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La rivincita dell'acciuga

È tempo di rivalutare quelle specie ittiche che, definite comunemente "povere" e dunque trascurate dal mercato, rivelano invece insospettabili virtù nutrizionali. Oltre che indubbi vantaggi economici e ambientali

Un banco di acciughe, le più popolari tra i pesci azzurri Il miglior cibo della terra viene dal mare, recita un vecchio adagio, che molti conoscono e pochi praticano. E sì, perché soltanto il 10 per cento della ricchissima fauna marina viene consumata sulle nostre tavole per via di errate convinzioni, secondo cui molti pesci, pur gustosi e ottimi, sia per quanto riguarda il rapporto qualità/prezzo sia per il loro valore nutrizionale, vengono considerati, a torto, "pesci poveri". Ci riferiamo al pesce azzurro, ossia a quelle specie ittiche presenti in abbondanza nei nostri mari che si caratterizzano per una colorazione dorsale tra il blu scuro e il verde-blu, mentre il ventre tende a presentarsi argenteo. Nuotando più o meno in assenza di gravità, questi pesci sviluppano pochi muscoli e tessuto connettivo e contengono minime quantità di grassi, certamente minori rispetto a quelle contenute nella carne. I pochi grassi presenti, poi, appartengono alla classe omega-3, e sono perciò trasformabili dal nostro organismo in importanti elementi capaci di ridurre il colesterolo, migliorare la funzionalità cardiovascolare e persino influire positivamente sull'umore. In tutti i pesci, inoltre, sono presenti molti sali minerali, soprattutto ferro, fosforo e vitamine, tra cui le preziose A e D; un insieme di benefici elementi, dunque, che rendono ciò che il mare ci offre un alimento di grande rilevanza per una dieta equilibrata.

È anche in base a tali considerazioni, e con l'intento di promuovere tra i consumatori abitudini che contribuiscano ad utilizzare in modo più razionale e sostenibile le risorse della pesca, che la World Ocean Network, in rappresentanza di 450 istituzioni, tra acquari e musei, insieme all'Acquario di Genova, alle Università di Genova e Bologna, a Legambiente e a Wwf Italia, ha di recente promosso la campagna alimentare Scegli il pesce giusto. A fronte del crescente fenomeno della "sovrapesca", che pone sempre più a rischio di estinzione le specie maggiormente commerciate, i consumatori possono - se non devono - contribuire a riequilibrare l'ambiente marino, privilegiando nei loro acquisti pesci di provenienza locale, secondo la logica del "chilometro zero". Varietà meno conosciute, magari, ma non per questo meno gustose o nutrienti dei più blasonati naselli, platesse, pesci spada e capesante. Secondo dati Fao, infatti, delle duecento specie più comunemente consumate, il 52% risulta sfruttato, il 19% sovrasfruttato e l'8% addirittura estinto. Ed è anche per questo motivo che, dal 1° giugno, un Regolamento Comunitario Mediterraneo ha introdotto nuove norme per la pesca che mirano a preservare specie a rischio come telline, seppie, rossetti, bianchetti e latterini. Al loro posto, dunque, via libera ad acciughe, palamite, boghe, cozze, sgombri, lampughe e totani.

«È dal 2002 che abbiamo cominciato un'opera di sensibilizzazione dei cittadini in questo senso», spiega Manuel Cira, coordinatore della World Ocean Network, «collaborando con sette nazioni, e in ogni realtà abbiamo promosso differenti iniziative a seconda delle tradizioni del luogo e delle stagioni per incentivare il consumo locale, auspicando che la campagna possa allargarsi a tutta Europa». Il Direttore dell'Acquario di Genova, Carla Sibilla, dal canto suo, chiosa promettendo: «Partiremo dalla conoscenza dei pesci sui banchi per insegnare a non depauperare le specie più commerciali; vogliamo sensibilizzare il pubblico alla conservazione dell'ambiente marino e promuovere comportamenti responsabili». Un consumo più consapevole, come sottolineano del resto i docenti universitari Giulio Rellini, dell'Ateneo genovese, e Corrado Piccinetti, dell'Università di Bologna, «permetterebbe di utilizzare tutto il pesce pescato, anziché far ributtare in mare quello di scarso valore commerciale».

Fa eco all'iniziativa della World Ocean Network la campagna promozionale voluta da Slow Food Mangiamoli giusti, che, con un linguaggio immediato, ha voluto far conoscere ai consumatori e agli addetti del settore pesci che non si possono più consumare perché in via di estinzione o frutto di pratiche di pesca o allevamento non più sostenibili. In una snella e sintetica guida vengono fornite una serie di indicazioni circa le specie da preferire per gli acquisti, a cominciare da quelle ignorate dal mercato e che costituiscono invece valide alternative sia per salvaguardare la sopravvivenza di taluni generi sia per gustare prelibate pietanze. Eccole, le poche e chiare regole consigliate per acquisti intelligenti: chiedere informazioni circa la provenienza e le modalità di pesca o di allevamento; preferire le produzioni nazionali, ancor meglio se locali; orientarsi sul pesce azzurro e sui frutti di mare; evitare il pesce sotto taglia; alle specie sovrasfruttate (tonno rosso, pesce spada, cernia, salmone) preferire quelle che subiscono una minore pressione di pesca, giacché poco richieste dai mercati ma preziose dal punto di vista gastronomico; e ancora, prediligere i pesci con un ciclo vitale breve, che raggiungano l'età adulta nell'arco di un anno o due, come ad esempio triglie, sogliole, acciughe e pagelli. Da ricordare, infine, che la preferenza per la stagionalità non è solo un problema di gusto, ma di rispetto degli equilibri naturali: i ricci di mare, ad esempio, si riproducono tra maggio e giugno ed è pertanto vietato consumarli in questi mesi, perché si metterebbe a rischio la preservazione della specie. Evitiamo poi di mangiare i giovanili di ricciola da agosto a novembre, assaporiamo la lampuga d'inverno perché è il periodo in cui è più buona e non è in fase riproduttiva.

Carlo Petrini, fondatore del movimento Slow Food, di recente, commentando le iniziative di cui qui si parla, «contro l'egemonia di pigrizia e bastoncini», ha inteso ricordare, sulle pagine di la Repubblica, come «in realtà ci sia bisogno di ri-educazione, come si fa con i minorenni un po' scapestrati, ma che si confida di recuperare. Con lo stesso meccanismo che impoverisce il vocabolario di chi non usa la lingua madre per molto tempo, la cultura culinaria di un Paese con circa 7.500 chilometri di coste si è ridotta ai pesci bistecca, ai bastoncini, al tonno crudo. Che malinconia! E che disastro per quelle poche specie target della nostra pigrizia! È così che Slow Food ha iniziato nel 2004, con il primo SlowFish svoltosi a Genova, a dire a quelli che vorremmo che sempre più si sentissero complici, nel bene e nel male, di un sistema alimentare, coproduttori anziché consumatori, che dovevano re-imparare a mangiare il pesce, mangiarne un numero maggiore di specie, e lasciar stare quello i cui stock sono in sofferenza».
Umberto Pinotti