CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2010 > Luglio > CULTURA

Il notaio del lago

Toccò al maresciallo Marziali informare la vedova. Scese dall'Alfetta e rimase immobile a fissare il cancello. La villa poteva solo immaginarla, ed anche il giardino, di cui percepiva la presenza, poiché era ottobre inoltrato e la nebbia non consentiva di vedere nulla se non il proprio respiro uscire e dissolversi nel silenzio della bruma. Al primo piano le luci erano accese, alzò il bavero del cappotto e suonò il campanello quasi con timore, come se dentro di lui si aspettasse che nessuno lo sentisse. Quando la luce si accese nel vialetto, una voce femminile chiese: «Chi è?».
«Sono il maresciallo Marziali, dovrei parlare con la signora».
Una cameriera gli venne incontro con le spalle avvolte in una mantellina gialla e lo fece accomodare. «È nella sua stanza perché si sentiva poco bene. Si accomodi, maresciallo», continuò, aprendo la porta di un salottino buio, odoroso di cera. «Vado a dirle che è qui».
Lui entrò ma rimase in piedi, facendo il punto su quanto doveva dire.
Della vittima, il dottor Gianni Guanti, sapeva poco, giusto quello che il suo brigadiere Giacinto Salani gli aveva detto: un notaio in pensione che solo da qualche anno si era stabilmente trasferito sul lago prediligendo la vecchia casa di famiglia all'appartamento di Torino, città nella quale si era laureato ed aveva conosciuto la moglie, Antonietta Bevilacqua.
«Buona sera», sussurrò una voce alle sue spalle, distogliendolo da quei pensieri. «Sono la signora Guanti, lei è il nuovo maresciallo?».
«Esattamente». Marziali andò verso di lei. «Mi dispiace disturbarla, ma ho delle novità su suo marito e pensavo volesse conoscerle subito».
La donna lo fissò con cortesia e diffidenza, come si fa con gli estranei, senza però mai mettere troppo in mostra i propri pensieri.
«Ho con me il rapporto del medico legale», continuò il maresciallo.
«Si accomodi», rispose lei calma. Nonostante gli occhi cerchiati, il volto pallido, sedette con grazia, senza mai distogliere lo sguardo da lui, con le labbra schiuse in un sorriso di cortesia.
«Purtroppo, signora, il notaio è stato avvelenato».
Lo disse tutto d'un fiato, sapendo che non esistevano formule per rendere la verità meno dura.
«È impossibile. Gianni non aveva nemici, non conosco nessuno che potesse desiderare la sua morte».
L'atmosfera era fredda, nonostante il tepore della stanza. Il rumore delle auto di passaggio faceva da sottofondo alle loro parole.
«Non c'è nessun errore, signora. Dobbiamo capire cosa ha fatto suo marito nelle ultime ore. Speravo che lei potesse aiutarmi».
«Non so che dirle», lo interruppe con determinazione. Sembrava sincera, tuttavia Marziali non poté fare a meno di guardarla con dubbiosità.
«Sono costretto a farle una domanda».
«Dica pure».
«Tra di voi, le cose andavano bene?».
La donna abbassò la testa. Quando la risollevò, dalle sue labbra era scomparso il sorriso.
«Me l'aspettavo, questa domanda. Sebbene sperassi che un carabiniere non desse importanza alle chiacchiere di paese. Suppongo sia per via del giardiniere: io non ho la patente e lui, in qualche occasione, mi ha fatto da autista, suscitando...».
Il maresciallo preferì non darle tempo di addurre inutili pretesti.
«Ha una storia con lui?».
«No!». Rispose calma, preparata a quella domanda, come si fa con uno che non è della famiglia. Un estraneo che, sebbene indossi una divisa, non ha il diritto di conoscere. E lui, il maresciallo, si sentì proprio come lei voleva: trattato con sufficienza, da ultimo arrivato, indegno di sapere.
Quando lasciò il salotto, la porta della cucina si aprì e la stessa donna che lo aveva fatto entrare gli fece strada in silenzio.
Erano da poco passate le sette quando il maresciallo entrò nel bar della piazzetta e sedette vicino alla porta. Era un paese di poche anime, ma lui si era già fatto un'idea di come andassero le cose in quel luogo. Si conoscevano tutti, amici e nemici, e dal di fuori, da "straniero" quale lui era, non sarebbe stato facile capire chi appartenesse all'una o all'altra sponda. Sapeva però che i vecchi, prima di tornare a casa, sarebbero passati tutti dal bar e se c'era qualcuno che potesse sapere qualcosa sulla morte del notaio è lì che lo avrebbe trovato.
Gli avventori entravano, accennavano un vago saluto e poi sedevano attorno ai tavoli, con le sigarette senza filtro accese, aumentando la cappa di fumo che avvolgeva la stanza, dove respirare, a quell'ora, era quasi impossibile. Sarebbe stato un posto da uomini, se non fosse stato per lei: una ragazza biondissima, con un seno prosperoso e gli occhi stanchi seduta vicino alla stufa, indifferente a ciò che le accadeva intorno.
Quando il cameriere si avvicinò, il maresciallo ordinò un panino. Si sentiva soddisfatto, perché più sprofondava in quella vita apatica, artificiosa, più gli sembrava di capire. E per lui, capire voleva dire risolvere.
Finita la cena, controllò l'orologio, si alzò e uscì, attendendo in macchina che anche la ragazza lo facesse. Qualcosa gli diceva che fosse lei la soluzione che stava cercando. E il maresciallo sapeva che, in certi casi, l'intuizione, pur non suffragata da elementi concreti, ha più valore di qualsiasi prova. Decise di seguire il suo istinto. Quando la vide uscire dal bar, la seguì cautamente con il bavero della giacca rialzato. Le andò dietro fino ad un cortile circondato sui tre lati da balconi. La facciata della casa, anche al buio, appariva scrostata e mal dipinta. Nascosto, la guardò salire le scale e incamminarsi verso una porta su cui era scritto: "Bustaia".
In pochi giorni, Marziali cominciò a conoscere il paese. Non appena se ne presentava l'occasione, lasciava la caserma e passeggiava, imparava il nome delle vie, lasciava che lo guardassero dubbiosi, alcuni inquieti, altri indifferenti, i più con sufficienza, la stessa che aveva letto negli occhi della vedova. Quasi nessuno, specie quando era in divisa, gli negava un saluto, ma tutti glielo concedevano con falsa cordialità.

