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Toccò al maresciallo Marziali
informare la vedova. Scese dall'Alfetta e rimase immobile a fissare
il cancello. La villa poteva solo immaginarla, ed anche il
giardino, di cui percepiva la presenza, poiché era ottobre
inoltrato e la nebbia non consentiva di vedere nulla se non il
proprio respiro uscire e dissolversi nel silenzio della bruma. Al
primo piano le luci erano accese, alzò il bavero del cappotto e
suonò il campanello quasi con timore, come se dentro di lui si
aspettasse che nessuno lo sentisse. Quando la luce si accese nel
vialetto, una voce femminile chiese: «Chi è?».
«Sono il maresciallo Marziali, dovrei parlare con la
signora».
Una cameriera gli venne incontro con le spalle avvolte in una
mantellina gialla e lo fece accomodare. «È nella sua stanza perché
si sentiva poco bene. Si accomodi, maresciallo», continuò, aprendo
la porta di un salottino buio, odoroso di cera. «Vado a dirle che è
qui».
Lui entrò ma rimase in piedi, facendo il punto su quanto doveva
dire.
Della vittima, il dottor Gianni Guanti, sapeva poco, giusto quello
che il suo brigadiere Giacinto Salani gli aveva detto: un notaio in
pensione che solo da qualche anno si era stabilmente trasferito sul
lago prediligendo la vecchia casa di famiglia all'appartamento di
Torino, città nella quale si era laureato ed aveva conosciuto la
moglie, Antonietta Bevilacqua.
«Buona sera», sussurrò una voce alle sue spalle, distogliendolo da
quei pensieri. «Sono la signora Guanti, lei è il nuovo
maresciallo?».
«Esattamente». Marziali andò verso di lei. «Mi dispiace
disturbarla, ma ho delle novità su suo marito e pensavo volesse
conoscerle subito».
La donna lo fissò con cortesia e diffidenza, come si fa con gli
estranei, senza però mai mettere troppo in mostra i propri
pensieri.
«Ho con me il rapporto del medico legale», continuò il
maresciallo.
«Si accomodi», rispose lei calma. Nonostante gli occhi cerchiati,
il volto pallido, sedette con grazia, senza mai distogliere lo
sguardo da lui, con le labbra schiuse in un sorriso di
cortesia.
«Purtroppo, signora, il notaio è stato avvelenato».
Lo disse tutto d'un fiato, sapendo che non esistevano formule per
rendere la verità meno dura.
«È impossibile. Gianni non aveva nemici, non conosco nessuno che
potesse desiderare la sua morte».
L'atmosfera era fredda, nonostante il tepore della stanza. Il
rumore delle auto di passaggio faceva da sottofondo alle loro
parole.
«Non c'è nessun errore, signora. Dobbiamo capire cosa ha fatto suo
marito nelle ultime ore. Speravo che lei potesse aiutarmi».
«Non so che dirle», lo interruppe con determinazione. Sembrava
sincera, tuttavia Marziali non poté fare a meno di guardarla con
dubbiosità.
«Sono costretto a farle una domanda».
«Dica pure».
«Tra di voi, le cose andavano bene?».
La donna abbassò la testa. Quando la risollevò, dalle sue labbra
era scomparso il sorriso.
«Me l'aspettavo, questa domanda. Sebbene sperassi che un
carabiniere non desse importanza alle chiacchiere di paese.
Suppongo sia per via del giardiniere: io non ho la patente e lui,
in qualche occasione, mi ha fatto da autista, suscitando...».
Il maresciallo preferì non darle tempo di addurre inutili
pretesti.
«Ha una storia con lui?».
«No!». Rispose calma, preparata a quella domanda, come si fa con
uno che non è della famiglia. Un estraneo che, sebbene indossi una
divisa, non ha il diritto di conoscere. E lui, il maresciallo, si
sentì proprio come lei voleva: trattato con sufficienza, da ultimo
arrivato, indegno di sapere.
