|
Piccola draga manicata. Sapreste dire, così, su due piedi, di cosa
si tratta? No? Niente paura, ve lo diciamo noi. Prima, però,
vogliamo raccontarvi quanto è accaduto ad Ermes. Un connazionale,
oggi a un passo dalla mezza età, nato nel sud dell'Italia e
diventato (per via della leva) un friulano d'adozione. Si sa come
vanno queste cose: arrivi, ti innamori e… resti. Lui è rimasto a
Spilimbergo, "ridente centro" tra Udine e Pordenone, sede di una
scuola di mosaico di rilevanza planetaria. La passione per l'arte a
Spilimbergo è nell'aria ed Ermes si scopre, in breve,
supporter dei mosaicisti e della loro opera. Studia,
approfondisce, visita mostre. Così, anni orsono, passeggiando per
un'esposizione, si trova a tu per tu con uno "studio" in tessere
della nota Allegoria di Ambrogio Lorenzetti. Ed è un
fulmine a ciel sereno. La particolare sensibilità per l'arte musiva
acuisce le sue emozioni ancor più che se si trovasse a Siena, di
fronte all'affresco originale. Affresco che, oltre ad essere uno
dei primi di ispirazione laica, è il ciclo pittorico in cui debutta
- iconograficamente parlando - il paesaggio, e dunque l'ambiente.
Ebbene, il nostro da un lato si sorprende a pensare che quel
paesaggio è proprio l'Italia che lui immagina da sempre, la stessa
che gli raccontava suo padre e ancor prima suo nonno; dall'altro è
impressionato dal vuoto lasciato da un paio di tessere cadute, che
tagliano a metà la figura d'un contadino: «Se quel contadino,
rimugina tra sé, fossi proprio io?». Un salto nel tempo ed ecco
che, giusto qualche settimana fa, arriva la notizia: dal 1° giugno
le norme relative agli strumenti utilizzati per recuperare telline
et similia - e la piccola draga manicata è uno di
questi! - subiranno un giro di vite. Per un maggior rispetto
dell'ambiente. E ad Ermes torna in mente quel lontano pomeriggio
trascorso ad ammirare il paesaggio del mosaico. Come dire?
L'ambiente, da Lorenzetti alle telline. Insomma: l'ambiente ieri,
oggi, domani.
LO "STATO" DELLA NATURA. Già. Potenza
dell'informazione: una news in apparenza settoriale
(pescatori & C.) ha coinvolto più dei cormorani in nera livrea.
Forse per i risvolti gastronomici nazionali? Lasciamo ad altri la
risposta. Certo è che in molti, sentendo la notizia, si sono
interrogati: come abbiamo vissuto, come viviamo, come vivremo il
rapporto con quanto ci circonda, ossia con l'ambiente?
Da qui, la nostra domanda: possiamo davvero dire che
nell'immaginario di noi tutti, proprio come in quello di coloro che
ci hanno preceduto, l'Italia, il suo paesaggio - e quindi il suo
ambiente -, non siano gli stessi rappresentati da Lorenzetti nel
XIV secolo? Un'Italia sapientemente "creata" dall'uomo, dove si
equilibrano realtà rurali e urbane, inserite con naturalezza
nell'orografia circostante. Città e campagna ben distinte, ciascuna
con un proprio ruolo e racchiusa nei giusti confini: ecco, infatti,
i campi coltivati lasciare, passo dopo passo, il testimone a
foreste e boschi. Possiamo negare che è questo ciò che a tutt'oggi
immaginiamo, aiutati, certo, da alcune ancor vive immagini di
scorci naturali (una per tutte: la Val d'Orcia, in Toscana,
dichiarata dall'Unesco Patrimonio Universale dell'Umanità)?
Intendiamoci: al tempo in cui i nonni corteggiavano le nonne, non è
che ad immaginare tale analogia avessero tutti i torti. Lo stato
dell'arte, meglio, della natura, se non era proprio quello del
Trecento, ci si avvicinava molto. Vero: qua e là erano apparse le
prime ciminiere, era arrivata la ferrovia e le automobili avevano
preso a scorrazzare, ma le città rispettavano ancora un disegno ed
erano circondate - potremmo dire: protette - dalla campagna, nella
quale i filari delle viti si estendevano a perdita d'occhio sullo
sfondo di boschi e foreste. Raggiungere in treno gli antipodi della
Penisola significava viaggiare per giorni interi tra verdi fronde.