Le indagini sul notaio però erano ferme. Si sapeva che ad ucciderlo era stata la digitalina, un farmaco che usava per l'aritmia.

In paese, ormai, si era smesso di parlare di lui. Marziali tornò altre volte al bar Dino, sedendo al solito tavolo, ma senza più incontrare la misteriosa donna. Così, una sera di fine ottobre, quando la festività di Ognissanti era nell'aria e l'odore dei crisantemi era tanto intenso da dargli il capogiro, tornò nel cortile e bussò alla porta dietro cui l'aveva vista entrare. Venne ad aprirgli una donna, non più giovanissima. Marziali si tolse il cappello e si scusò per il disturbo.
«Cosa vogliono i Carabinieri, da me?», brontolò la donna. «Io non ho fatto niente. Chieda a chi vuole, mi guadagno il pane onestamente e...».
Ma il maresciallo non la lasciò finire, spalancò la porta ed entrò.
Rassegnata per quell'intrusione, lo fece sedere in una cucina calda e male arredata, attorno ad un tavolo zoppicante e su una sedia malferma, come il coperchio che si agitava su un pentolone in rame.
«Sto cocendo il cavolfiore, si sente?». Marziali sorrise. Preferiva di gran lunga quello all'odore dei crisantemi e dell'incenso che gli restava addosso ogni qualvolta passava vicino alla chiesa. In un angolo della stanza c'era una damigiana, sul lavandino, pronta per essere cucinata, una zucca. Chissà se anche lei, come sua madre, l'avrebbe cotta nella stufetta in ghisa? La donna, ignara dei suoi pensieri, sedette di fronte a lui.