Quando lasciò il salotto, la porta della cucina si aprì e la stessa
donna che lo aveva fatto entrare gli fece strada in silenzio.
Erano da poco passate le sette quando il maresciallo entrò nel bar
della piazzetta e sedette vicino alla porta. Era un paese di poche
anime, ma lui si era già fatto un'idea di come andassero le cose in
quel luogo. Si conoscevano tutti, amici e nemici, e dal di fuori,
da "straniero" quale lui era, non sarebbe stato facile capire chi
appartenesse all'una o all'altra sponda. Sapeva però che i vecchi,
prima di tornare a casa, sarebbero passati tutti dal bar e se c'era
qualcuno che potesse sapere qualcosa sulla morte del notaio è lì
che lo avrebbe trovato.
Gli avventori entravano, accennavano un vago saluto e poi sedevano
attorno ai tavoli, con le sigarette senza filtro accese, aumentando
la cappa di fumo che avvolgeva la stanza, dove respirare, a
quell'ora, era quasi impossibile. Sarebbe stato un posto da uomini,
se non fosse stato per lei: una ragazza biondissima, con un seno
prosperoso e gli occhi stanchi seduta vicino alla stufa,
indifferente a ciò che le accadeva intorno.
Quando il cameriere si avvicinò, il maresciallo ordinò un panino.
Si sentiva soddisfatto, perché più sprofondava in quella vita
apatica, artificiosa, più gli sembrava di capire. E per lui, capire
voleva dire risolvere.
Finita la cena, controllò l'orologio, si alzò e uscì, attendendo in
macchina che anche la ragazza lo facesse. Qualcosa gli diceva che
fosse lei la soluzione che stava cercando. E il maresciallo sapeva
che, in certi casi, l'intuizione, pur non suffragata da elementi
concreti, ha più valore di qualsiasi prova. Decise di seguire il
suo istinto. Quando la vide uscire dal bar, la seguì cautamente con
il bavero della giacca rialzato. Le andò dietro fino ad un cortile
circondato sui tre lati da balconi. La facciata della casa, anche
al buio, appariva scrostata e mal dipinta. Nascosto, la guardò
salire le scale e incamminarsi verso una porta su cui era scritto:
"Bustaia".
In pochi giorni, Marziali cominciò a conoscere il paese. Non appena
se ne presentava l'occasione, lasciava la caserma e passeggiava,
imparava il nome delle vie, lasciava che lo guardassero dubbiosi,
alcuni inquieti, altri indifferenti, i più con sufficienza, la
stessa che aveva letto negli occhi della vedova. Quasi nessuno,
specie quando era in divisa, gli negava un saluto, ma tutti glielo
concedevano con falsa cordialità.
Le indagini sul notaio però erano ferme. Si sapeva che ad ucciderlo
era stata la digitalina, un farmaco che usava per l'aritmia.
In paese, ormai, si era smesso di parlare di lui. Marziali tornò
altre volte al bar Dino, sedendo al solito tavolo, ma senza più
incontrare la misteriosa donna. Così, una sera di fine ottobre,
quando la festività di Ognissanti era nell'aria e l'odore dei
crisantemi era tanto intenso da dargli il capogiro, tornò nel
cortile e bussò alla porta dietro cui l'aveva vista entrare. Venne
ad aprirgli una donna, non più giovanissima. Marziali si tolse il
cappello e si scusò per il disturbo.
«Cosa vogliono i Carabinieri, da me?», brontolò la donna. «Io non
ho fatto niente. Chieda a chi vuole, mi guadagno il pane
onestamente e...».
Ma il maresciallo non la lasciò finire, spalancò la porta ed
entrò.
Rassegnata per quell'intrusione, lo fece sedere in una cucina calda
e male arredata, attorno ad un tavolo zoppicante e su una sedia
malferma, come il coperchio che si agitava su un pentolone in
rame.