E i pochi automobilisti percorrevano antiche strade - solitamente
"bianche" - che, inerpicandosi, assecondavano tornanti di monte,
così come, in pianura, le anse dei fiumi. Dove l'acqua rispettava
il vecchio adagio - tre salti per rinnovarsi -, permettendo a
trote, lucci e carpe di sguazzarci dentro… All'interno delle mura
cittadine, poi, ad interrompere strategicamente asfissianti
sequenze di mattoni e intonaci, non mancavano quasi mai i pubblici
giardini: con i loro piccoli viali in ghiaia a disegnare
altrettanto minimi boschetti di ippocastani (o di olmi, o di
faggi), che regalavano un'ombra ristoratrice all'onnipresente
laghetto con tanto di anatre e cigni reali e, nondimeno, al bianco
gazebo, palcoscenico per i festivi concerti della banda
municipale.
Perché sorprendersi? Al di là del luogo di residenza e del ruolo
che ognuno interpretava nella vita, la società - l'economia, se
volete - era imperniata sul lavoro dei campi, sui ritmi e le
cadenze agricole: logico, quindi, rispettare la terra, pulire il
sottobosco, lasciare libere le aree golenali dei fiumi. Ma dopo i
nonni ecco, nel secondo dopoguerra, padri e madri impegnati,
volenti o nolenti, nella ricostruzione. In tanti se ne vanno dai
campi per dar vita alle catene di montaggio, e arrivano la Fiat
600, l'Autostrada del Sole, il boom industriale, il turismo della
domenica e… il mal riposto entusiasmo di chi non sa pur credendo di
sapere.
LO STRAPPO E LA TOPPA. Non sapere credendo di
sapere, e la fiducia a prescindere: nella innovazione e nella
tecnica. Combinazione, purtroppo, che non sempre ha funzionato. E
così in molti, nel Bel Paese, restarono sorpresi, si sentirono
traditi, quando la Terra - i fiumi, i boschi, i mari - modificò il
proprio aspetto esteriore. Del resto, difficile dimenticare che per
tutti innovazione significava comfort, una vita più gradevole, meno
faticosa. E diciamocelo: quanti potevano immaginare che l'uso dei
gas necessari al così funzionale frigorifero avrebbe messo a
repentaglio la nostra stessa sopravvivenza, andando a grattar via
l'ozono lassù in alto, oltre le nubi, oltre il cielo? E che il
cosiddetto "buco" (scoperto nel 1985), seppure nel tempo destinato
a richiudersi, lo farà contribuendo a riscaldare ulteriormente il
pianeta?
Solo oggi comprendiamo come non sia sempre facile "mettere una
toppa" una volta che si sia provocato lo strappo. Visto che di
strappi, ormai, la Storia ne ha certificati parecchi. Molti sono i
fiumi, ad esempio, e i tratti di mare, che hanno usurpato il nome a
quel rivo che sfocia nell'ex tenuta presidenziale di San Rossore,
in Toscana, e noto quale Fiume Morto. Causa gli scarichi mal
controllati, i mancati filtraggi, come del resto i Nuclei dell'Arma
a ciò dedicati hanno più volte dimostrato. Scarichi - oggi per
fortuna illegali - che non sono finiti solo nella terra o nelle
acque, ma anche nell'aria: Seveso, 1976, e ancor di più Bhopal
(India), 1984, sono lì a dimostrarlo. E, senza andare così lontano,
anche noi, quotidianamente lo verifichiamo, "assaggiando" con il
naso le Pm10 lasciate sospese nell'aria dagli scappamenti delle
amate auto e motovetture.
Sì, ma tutto questo, vi chiederete, cosa c'entra con il limitare la
disponibilità dell'ingrediente "ittico" di un bel piatto di
spaghetti? La risposta, in realtà, ve l'abbiamo già data. C'è una
linea nemmeno tanto sottile che collega la sovrabbondanza di
anidride carbonica (chimicamente CO2) nell'aria, l'utilizzo mal
distribuito e per altri versi spesso forsennato dell'acqua, e il
miope sfruttamento intensivo delle risorse di terra e di mare. E
dunque anche delle bivalve: vongole, telline, ostriche che siano.