«Vive sola, qui?», chiese lui posando il cappello sul tavolo. «Sono vedova, mio marito faceva il fabbro».

Marziali si guardò attorno, cercando di immaginare come fosse il resto della casa. Pensò ad un letto largo e soffice, a una lampada ad olio ormai in disuso, a un cappellino grazioso da indossare nei giorni di festa.
«Non mi ha ancora detto che cosa vuole da me, maresciallo».
«Ha molti clienti, signora?».
«Non mi lamento».
«Donne di una certa età, suppongo».
«Si è forse lamentato qualcuno? Magari la Maria, quella vipera del piano terra.
Che cosa le ha detto? Per caso le mie clienti fanno rumore?».
«La scorsa settimana», continuò lui, «verso le nove di sera, ha ricevuto una ragazza, giovane, sulla ventina, bionda. Una bella ragazza. Chi era?».
La donna abbassò il capo. «Non ricordo. Mi spiace».
Marziali aggrottò la fronte. «Non le conviene mentire. Guardi, io sono uno che non ha fretta e tengo conto di chi mi dà una mano».
«È mia figlia Gemma», rispose allora lei. Guardò verso la stufa, poi negli occhi del maresciallo. «E neanche lei ha fatto nulla».

«Umbertina Campassi. Vive qui in paese ormai da sei anni», spiegò il brigadiere Salani, frugando tra i suoi ricordi. «In giro dice di essere vedova, ma credo che non abbia mai avuto un marito».
«E Maria?», chiese il maresciallo.
«Maria Pellizzari, quella che abita al piano terra?», Salani non attese la risposta. «È la bottegaia. Lei e il marito mandano avanti quel negozio che c'è all'inizio di via Leopardi. Ha presente?».
Aveva presente: una bottega piccola e poco accogliente, dove era possibile comprare un po' di tutto, dal lucido da scarpe al latte fresco.
«Ci sono stati screzi fra loro?».
«Non che io sappia! Diciamo che non vanno ai Vespri assieme».
«È una donna di chiesa?», lo interruppe Marziali.
«La Umbertina? Beh, non è il tipo che va a messa tutti giorni».
«Mentre Maria è una parrocchiana devota, dico bene?».
«Sì, maresciallo. Canta nel coro e aiuta le suore con il catechismo, proprio come la vedova Guanti».
«Ha delle amiche?», chiese ancora. «Mi riferisco alla Campassi».
«Maresciallo, non so che dire. Se non che in estate, quando le altre siedono in cortile a lavorare ai ferri, lei rimane in casa».
«Non può essere che non si senta bene accetta?».
Il brigadiere lasciò andare il fiato di botto combattuto riguardo alla risposta migliore da dare: «Io credo che le donne come Umbertina siano destinate a restare in disparte, sole. Ma riguardo alle amiche, ora che ci penso, ci sarebbe la Lola. Non credo ne abbia già sentito parlare. Vive fuori dal paese, dalla parte opposta a dove c'è la villa dei Guanti». Lo disse come se le due cose non potessero convivere nello stesso posto.
«Bustaia anche lei?», lo provocò Marziali.
«No, maresciallo. Meretrice».