«Sto cocendo il cavolfiore, si sente?». Marziali sorrise. Preferiva
di gran lunga quello all'odore dei crisantemi e dell'incenso che
gli restava addosso ogni qualvolta passava vicino alla chiesa. In
un angolo della stanza c'era una damigiana, sul lavandino, pronta
per essere cucinata, una zucca. Chissà se anche lei, come sua
madre, l'avrebbe cotta nella stufetta in ghisa? La donna, ignara
dei suoi pensieri, sedette di fronte a lui.
«Vive sola, qui?», chiese lui posando il cappello sul tavolo. «Sono
vedova, mio marito faceva il fabbro».
Marziali si guardò attorno, cercando di immaginare come fosse il
resto della casa. Pensò ad un letto largo e soffice, a una lampada
ad olio ormai in disuso, a un cappellino grazioso da indossare nei
giorni di festa.
«Non mi ha ancora detto che cosa vuole da me, maresciallo».
«Ha molti clienti, signora?».
«Non mi lamento».
«Donne di una certa età, suppongo».
«Si è forse lamentato qualcuno? Magari la Maria, quella vipera del
piano terra.
Che cosa le ha detto? Per caso le mie clienti fanno rumore?».
«La scorsa settimana», continuò lui, «verso le nove di sera, ha
ricevuto una ragazza, giovane, sulla ventina, bionda. Una bella
ragazza. Chi era?».
La donna abbassò il capo. «Non ricordo. Mi spiace».
Marziali aggrottò la fronte. «Non le conviene mentire. Guardi, io
sono uno che non ha fretta e tengo conto di chi mi dà una
mano».
«È mia figlia Gemma», rispose allora lei. Guardò verso la stufa,
poi negli occhi del maresciallo. «E neanche lei ha fatto
nulla».
«Umbertina Campassi. Vive qui in paese ormai da sei anni», spiegò
il brigadiere Salani, frugando tra i suoi ricordi. «In giro dice di
essere vedova, ma credo che non abbia mai avuto un marito».
«E Maria?», chiese il maresciallo.
«Maria Pellizzari, quella che abita al piano terra?», Salani non
attese la risposta. «È la bottegaia. Lei e il marito mandano avanti
quel negozio che c'è all'inizio di via Leopardi. Ha
presente?».
Aveva presente: una bottega piccola e poco accogliente, dove era
possibile comprare un po' di tutto, dal lucido da scarpe al latte
fresco.
«Ci sono stati screzi fra loro?».
«Non che io sappia! Diciamo che non vanno ai Vespri assieme».
«È una donna di chiesa?», lo interruppe Marziali.
«La Umbertina? Beh, non è il tipo che va a messa tutti
giorni».
«Mentre Maria è una parrocchiana devota, dico bene?».
«Sì, maresciallo. Canta nel coro e aiuta le suore con il
catechismo, proprio come la vedova Guanti».
«Ha delle amiche?», chiese ancora. «Mi riferisco alla
Campassi».
«Maresciallo, non so che dire. Se non che in estate, quando le
altre siedono in cortile a lavorare ai ferri, lei rimane in
casa».
«Non può essere che non si senta bene accetta?».
Il brigadiere lasciò andare il fiato di botto combattuto riguardo
alla risposta migliore da dare: «Io credo che le donne come
Umbertina siano destinate a restare in disparte, sole. Ma riguardo
alle amiche, ora che ci penso, ci sarebbe la Lola. Non credo ne
abbia già sentito parlare. Vive fuori dal paese, dalla parte
opposta a dove c'è la villa dei Guanti». Lo disse come se le due
cose non potessero convivere nello stesso posto.
«Bustaia anche lei?», lo provocò Marziali.
«No, maresciallo. Meretrice».
La pasticceria Lecabon era la più elegante della città, con i
tavolini in marmo e le tovaglie di organza ricamate a mano.
