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Non è facile spiegare perché nessuna istituzione pubblica abbia
messo in programma, quest'anno, una celebrazione di Sandro
Botticelli, nel quinto centenario della sua morte. Soltanto a
Francoforte, in Germania, nei mesi scorsi è stata organizzata una
mostra delle sue opere. In Italia, nulla. Il prossimo anno (nel
quadro delle manifestazioni previste in Russia per la celebrazione
dell'Anno della Cultura italiana) alcuni dipinti del grande artista
fiorentino potranno essere ammirati nel Museo Pushkin di Mosca. Ma
questo non giustifica il silenzio che avvolge in Italia la memoria
di uno dei più illustri pittori del Rinascimento. Colpa,
presumibilmente, di Caravaggio che (morto un secolo dopo) ha
catalizzato l'attenzione di tutti. Oppure - ma questo sarebbe
piuttosto grave - del cambiamento dei canoni della bellezza, di cui
Botticelli fu il principale interprete e il più celebre
cantore.
La bellezza è il manifesto della sua arte. Ancora oggi - a cinque
secoli di distanza - il suo cognome è aggettivato per descrivere i
lineamenti puri e luminosi di un volto femminile, definendolo
"botticelliano". A dire il vero, quello non era il suo cognome.
Alla nascita si chiamava Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi,
ma poi divenne celebre come Botticelli, pare ereditando il nuovo
cognome da un orafo, che si chiamava Botticello, nella cui bottega
aveva fatto l'apprendista, dimostrando le sue qualità artistiche. I
suoi capolavori - La Primavera e La nascita di
Venere (che si trovano nella Galleria degli Uffizi di Firenze)
- sono considerati ancora il paradigma della bellezza
femminile.
«La Venere di Botticelli», scrisse sessant'anni fa uno dei maggiori
storici dell'arte del Novecento, Ernst Gombrich, «è tanto bella che
non rileviamo l'innaturale lunghezza del collo, le spalle spioventi
e lo strano modo con cui il braccio sinistro è raccordato al corpo.
O, piuttosto, dovremmo dire che tutte queste libertà che Botticelli
si prese con la natura per ottenere la grazia della sua linea
accrescono la bellezza e l'armonia del disegno, in quanto
accentuano l'impressione di un essere infinitamente tenero e
delicato, spinto alle nostre rive come un dono del cielo».
L'«innaturale lunghezza del collo» avrebbe connotato (quattro
secoli più tardi) i capolavori di Amedeo Modigliani. Ed è
significativo come un artista tedesco, Ludwig Meidner (che fu amico
di Modì), raccontasse di «non aver mai sentito un pittore parlare
di bellezza con tanta passione» quanto Modigliani. «Mi mostrò
alcune opere dei pittori fiorentini. Ciò che diceva era ancora più
bello dei quadri».
UNA STATUA. Barbara Deimling, Direttore della
Syracuse University di Firenze, sottolinea come «l'immagine di
Venere appaia nel dipinto botticelliano come una statua antica. Il
morbido modellato del suo incarnato bianco e luminoso ricorda il
marmo, mentre nel suo atteggiamento ritroviamo l'antica scultura
della Venus Pudica. Botticelli ha marcato con una linea
nera il profilo della figura, rilevandola così nettamente dal piano
del dipinto e sottolineandone la straordinaria luminosità e
freschezza». Una statua impressa sulla tela. O - per raccontarla
con il linguaggio visivo dei giorni nostri - uno straordinario
esperimento ante litteram di immagine in 3D, che è
possibile ammirare senza il fastidioso contributo degli appositi
occhialini.
Il discorso sulla bellezza - insieme alla Venere -
coinvolge La Primavera, un dipinto per molti versi
enigmatico. Commissionato da Lorenzo di Pierfrancesco, esponente di
un ramo collaterale della famiglia Medici, il dipinto (su tavola)
riprende un racconto mitologico del poeta latino Ovidio: il dio del
vento (Zefiro) insegue la ninfa Clori e la trasforma in Flora, la
dea dei fiori della primavera. E nel quadro figurano quasi
cinquecento specie di piante (fra cui centonovanta fiori): un vero
trattato di botanica, ma anche un'elegia dell'amore ideale. E un
inno alla bellezza, naturalmente. Sul piano estetico, non è lecito
nutrire dubbi. Botticelli, intriso di cultura platonica (come Pico
della Mirandola, Poliziano, e cento altri artisti che seguivano le
sagge lezioni platoniche di Marsilio Ficino), citava il filosofo
greco secondo il quale «il bello corrisponde al buono». E lo
identificava con il corpo femminile e con le meraviglie della
natura.
Angelo Poliziano, poeta di corte, aveva descritto in versi (nelle
Stanze) il giardino di Venere, luogo dell'eterna primavera
e della gioia. E anche quei versi furono una fonte di ispirazione
per Botticelli. Poliziano - secondo Chiara Basta (che ha dedicato
una monografia a Botticelli) - si riferiva «all'amore che legò
Giuliano de' Medici (il fratello del Magnifico) a Simonetta
Cattaneo, secondo alcuni da intendersi più in chiave cortese
cavalleresca che non reale», tenendo conto che Simonetta era
sposata. Lo storico Marcello Vannucci, in una biografia dei Medici,
offre ulteriori particolari (ricavati anche dai pettegolezzi del
tempo) raccontando due giostre cavalleresche tenute a Firenze alla
fine degli anni Sessanta, prima e dopo la morte del padre di
Lorenzo il Magnifico e del matrimonio dello stesso Lorenzo con
Clarice Orsini. Il primo torneo ebbe come vincitore proprio il
giovane principe, la cui madre (Lucrezia Tornabuoni) supponeva - in
buona fede - che il trionfo fosse stato dedicato alla futura nuora.