La pasticceria Lecabon era la più elegante della città, con i tavolini in marmo e le tovaglie di organza ricamate a mano. All'interno, dai paralumi verdi si diffondeva una luce tenue e discreta. La padrona, o quella che sembrava esserlo, sedeva dritta dietro la cassa, con aria distinta, sorridendo con disinvolta parsimonia ai clienti. Quando il maresciallo entrò, la commessa bionda in abito azzurro si accorse subito di lui, forse lo riconobbe. Forse lo stava aspettando. Quando lui sedette, posò il vassoio sul bancone di legno e si avvicinò alla padrona, per dirle qualcosa. La donna , preoccupata che i clienti scoprissero che c'era un carabiniere nel locale, concesse alla commessa qualche minuto di pausa, in modo che potessero conversare in un luogo ove la presenza di un gendarme non fosse imbarazzante per i suoi affari. La ragazza, pallida e preoccupata, chiuse la porta del retrobottega dietro di sé, scusandosi per il luogo in cui lo aveva fatto accomodare. Ma Marziali non era uomo da badare a queste cose, e non se ne preoccupò.
«Dove è nata, signorina?», chiese.
«A Borgomanero», dichiarò lei, abbassando il capo.
«Età?».
«Venticinque anni».
«Nubile?».
«Perché me lo chiede?».
Il maresciallo sollevò le spalle: «È una domanda come tante».
La donna non rispose.
«Signorina, la sua posizione, come quella di sua madre, potrebbe farsi difficile se non sarà sincera con me: nessun altro mi può togliere dalla mente il pensiero che abbiate a che fare con la morte del notaio».
«Io non avrei mai fatto del male a Gianni!», rispose lei, scoppiando in lacrime. Marziali prese uno sgabello e la invitò a sedere.
«Bene! Allora non pianga, perché non serve a nulla».
Si appoggiò ad un bancone ed incrociò le braccia.
«Ricominciamo da capo: quanti anni hai?».
«Diciannove», confessò questa volta la ragazza. «Appena compiuti».
«E chi ti guarda il bambino, quando lavori?».
«Ma come…».
«Andiamo, Gemma!», replicò spazientito il maresciallo. «Non sono uno sprovveduto! Quando una casa è frequentata da un bambino lo si capisce immediatamente. Allora, tu e il notaio avevate una relazione?».
Ancora una volta, Marziali non sapeva niente del rapporto tra la ragazza e la vittima. Immaginava. Ma si fidava del suo intuito.
«Sì… No». Si corresse lei.
«Allora, sì o no?».
«Siamo stati insieme una volta sola, un anno fa, di questi tempi».
«E il bambino?».
«Non è suo! Sono rimasta incinta dopo. Il padre è un militare che non ne ha voluto sapere».
Il maresciallo scrollò il capo e preferì non commentare.
«Però è al notaio che hai chiesto aiuto, vero? Hai cercato di fargli credere che fosse suo figlio?».
«No! Sono stata sincera con lui. Quando veniva in città, ci vedevamo. Mi portava a cena in pizzeria, con la sua macchina, e mi lasciava del denaro… Quando è nato il bambino, mi ha comprato un sacco di cose e mi ha trovato questo lavoro in pasticceria. Senza di lui, non avrei saputo come fare».
«E quando è stata l'ultima volta che lo hai visto?».
«Lunedì, due giorni prima che morisse. La pasticceria al mattino è chiusa ed è venuto a casa, anche per stare un po' con Ginetto, mio figlio. Abbiamo fatto colazione assieme e alle dieci è andato via. Maresciallo», aggiunse poi, con il viso in fiamme. «Lui mi ha lasciato una cosa. Una cosa che mi fa molta paura, perché non so che farne. Vuole vederla?».
Marziali osservò con attenzione quello che la ragazza aveva da mostrargli. Rifletté. Scrollò il capo più di una volta. Sospirò, ed infine si avviò verso la porticina che conduceva alla pasticceria, da dove le chiese: «Cosa doveva fare, il notaio, alle dieci? Perché è andato via?».
«Aveva un appuntamento. Ma non so con chi».