Il che giustifica il terrore provato dal nostro Ermes vedendo a
terra le due tessere del mosaico. La specie umana è parte
integrante del mosaico della natura che la circonda. E nessuno può
essere certo che prima o poi, a cadere, non siano le tessere che lo
riguardano personalmente…
QUESTIONE DI NUMERI. Qualcuno potrebbe anche dire
che in fondo una presa di coscienza è già in atto. Ed è di facile
verifica, se trovano mercato film come The Road, che
racconta per l'appunto della sopravvivenza sul nostro Pianeta
ridotto ai minimi termini da un imponderabile evento. Così come
qualcuno potrebbe farci notare che, già dal 1996, in numero sempre
maggiore abbiamo cominciato a calcolare la nostra "impronta
ecologica": quanto consuma cioè annualmente ognuno di noi, la
nostra famiglia nel suo complesso, il Comune in cui viviamo,
l'intera Nazione, delle risorse prodotte dal globo terracqueo. E
come con altrettanto crescente attenzione abbiamo iniziato a
mettere in fila i risultati, proiettandoli al futuro, sapendo che
ben presto il resto dell'umanità - e con pieno diritto - vorrà
raggiungere noi, abitanti del Primo mondo, nella scala dei consumi
(serve ricordare come già attualmente questa sfera bianca e azzurra
sospesa nell'universo non ce la faccia più a rigenerare ogni dodici
mesi tutto quello che le chiediamo?).
Vero, tutto vero. Però va anche detto che, al solito, è solo una
questione di numeri. Perché, che siano molte le persone che giorno
dopo giorno "prendono coscienza", instaurando un diverso rapporto
con l'ambiente, non è contestabile. Ma il loro numero non è ancora
sufficiente. Inoltre, ed è l'opinione di tanti tra gli esperti del
settore, si corre il pericolo di un "nuovo innamoramento acritico"
per quanto la scienza, la tecnica, insomma la nostra intelligenza
potrà fare da qui a breve per ribaltare l'andamento negativo.
Sia chiaro, le premesse per salvare il nostro bel Pianeta dal
collasso ci sono tutte. E l'elenco potrebbe essere lungo. Basti
ricordare i continui progressi nello studio delle cellule per
ottenere specifici batteri che "mangino" anidride carbonica o
petrolio versato in mare, ma anche per rendere meno assetate le
piante (oggi il 70 per cento delle acque è utilizzato nei campi). O
le nanotecnologie, che stanno per mettere a punto microsensori
capaci di segnalare inopportune presenze di elementi chimici
nell'acqua e nell'aria. O i passi avanti nell'informatica che,
sposando le telecomunicazioni, consentirà traffico più fluido e
minori soste ai distributori di carburante. Tutto questo, però, lo
ribadiamo, potrà ben poco se noi tutti non adotteremo un diverso
stile di vita. Per essere chiari: si potranno individuare i più
efficienti sistemi per lo smaltimento dei rifiuti, ma se non ci
metteremo noi in testa di produrne di meno, nulla si
risolverà.
UN PICCOLO "MA". E non solo. Potremo anche
imparare sempre più dalla natura carpendone i meravigliosi segreti
a nostro vantaggio: imitare, ad esempio, le termiti che da milioni
di anni costruiscono "residenze" ad alto grado di coibentazione. E
utilizzare la seta sotto forma di lametta da barba (sic!)
per una rasatura più delicata, favorendo ogni anno il risparmio di
miliardi di rasoi "usa e getta", e quindi di circa 250mila
tonnellate d'acciaio. Ma… c'è un piccolo "ma": cosa far fare a chi
oggi quell'acciaio produce? Ancora: giusto promuovere nei trasporti
l'uso delle bici piuttosto che dei motori termici, ma al momento
qualsiasi velocipede monta copertoni ottenuti dalla lavorazione
della gomma, e dunque derivati dal petrolio.
Nulla da dire, allora, se, per saperne di più, si trascorre qualche
giorno nell'agriturismo del PeR, Parco dell'Energia Rinnovabile, a
Frattuccia Guardea (Terni) - dove nessuno recapita più bollette del
gas e, tolta l'acqua da bere, le necessità idriche sono assicurate
dal riutilizzo delle acque piovane e dal riciclo di quelle grigie
-, e innamorarsene. Ma non va dimenticato che ogni transizione
rischia di lasciare vittime innocenti sul campo (leggi:
disoccupati).
Solo cambiando con costanza e responsabilità un frammento alla
volta del nostro quotidiano, perciò, ci riapproprieremo in modo
corretto dell'antico dialogo con la Natura. Evitando così di
affidare alla nostalgia l'opera di Ambrogio Lorenzetti, oggi
ammirabile nella Sala della Pace, detta anche dei Nove, del Palazzo
Pubblico di Siena.
|