All'interno, dai paralumi verdi si diffondeva una luce tenue e
discreta. La padrona, o quella che sembrava esserlo, sedeva dritta
dietro la cassa, con aria distinta, sorridendo con disinvolta
parsimonia ai clienti. Quando il maresciallo entrò, la commessa
bionda in abito azzurro si accorse subito di lui, forse lo
riconobbe. Forse lo stava aspettando. Quando lui sedette, posò il
vassoio sul bancone di legno e si avvicinò alla padrona, per dirle
qualcosa. La donna , preoccupata che i clienti scoprissero che
c'era un carabiniere nel locale, concesse alla commessa qualche
minuto di pausa, in modo che potessero conversare in un luogo ove
la presenza di un gendarme non fosse imbarazzante per i suoi
affari. La ragazza, pallida e preoccupata, chiuse la porta del
retrobottega dietro di sé, scusandosi per il luogo in cui lo aveva
fatto accomodare. Ma Marziali non era uomo da badare a queste cose,
e non se ne preoccupò.
«Dove è nata, signorina?», chiese.
«A Borgomanero», dichiarò lei, abbassando il capo.
«Età?».
«Venticinque anni».
«Nubile?».
«Perché me lo chiede?».
Il maresciallo sollevò le spalle: «È una domanda come tante».
La donna non rispose.
«Signorina, la sua posizione, come quella di sua madre, potrebbe
farsi difficile se non sarà sincera con me: nessun altro mi può
togliere dalla mente il pensiero che abbiate a che fare con la
morte del notaio».
«Io non avrei mai fatto del male a Gianni!», rispose lei,
scoppiando in lacrime. Marziali prese uno sgabello e la invitò a
sedere.
«Bene! Allora non pianga, perché non serve a nulla».
Si appoggiò ad un bancone ed incrociò le braccia.
«Ricominciamo da capo: quanti anni hai?».
«Diciannove», confessò questa volta la ragazza. «Appena
compiuti».
«E chi ti guarda il bambino, quando lavori?».
«Ma come…».
«Andiamo, Gemma!», replicò spazientito il maresciallo. «Non sono
uno sprovveduto! Quando una casa è frequentata da un bambino lo si
capisce immediatamente. Allora, tu e il notaio avevate una
relazione?».
Ancora una volta, Marziali non sapeva niente del rapporto tra la
ragazza e la vittima. Immaginava. Ma si fidava del suo
intuito.
«Sì… No». Si corresse lei.
«Allora, sì o no?».
«Siamo stati insieme una volta sola, un anno fa, di questi
tempi».
«E il bambino?».
«Non è suo! Sono rimasta incinta dopo. Il padre è un militare che
non ne ha voluto sapere».
Il maresciallo scrollò il capo e preferì non commentare.
«Però è al notaio che hai chiesto aiuto, vero? Hai cercato di
fargli credere che fosse suo figlio?».
«No! Sono stata sincera con lui. Quando veniva in città, ci
vedevamo. Mi portava a cena in pizzeria, con la sua macchina, e mi
lasciava del denaro… Quando è nato il bambino, mi ha comprato un
sacco di cose e mi ha trovato questo lavoro in pasticceria. Senza
di lui, non avrei saputo come fare».
«E quando è stata l'ultima volta che lo hai visto?».
«Lunedì, due giorni prima che morisse. La pasticceria al mattino è
chiusa ed è venuto a casa, anche per stare un po' con Ginetto, mio
figlio. Abbiamo fatto colazione assieme e alle dieci è andato via.
Maresciallo», aggiunse poi, con il viso in fiamme. «Lui mi ha
lasciato una cosa. Una cosa che mi fa molta paura, perché non so
che farne. Vuole vederla?».
Marziali osservò con attenzione quello che la ragazza aveva da
mostrargli. Rifletté. Scrollò il capo più di una volta. Sospirò, ed
infine si avviò verso la porticina che conduceva alla pasticceria,
da dove le chiese: «Cosa doveva fare, il notaio, alle dieci? Perché
è andato via?».
«Aveva un appuntamento. Ma non so con chi».
Il maresciallo si occupò della "cosa" appena tornato in caserma,
dando incarico al brigadiere di verificare quella che, al momento,
era solo una sua ipotesi. Quando però, nel pomeriggio, le sue
domande trovarono una risposta, fu a Carmelo Lopane che dedicò la
massima attenzione.