Il maresciallo si occupò della "cosa" appena tornato in caserma, dando incarico al brigadiere di verificare quella che, al momento, era solo una sua ipotesi. Quando però, nel pomeriggio, le sue domande trovarono una risposta, fu a Carmelo Lopane che dedicò la massima attenzione.
Era un giovane dall'aspetto anonimo, il tipo che se lo incontri per strada fai fatica a ricordarne volto e voce. Era nato in un paese vicino a Caltanissetta, e da lì era emigrato con il resto della famiglia stabilendosi con loro a Omegna e iniziando a lavorare per i Guanti.
«Caruso Lopane», attaccò l'uomo dopo che il brigadiere lo aveva invitato a declinare le sue generalità, «nato a Pietraperzia il 16 febbraio del 1937. Professione: giardiniere». «E, all'occorrenza, autista», aggiunse il maresciallo, sedendo. «Da quanto tempo lavora per i Guanti?».
«Due anni, giorno più, giorno meno». «E in questi due anni, giorno più, giorno meno», ripeté ironico Marziali, «le è mai capitato di accompagnare il notaio a Torino, in macchina?».
«Il notaio aveva la patente. Ho guidato solo per la signora. Sarà successo un paio di volte in tutto e sempre a dicembre, poco prima di Natale. Partivamo al mattino presto e tornavo a riprenderla nel pomeriggio. Andava a fare spese perché, al ritorno, aveva sempre molte borse con sé».
«E il notaio? Approvava queste "trasferte"?».
Il giovane sollevò le spalle. «Non sono cose che mi riguardano. Quello che accadeva tra loro, non mi è mai interessato».
«La pagano bene?».
«Non mi lamento. Sono puntuali col salario, e vicino alle feste, nella busta, trovo sempre qualche soldo in più».

Marziali si alzò e andò verso la finestra. La piazzola davanti alla caserma era deserta e la giornata grigia, nebbiosa.

Quando il giardiniere lasciò il suo ufficio e scese in strada, il maresciallo si accorse che c'era una persona ad aspettarlo, una donna col capo coperto da un fazzoletto a fiori e gli occhi nascosti dietro occhiali da sole, nonostante fosse nuvolo e il cielo promettesse pioggia: la vedova Guanti.
«Mettigli qualcuno dietro», ordinò a Salani.
«Dietro a chi, signore?», chiese il brigadiere, confuso.
«A Lopane. Voglio che non lo perdiate di vista. Che gli stiate addosso».
«In questo momento, tra influenza e licenze, siamo solo in due», si giustificò lui, pensando già al lavoro che lo aspettava.
«In tre», lo corresse Marziali, «vi darò una mano».
Cominciò così un pedinamento di quattro giorni, durante i quali fu proprio il maresciallo il più infaticabile. Seguì il giardiniere come un'ombra. Al mattino lo aspettava sotto casa e gli andava dietro con l'Alfetta fino alla villa, all'ora di pranzo si faceva dare il cambio. Alla sera, invece, in abiti borghesi e con il sigaro tra le labbra, si mischiava tra i passanti, camminando a tratti svelto e a tratti lentamente. Seguiva il suo uomo come fosse il suo angelo custode.
Lopane non frequentava il bar della piazzetta, ma un locale fuori paese nel quale si radunavano altri emigrati. Parlava con loro, giocava a biliardo e poi fuori, con il maresciallo appresso. Una sera, la seconda dall'inizio del pedinamento, aveva persino avuto l'ardire di affrontarlo. Si era avvicinato e, con rabbia, gli aveva chiesto cosa volesse da lui. Ma Marziali non gli aveva risposto, aveva continuato a fumare e a stargli dietro. Poi, un mattino, finalmente, Lopane, preso dal panico, crollò. Attese che l'Alfetta di Marziali fosse parcheggiata davanti alla villa, appoggiò la bici contro un palo e puntò verso il maresciallo seduto al posto di guida.
«Io non so niente! Non me ne intendo di certe cose».
Marziali scese, lo prese e tenendolo schiacciato contro l'auto, disse: «Sei uno stupido. A chi credi che daranno la colpa? Alla vedova? No! Al "terrone", all'ultimo arrivato! E tu passerai il resto dei tuoi giorni in galera!».
«Non ho fatto niente!», urlò il ragazzo, scoppiando in lacrime. «Non sapevo che cosa n'avrebbe fatto, non sono neppure sicuro che…».
«Ti ha dato lei la pianta, giusto? La signora Guanti. Ti ha chiesto di coltivarla in un luogo appartato e poi un bel giorno, dopo la morte del notaio, ti ha chiesto di strapparla e buttarla via».
«È stato dopo la morte di Sofy, la gatta», spiegò il giardiniere, vedendo l'espressione perplessa del maresciallo. «Ha voluto che la bruciassi».
Marziali mollò la presa. «E tu lo hai fatto?».
«Sì, ma ne ho tenuto un po'».
«E bravo Lopane! E perché?».
«La signora teneva tanto a quella pianta, ho pensato valesse dei soldi».
«Non sai quanti!».

