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LOTTA AL CRIMINE 24 ORE SU 24
La cupola
decapitata
Cantieri danneggiati, mezzi di lavoro
dati alle fiamme, cavalli trucidati. Erano questi gli
"avvertimenti" con i quali Cosa Nostra intimidiva quegli
imprenditori che, tra i tanti taglieggiati sul vasto territorio che
comprende i mandamenti di Alcamo, Castelvetrano e Mazara, si
mostravano restii a pagare il "pizzo" richiesto dalle cosche. Ed è
stata proprio l'uccisione di alcuni equini, seguita dall'incendio
appiccato alla stalla di un imprenditore di Gibellina, a far
scattare l'operazione "Nerone", chiamata così per gli atti
incendiari subiti dalle vittime dei ricatti mafiosi, che ha portato
all'arresto di otto presunti capifamiglia, reggenti di mandamento e
semplici "soldati" o affiliati dal profilo insospettabile.
Un'attività investigativa ponderosa, quella condotta dai
carabinieri della Compagnia di Castelvetrano e del suo Nucleo
Operativo e Radiomobile, guidati rispettivamente dal capitano
Emanuele Fanara e dal tenente Leonardo Bochicchio, che ha preso le
mosse dal comune di Gibellina per irradiarsi poi su un territorio
di trecento chilometri, portando alla decapitazione del mandamento
di Mazara grazie in particolare alla cattura del presunto reggente
Giovan Battista Agate e a quella di Giuseppe Barraco, della
famiglia marsalese, ritenuto dagli investigatori vicino ai fratelli
Vito Vincenzo e Antonino Rallo, anche loro raggiunti da ordinanze
di custodia cautelare per i reati di estorsione e associazione
mafiosa.
Fulcro delle indagini è stata però soprattutto la città di
Gibellina, la cui cosca è stata smantellata dagli uomini dell'Arma
grazie all'arresto del presunto capo famiglia locale, Vincenzo
Funari. Ed è proprio tramite intercettazioni telefoniche e
ambientali realizzate a casa di quest'ultimo che è stato possibile
non solo cogliere alcune dinamiche "secessioniste" all'interno
della grande famiglia mafiosa che fa capo al presunto boss
latitante Matteo Messina Denaro, ma anche individuare altri membri
dell'associazione mafiosa i cui nomi, fino ad ora, non erano mai
emersi nelle indagini. Ricostruito nei dettagli, poi, il modus
operandi di un'organizzazione che avrebbe avuto nel racket
delle estorsioni la sua principale vocazione e in Funari il suo
deus ex machina: sarebbe stato questi, infatti, secondo la
ricostruzione degli inquirenti, a gestire un vero e proprio
"censimento" delle imprese della zona, con la mappatura di quelle
in regola con i pagamenti e di quelle in ritardo, di quelle che non
davano problemi e di quelle che invece era necessario "persuadere",
come è accaduto a una ditta di Agrigento che si è vista bruciare un
escavatore dopo aver rifiutato di "mettersi in regola". Lunghi e
ramificati erano i tentacoli della piovra decapitata dai
carabinieri di Castelvetrano: spire che arrivavano a lambire anche
il campo della compravendita di terreni tra privati e quello degli
appalti per la costruzione di opere pubbliche come la nuova chiesa
di Gibellina, sulla quale ci sarebbe stato uno scontro del clan dei
gibellinesi con un'altra famiglia mafiosa della zona, decisa a
contendere alla prima la giurisdizione su quell'appalto. Una
controversia che si sarebbe risolta con gravi danni al cantiere
della chiesa, secondo i piani orditi dai gibellinesi, se questi non
fossero andati in fumo per la presenza delle Forze dell'Ordine a
presidiare i lavori. E ad arrestare un buon numero dei
contendenti. |
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