Era un giovane dall'aspetto anonimo, il tipo che se lo incontri per
strada fai fatica a ricordarne volto e voce. Era nato in un paese
vicino a Caltanissetta, e da lì era emigrato con il resto della
famiglia stabilendosi con loro a Omegna e iniziando a lavorare per
i Guanti.
«Caruso Lopane», attaccò l'uomo dopo che il brigadiere lo aveva
invitato a declinare le sue generalità, «nato a Pietraperzia il 16
febbraio del 1937. Professione: giardiniere». «E, all'occorrenza,
autista», aggiunse il maresciallo, sedendo. «Da quanto tempo lavora
per i Guanti?».
«Due anni, giorno più, giorno meno». «E in questi due anni, giorno
più, giorno meno», ripeté ironico Marziali, «le è mai capitato di
accompagnare il notaio a Torino, in macchina?».
«Il notaio aveva la patente. Ho guidato solo per la signora. Sarà
successo un paio di volte in tutto e sempre a dicembre, poco prima
di Natale. Partivamo al mattino presto e tornavo a riprenderla nel
pomeriggio. Andava a fare spese perché, al ritorno, aveva sempre
molte borse con sé».
«E il notaio? Approvava queste "trasferte"?».
Il giovane sollevò le spalle. «Non sono cose che mi riguardano.
Quello che accadeva tra loro, non mi è mai interessato».
«La pagano bene?».
«Non mi lamento. Sono puntuali col salario, e vicino alle feste,
nella busta, trovo sempre qualche soldo in più».
Marziali si alzò e andò verso la finestra. La piazzola davanti alla
caserma era deserta e la giornata grigia, nebbiosa.
Quando il giardiniere lasciò il suo ufficio e scese in strada, il
maresciallo si accorse che c'era una persona ad aspettarlo, una
donna col capo coperto da un fazzoletto a fiori e gli occhi
nascosti dietro occhiali da sole, nonostante fosse nuvolo e il
cielo promettesse pioggia: la vedova Guanti.
«Mettigli qualcuno dietro», ordinò a Salani.
«Dietro a chi, signore?», chiese il brigadiere, confuso.
«A Lopane. Voglio che non lo perdiate di vista. Che gli stiate
addosso».
«In questo momento, tra influenza e licenze, siamo solo in due», si
giustificò lui, pensando già al lavoro che lo aspettava.
«In tre», lo corresse Marziali, «vi darò una mano».
Cominciò così un pedinamento di quattro giorni, durante i quali fu
proprio il maresciallo il più infaticabile. Seguì il giardiniere
come un'ombra. Al mattino lo aspettava sotto casa e gli andava
dietro con l'Alfetta fino alla villa, all'ora di pranzo si faceva
dare il cambio. Alla sera, invece, in abiti borghesi e con il
sigaro tra le labbra, si mischiava tra i passanti, camminando a
tratti svelto e a tratti lentamente. Seguiva il suo uomo come fosse
il suo angelo custode.
Lopane non frequentava il bar della piazzetta, ma un locale fuori
paese nel quale si radunavano altri emigrati. Parlava con loro,
giocava a biliardo e poi fuori, con il maresciallo appresso. Una
sera, la seconda dall'inizio del pedinamento, aveva persino avuto
l'ardire di affrontarlo. Si era avvicinato e, con rabbia, gli aveva
chiesto cosa volesse da lui. Ma Marziali non gli aveva risposto,
aveva continuato a fumare e a stargli dietro. Poi, un mattino,
finalmente, Lopane, preso dal panico, crollò. Attese che l'Alfetta
di Marziali fosse parcheggiata davanti alla villa, appoggiò la bici
contro un palo e puntò verso il maresciallo seduto al posto di
guida.
«Io non so niente! Non me ne intendo di certe cose».