Erano tutti seduti nel corridoio della caserma: la vedova, il suo avvocato, il giardiniere e Maria Pelizzari, la bottegaia. Quando il maresciallo passò loro davanti, solo Antonietta Bevilacqua sollevò il capo, sfidandolo. Marziali spalancò la porta e disse loro che potevano entrare.
Presero posto: la vedova e il suo avvocato, Lopane e la bottegaia.
«Credo ci debba delle spiegazioni, maresciallo», attaccò il legale.
«Siamo qui per questo. Tanto per cominciare, le confesserò che, fin dal primo colloquio con la sua cliente, ho avuto l'impressione che ci fosse proprio lei dietro la morte del marito».
«È inaudito!», replicò lui con costruito disgusto.
«Non si arrabbi e mi lasci spiegare. La prima cosa che ho pensato, conoscendola, è stata che avesse un amante, e non solo perché la vittima era molto più vecchia di lei, e la signora una donna molto… avvenente», disse dopo aver meditato un po' su quale fosse l'aggettivo migliore.
«Essere più giovani del marito e "avvenenti", come dice lei, non mi sembra una prova di colpevolezza», obiettò prontamente l'avvocato.
«Certo che no!», Marziali prese posto dietro la scrivania. «Ma è stato il veleno a farmi sospettare seriamente di lei. Un modo di uccidere "femminile", sebbene di donne, in questa storia, ce ne fossero ben tre, anzi, quattro. Gemma, tanto per incominciare. Una ragazza ingenua, colpevole di essersi data ad un mascalzone che, dopo averla messa incinta, si è dileguato; la madre, Umbertina Campassi, di professione bustaia; la vedova e la signora Pelizzari, commerciante».
«Precisiamo subito, maresciallo», intervenne quest'ultima, «che io sono qui solo perché il brigadiere mi è venuto a prendere in negozio, come se fossi una delinquente, mentre io sono una persona onesta, che non ha nulla a che spartire con quella poco di buono della Campassi».
«Mi scuso per lui, signora», Marziali la guardò sorridente e alla donna venne il dubbio che la stesse prendendo in giro. «Vede, il motivo per cui lei è qui, è la sua amicizia con la signora Guanti».
«È forse un reato essere mia amica?», domandò la vedova.
«No, non lo è. Ma torniamo per un momento a suo marito e alla relazione che, secondo quello che lei ha pensato, aveva con Gemma, la figlia di Umbertina. Il notaio, dopo aver conosciuto la ragazza, decise di cambiare testamento, ragione per cui, prima di morire, andò a Torino, dal dottor Ruffini, il notaio che aveva rilevato il suo vecchio studio».
«Non c'è nessun testamento, può controllare!», replicò la donna.
«Non ne dubito. Ma il testamento non c'è non perché non sia stato scritto, ma perché...», rispose Marziali dopo un attimo di riflessione, «Ruffini è il suo amante». «Non si scandalizzi, avvocato», aggiunse poi con aria severa, bloccando sul nascere il legale. «So quel che dico. Cosa non si fa, per amore! Non deve essere stato facile convincerlo a far sparire il documento, ma anche in quel caso non si sentiva tranquilla. Suo marito avrebbe potuto rivolgersi ad altri e intestare direttamente delle proprietà alla ragazza, e lei non voleva correre questo rischio. Allora ha pensato di ricorrere a Lopane, un "sempliciotto" non insensibile alle sue civetterie, e gli ha chiesto di coltivare una pianta per lei: la digitale».
«Non so di che cosa sta parlando, maresciallo», rispose la vedova.
«Quando non le è più servita, gli ha chiesto di buttarla, ma lui ne ha conservato un arbusto», continuò Marziali, guardando il giardiniere, «perché credeva fosse una rarità e potesse valere denaro».
«Una ricostruzione interessante», intervenne il legale, «ma assolutamente inutile, in assenza di prove! Questo giovanotto alle mie spalle può raccontare quello che vuole, ma sarebbe solo la sua parola contro quella di una persona a modo, senza precedenti penali, rispettata e…».
«Mi risparmi l'arringa, avvocato», lo interruppe il maresciallo. «E poi le prove ci sono. Non è stato Lopane a comprare la pianta, ma la sua cliente. L'ha ordinata telefonicamente e chiesto a un'amica di ritirare il pacco per lei. Dico bene, signora Pelizzari? Guardi, le consiglio di pensare bene alla risposta, perché rischia un'accusa di complicità in omicidio».
«Ma io non sapevo che cosa contenesse il pacco», rispose lei, sbiancando in volto. «Mi ha detto che era un regalo per Gianni».

