispondono con unanime entusiasmo. «Tutti i componenti dei DDR sono artisti dalla nascita», spiega Rosario. «Il Convitto ci ha dato l'occasione di capire che noi possiamo praticare quest'arte. Noi ragazzi siamo venuti da tutta Italia per iscriverci a questa scuola specializzata. Ci siamo trovati e abbiamo deciso di fondare il gruppo, il cui nome, "Tamburi sordi di strada", ricorda appunto la strada che ci ha portato al Convitto».

Una sorta di grande famiglia allargata, quella del Convitto, dove i ragazzi condividono tutto: dallo studio allo svago, dallo sport alla musica, appunto, cementando un'identità di gruppo sempre più forte. «Ormai i componenti della band sono per me come fratelli», ammette Antonella. «Questo è il successo più grande della musica e del progetto». E se «la musica è la vita», aggiunge ancora Rosario, loro si sentono «nati dalla stessa madre che è la musica».

Una madre che presto, si spera, possa mettere al mondo un nuovo figlio: un album contenente la musica dei Deaf Drums Road. Si accettano sponsorizzazioni.
Maria Mataluno