Marziali scese, lo prese e tenendolo schiacciato contro l'auto,
disse: «Sei uno stupido. A chi credi che daranno la colpa? Alla
vedova? No! Al "terrone", all'ultimo arrivato! E tu passerai il
resto dei tuoi giorni in galera!».
«Non ho fatto niente!», urlò il ragazzo, scoppiando in lacrime.
«Non sapevo che cosa n'avrebbe fatto, non sono neppure sicuro
che…».
«Ti ha dato lei la pianta, giusto? La signora Guanti. Ti ha chiesto
di coltivarla in un luogo appartato e poi un bel giorno, dopo la
morte del notaio, ti ha chiesto di strapparla e buttarla
via».
«È stato dopo la morte di Sofy, la gatta», spiegò il giardiniere,
vedendo l'espressione perplessa del maresciallo. «Ha voluto che la
bruciassi».
Marziali mollò la presa. «E tu lo hai fatto?».
«Sì, ma ne ho tenuto un po'».
«E bravo Lopane! E perché?».
«La signora teneva tanto a quella pianta, ho pensato valesse dei
soldi».
«Non sai quanti!».
Erano tutti seduti nel corridoio della caserma: la vedova, il suo
avvocato, il giardiniere e Maria Pelizzari, la bottegaia. Quando il
maresciallo passò loro davanti, solo Antonietta Bevilacqua sollevò
il capo, sfidandolo. Marziali spalancò la porta e disse loro che
potevano entrare.
Presero posto: la vedova e il suo avvocato, Lopane e la
bottegaia.
«Credo ci debba delle spiegazioni, maresciallo», attaccò il
legale.
«Siamo qui per questo. Tanto per cominciare, le confesserò che, fin
dal primo colloquio con la sua cliente, ho avuto l'impressione che
ci fosse proprio lei dietro la morte del marito».
«È inaudito!», replicò lui con costruito disgusto.
«Non si arrabbi e mi lasci spiegare. La prima cosa che ho pensato,
conoscendola, è stata che avesse un amante, e non solo perché la
vittima era molto più vecchia di lei, e la signora una donna molto…
avvenente», disse dopo aver meditato un po' su quale fosse
l'aggettivo migliore.
«Essere più giovani del marito e "avvenenti", come dice lei, non mi
sembra una prova di colpevolezza», obiettò prontamente
l'avvocato.
«Certo che no!», Marziali prese posto dietro la scrivania. «Ma è
stato il veleno a farmi sospettare seriamente di lei. Un modo di
uccidere "femminile", sebbene di donne, in questa storia, ce ne
fossero ben tre, anzi, quattro. Gemma, tanto per incominciare. Una
ragazza ingenua, colpevole di essersi data ad un mascalzone che,
dopo averla messa incinta, si è dileguato; la madre, Umbertina
Campassi, di professione bustaia; la vedova e la signora Pelizzari,
commerciante».
«Precisiamo subito, maresciallo», intervenne quest'ultima, «che io
sono qui solo perché il brigadiere mi è venuto a prendere in
negozio, come se fossi una delinquente, mentre io sono una persona
onesta, che non ha nulla a che spartire con quella poco di buono
della Campassi».
«Mi scuso per lui, signora», Marziali la guardò sorridente e alla
donna venne il dubbio che la stesse prendendo in giro. «Vede, il
motivo per cui lei è qui, è la sua amicizia con la signora
Guanti».
«È forse un reato essere mia amica?», domandò la vedova.
«No, non lo è. Ma torniamo per un momento a suo marito e alla
relazione che, secondo quello che lei ha pensato, aveva con Gemma,
la figlia di Umbertina. Il notaio, dopo aver conosciuto la ragazza,
decise di cambiare testamento, ragione per cui, prima di morire,
andò a Torino, dal dottor Ruffini, il notaio che aveva rilevato il
suo vecchio studio».
«Non c'è nessun testamento, può controllare!», replicò la
donna.