La vedova accavallò le gambe, e fissò il maresciallo sforzandosi di sorridere, per nulla turbata dal cedimento emotivo della bottegaia.

«Non c'è nessun testamento. Non c'è mai stato. Al massimo lei può dimostrare che ho ordinato una pianta e che ho chiesto ad un'amica di ritirarla per me. Ne ignoravo la pericolosità. E poi chiunque, una volta piantata, avrebbe potuto raccoglierla e avvelenare mio marito. Soprattutto Lopane, che magari sperava di poterne occupare il letto».
«Eh! Cara signora Guanti», Marziali si appoggiò alla scrivania, «quello che lei dice è plausibile. O, meglio, lo sarebbe se suo marito, prima di essere ucciso, non avesse fatto una copia del testamento sparito e non lo avesse lasciato alla sola persona di cui si fidava: Gemma Campassi. E sa una cosa? Una volta arrestata lei con l'accusa di omicidio, e in assenza di altri eredi, tutto il patrimonio di famiglia finirà a quella ragazza e al suo bambino. E io mi accerterò che a nessuno dei due accada mai nulla».

Il lago era di un bruno sporco. Il rumore dei passi sull'asfalto bagnato attirava la curiosità di chi era in casa e dietro qualche finestra si muovevano le ombre dei più indiscreti. Nonostante fosse domenica, dalla bottega di Maria arrivava l'odore del formaggio, poco lontano quello del caffè e delle caldarroste. Il maresciallo, prima di tornare in caserma, ne comprò un cartoccio. La gente lo guardava con più soggezione, adesso, indicandolo come quello che aveva messo il naso nelle "faccende" della famiglia Guanti. Lui solo, però, sapeva davvero perché l'uomo avesse lasciato il suo denaro alla ragazza, e Umbertina gli era grata per aver mantenuto il segreto. Il maresciallo sorrise tra sé e sé chiedendosi se il piccolo, un giorno, avrebbe studiato, grazie al denaro del nonno, e magari fosse diventato anche lui uno stimato notaio.

Mariangela Ciceri