Il secondo torneo fu appannaggio di Giuliano: l'uno e l'altro,
nella realtà, avevano dedicato la vittoria a Lucrezia Donati.
Botticelli, già inserito nella corte medicea, ritrasse nel dipinto
i volti della Donati e della Cattaneo, segno che era al corrente
degli intrighi di palazzo. Quel giardino - con la sua straordinaria
varietà botanica - doveva rappresentare per Botticelli il
paradiso.
Alla corte del Magnifico, Botticelli dette il meglio (e il peggio)
di sé. Il meglio per la leggerezza delle sue opere e per
l'approccio sempre gioioso quale che fosse il soggetto: i miti
dell'antichità pagana, i racconti del Decamerone (come i
quattro episodi della storia di Nastagio degli Onesti) o i dipinti
dedicati all'Antico e al Nuovo Testamento. Dette il peggio come
cortigiano: i suoi compagni lo giudicavano uno scroccone senza
scrupoli e un esecutore di qualunque commessa, anche la più
sgradevole. Come - per esempio - quando (per un compenso di 40
fiorini) accettò di dipingere appesi alla forca, sulla facciata del
Palazzo Comunale, gli uomini che avevano partecipato alla congiura
dei Pazzi nella quale fu assassinato Giuliano de' Medici. E da
cortigiano adulatore, nell'Adorazione dei Magi, mise in
fila nel presepio i principali esponenti della famiglia che guidava
Firenze: l'uomo in ginocchio ai piedi della Madonna è Cosimo,
quello al centro, in primo piano, con il manto rosso, è il figlio
di Cosimo e padre di Lorenzo, Pietro il Gottoso, mentre il giovane
a sinistra con il farsetto rosso, appoggiato alla spada, dovrebbe
essere il Magnifico.
L'adulazione funzionò. Si sa per certo che, quando si sentì
prossimo alla fine, colpito da un male che non lasciava speranze,
Lorenzo volle che L'Adorazione fosse posta in bella vista
nella sua camera da letto.
"CERVELLO STRAVAGANTE". Giorgio Vasari (autore de
Le vite dei più eccellenti architetti, pittori et scultori
italiani, l'opera che l'ha accreditato come il primo storico
dell'arte moderna) mostrò grande ammirazione per Botticelli, e
testimoniò la fama che l'artista aveva raggiunto mentre era ancora
in vita. Lo raccontò - tuttavia - con qualche osservazione
agrodolce, sostenendo che era una «persona sofistica», dotata di un
«cervello sì stravagante». Lo rimproverò anche di aver scialacquato
le ricchezze che il suo lavoro gli aveva fruttato, riducendosi in
povertà negli anni della vecchiaia.
La fama si appannò nei secoli successivi. Botticelli fu riscoperto
nell'Ottocento, soprattutto ad opera dei pittori "preraffaelliti"
(primo fra tutti Dante Gabriel Rossetti, che possedette e ritoccò
il Ritratto di Esmeralda Brandini, oggi al Victoria and
Albert Museum di Londra), e poi elevato agli altari da Gabriele
D'Annunzio che (Chimera) adorava le figure femminili
acconciate di «foglie e di fiorelli / come la donna dell'allegoria
/ che apparve in sogno a Sandro Botticelli». Nel Novecento,
finalmente, la consacrazione è stata compiuta. Bernard Berenson (il
più grande critico d'arte del secolo scorso) esaltò «le linee che
esprimono il palpito della chioma, lo svolare dei panni o la danza
delle onde nella Nascita di Venere» in grado di «eccitare
la nostra immaginazione, direttamente comunicando la vita».
Aggiunge Berenson: «Immaginiamo un'arte tutta quanta formata delle
quintessenze del movimento: si avrà qualcosa che, rispetto alla
rappresentazione della forma, presenta l'identico rapporto
intercorrente fra musica e linguaggio. Quest'arte esiste, e si
chiama decorazione lineare. Nell'ambito di essa, Botticelli può
aver avuto rivali in Giappone o altrove nell'Oriente; in Europa,
no». E proprio uno storico dell'arte giapponese, Yukio Yashiro,
scrisse quasi un secolo fa che «con la sua arte Botticelli fu un
dono raro per l'Europa, frammezzo al culto troppo esclusivo del
realismo».
Il critico Lionello Venturi scrisse che «Botticelli sogna
immaginari arabeschi, ritmi lenti e continui di danza, linee piene
di grazia; e li sa realizzare in funzione del rilievo e del
movimento». Con Botticelli - scrisse, infine, Giulio Carlo Argan -
«per la prima volta un pittore del Rinascimento tende al "bello"
come fine supremo».
La gioia - che si appannò negli ultimi anni della sua vita, dopo
l'adesione alle crociate di Savonarola (che rese cupa una città di
allegria sovrana come la Firenze rinascimentale) - Botticelli la
espresse anche nelle opere di carattere religioso, dipingendo
Madonne di assoluta grazia spirituale o raccontando (negli
affreschi della Cappella Sistina) episodi del Vecchio e del Nuovo
Testamento dai quali traspaiono sempre la bellezza (legata alla
bontà) e la felicità. Esattamente come i cinque angeli che fanno da
contorno alla Madonna del Magnificat hanno i volti puliti
e sereni di chi gode della propria beatitudine.
Ecco: Botticelli raccontava - attraverso la bellezza - un mondo
sereno e felice. Molto diverso da quello sofferente che avrebbe
descritto (un secolo dopo) Caravaggio. Che è forse più vicino al
clima dei giorni nostri. E questo potrebbe spiegare perché il
secondo abbia oggi più fortuna del
primo.
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