CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2010 > Luglio > CULTURA

Tra musica e discorso

In occasione del Festival della Parola, svoltosi in Valle d'Aosta alla fine di maggio, abbiamo incontrato Giulio Rapetti, meglio noto come Mogol. A lui si devono i testi di alcune tra le più amate canzoni italiane

Giulio Rapetti, in arte Mogol Un'iniziativa culturale davvero degna di nota si è svolta, dal 23 aprile al 2 maggio, tra Aosta e la suggestiva sede del Castello di Sarre. Si tratta della prima edizione di Babel, il Festival della Parola. Un viaggio di dieci giorni nelle parole e nelle testimonianze di autori, giornalisti, musicisti, attori e studiosi delle più diverse discipline, che ha avuto come obiettivo quello di rivalutare il ruolo della parola nelle sue varie forme ed espressioni. Il tutto con un tema prescelto quale fil rouge della manifestazione: quello dell'esilio, su cui autori e testimoni si sono confrontati.

Il Festival, organizzato dall'Assessorato Istruzione e Cultura Valle d'Aosta e tratto da un'idea di Riccardo Piaggio, si è svolto nei luoghi più significativi della regione: la piazza Chanoux del capoluogo ha ospitato La Casa di Babel, sede degli incontri pomeridiani e dei concerti, e l'Agorà dei libri, la libreria del Festival frutto di una sinergia tra l'Assessorato Istruzione e Cultura e i librai valdostani, mentre il Criptoportico forense ha accolto le letture teatrali. Il Castello di Sarre è stato teatro degli incontri serali. In quello di Ussel, infine, è stata allestita la mostra dedicata a Giorgio Forattini, parte integrante della manifestazione.

«Questo nuovo Festival della Parola», ha sottolineato l'Assessore all'Istruzione e Cultura, Laurent Viérin, «nasce dalla volontà di organizzare un grande evento culturale in Valle d'Aosta, che possa, negli anni, inserirsi nel circuito dei grandi festival nazionali, dando visibilità alla nostra regione e ai suoi luoghi e monumenti significativi».

Numerosi i personaggi che si sono alternati sul palcoscenico di Babel. A cominciare da Lucio Dalla, che ha inaugurato il Festival con un concerto. «La decisione di far aprire le danze al cantante bolognese», ci ha spiegato Arnaldo Colasanti, scrittore e conduttore televisivo, nonché organizzatore dell'evento, «è stata dettata dal fatto che Dalla è un autore che raccoglie le immagini, le trasforma in parola e le racconta in musica. (...) Dalla è un autore popolare, prima ancora che "leggero", e la cultura che il Festival ha scelto di raccontare non è quella immobile e separata dalle nostre esistenze, bensì quella viva, contemporanea e, appunto, "popolare". Le parole possono cambiare il mondo (...): ogni "discorso", anche quando messo in musica, è un'occasione per farlo».

A proposito di parole, anzi di "pensieri e parole", un'altra figura di grande rilievo che è stata protagonista di Babel è stato colui che con le parole ha impostato la sua esistenza, regalandoci i testi più belli della storia della nostra canzone: Giulio Rapetti, in arte Mogol. L'artista, al quale l'Amministrazione regionale dedica da due anni un Premio che porta il suo nome, in un colloquio con Arnaldo Colasanti ha spiegato come sono cambiate la musica, le parole e la società italiana negli ultimi quarant'anni. Per Babel, Mogol ha ricordato la sua vita di paroliere, con un viaggio nelle parole che hanno costruito l'epopea della canzone d'autore e della musica leggera in Italia. E ha toccato anche il tema della prima edizione: l'esilio. Quello della canzone "popolare" dalla cultura italiana e di molti cantautori dal mondo discografico, ma anche l'esilio raccontato in tante canzoni che fanno ormai parte della nostra vita.

Incontriamo Mogol alla fine della serata con Colasanti. Disponibile, sorridente, colpisce subito il suo modo di parlare così pacato, calmo, fatto di molte pause. Riesce ad incantare chiunque con le sue parole, che arrivano dritte al cuore, come fossero musica.

Qui si parla della parola. Quanto è cambiato, secondo lei, che è considerato un mito vivente per le sue poesie-canzoni, l'uso della parola da quarant'anni a questa parte?
«Forse è cambiato il modo di comunicare, di sicuro è cambiato quello di cantare, ma non le parole. Le parole, sono sempre le stesse».

Questa sera abbiamo ascoltato una canzone inedita, Il Paradiso non è qui. Come nasce questo pezzo meraviglioso e perché non è mai stato pubblicato?
«Lucio Battisti ne scrisse la musica, io il testo. Avremmo dovuto includerlo nell'album Una giornata uggiosa, ma le canzoni erano già tante, così lui mi disse: lo inseriremo nel prossimo. Purtroppo, però, non c'è stato nessun prossimo album, e la canzone è rimasta orfana».

C'è una canzone, tra quelle da lei scritte, a cui è legato in maniera particolare?
«Nella mia carriera non ho mai avuto figlie e figliastre. Le canzoni che ho composto sono tutte parte della mia vita, della mia storia».

Cosa sta scrivendo in questo periodo?
«Per la prima volta mi sto dedicando ai testi di alcune romanze per un'opera lirica ispirata a Storia di una capinera. Verrà presentata a breve al teatro San Carlo di Napoli».
Margherita Basso