«Non ne dubito. Ma il testamento non c'è non perché non sia stato
scritto, ma perché...», rispose Marziali dopo un attimo di
riflessione, «Ruffini è il suo amante». «Non si scandalizzi,
avvocato», aggiunse poi con aria severa, bloccando sul nascere il
legale. «So quel che dico. Cosa non si fa, per amore! Non deve
essere stato facile convincerlo a far sparire il documento, ma
anche in quel caso non si sentiva tranquilla. Suo marito avrebbe
potuto rivolgersi ad altri e intestare direttamente delle proprietà
alla ragazza, e lei non voleva correre questo rischio. Allora ha
pensato di ricorrere a Lopane, un "sempliciotto" non insensibile
alle sue civetterie, e gli ha chiesto di coltivare una pianta per
lei: la digitale».
«Non so di che cosa sta parlando, maresciallo», rispose la
vedova.
«Quando non le è più servita, gli ha chiesto di buttarla, ma lui ne
ha conservato un arbusto», continuò Marziali, guardando il
giardiniere, «perché credeva fosse una rarità e potesse valere
denaro».
«Una ricostruzione interessante», intervenne il legale, «ma
assolutamente inutile, in assenza di prove! Questo giovanotto alle
mie spalle può raccontare quello che vuole, ma sarebbe solo la sua
parola contro quella di una persona a modo, senza precedenti
penali, rispettata e…».
«Mi risparmi l'arringa, avvocato», lo interruppe il maresciallo. «E
poi le prove ci sono. Non è stato Lopane a comprare la pianta, ma
la sua cliente. L'ha ordinata telefonicamente e chiesto a un'amica
di ritirare il pacco per lei. Dico bene, signora Pelizzari? Guardi,
le consiglio di pensare bene alla risposta, perché rischia
un'accusa di complicità in omicidio».
«Ma io non sapevo che cosa contenesse il pacco», rispose lei,
sbiancando in volto. «Mi ha detto che era un regalo per
Gianni».
La vedova accavallò le gambe, e fissò il maresciallo sforzandosi di
sorridere, per nulla turbata dal cedimento emotivo della
bottegaia.
«Non c'è nessun testamento. Non c'è mai stato. Al massimo lei può
dimostrare che ho ordinato una pianta e che ho chiesto ad un'amica
di ritirarla per me. Ne ignoravo la pericolosità. E poi chiunque,
una volta piantata, avrebbe potuto raccoglierla e avvelenare mio
marito. Soprattutto Lopane, che magari sperava di poterne occupare
il letto».
«Eh! Cara signora Guanti», Marziali si appoggiò alla scrivania,
«quello che lei dice è plausibile. O, meglio, lo sarebbe se suo
marito, prima di essere ucciso, non avesse fatto una copia del
testamento sparito e non lo avesse lasciato alla sola persona di
cui si fidava: Gemma Campassi. E sa una cosa? Una volta arrestata
lei con l'accusa di omicidio, e in assenza di altri eredi, tutto il
patrimonio di famiglia finirà a quella ragazza e al suo bambino. E
io mi accerterò che a nessuno dei due accada mai nulla».
Il lago era di un bruno sporco. Il rumore dei passi sull'asfalto
bagnato attirava la curiosità di chi era in casa e dietro qualche
finestra si muovevano le ombre dei più indiscreti. Nonostante fosse
domenica, dalla bottega di Maria arrivava l'odore del formaggio,
poco lontano quello del caffè e delle caldarroste. Il maresciallo,
prima di tornare in caserma, ne comprò un cartoccio. La gente lo
guardava con più soggezione, adesso, indicandolo come quello che
aveva messo il naso nelle "faccende" della famiglia Guanti. Lui
solo, però, sapeva davvero perché l'uomo avesse lasciato il suo
denaro alla ragazza, e Umbertina gli era grata per aver mantenuto
il segreto. Il maresciallo sorrise tra sé e sé chiedendosi se il
piccolo, un giorno, avrebbe studiato, grazie al denaro del nonno, e
magari fosse diventato anche lui uno stimato
notaio. |