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Intelligente, colto, spiritoso, di
carattere riservato ed introverso, questo esuberante e
straordinario talento letterario (del quale è stato recentemente
commemorato il centenario della nascita) possedeva, soprattutto,
una marcata vena di aspra ironia, che lo rendeva a volte
implacabilmente cinico e feroce. Poteva permetterselo, senza finti
pudori e ipocrisie, perché la sua "cattiveria" era rivolta a se
stesso ancor prima che agli altri.
Per quanto talora edulcorate con astuta mitezza, le sue corrosive
osservazioni facevano e fanno certamente sorridere, ma penetrano
ancor più le nostre coscienze, scuotendo con forza il pensiero e la
riflessione. «In questi tempi», confessava durante un'intervista,
«l'unico modo di mostrarsi uomo di spirito è di essere seri».
Ancora più preconizzante quest'altra analisi sull'evoluzione (o
involuzione) sociale: «L'evo moderno è finito. Comincia il
medio-evo degli specialisti: oggi anche il cretino è
specializzato». O questa, finemente paradossale: «Se lei si spiega
con un esempio, allora non capisco più niente». O infine
quest'altra, decisamente tragicomica, per non dire drammatica: «Ho
lasciato la mia famiglia, perché ero stanco di sentirmi
solo».
Ben oltre il sarcasmo, i suoi giudizi sul costume contemporaneo
erano lapidari e spietati, anticipando spesso - com'è
nell'intuizione dei grandi maestri di satira e umorismo - le
trasformazioni epocali in atto. Qualche esempio: «In Italia la
linea più breve tra due punti è l'arabesco». Ed anche: «Il vero
psicanalista delle donne è il loro parrucchiere». Oppure: «Il
peggio che può capitare a un genio è di essere compreso». E ancora:
«Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non
partire».
Nato a Pescara il 5 marzo 1910, Flaiano ebbe un'infanzia
movimentata con spostamenti continui in diverse scuole e collegi
tra l'Abruzzo e le Marche, prima di arrivare nel 1921 a Roma, dove
completò gli studi superiori, frequentando poi la facoltà di
Architettura. Qui, dall'incontro con Mario Pannunzio, agli inizi
degli anni Trenta, cominciò la sua intensa e feconda avventura nel
giornalismo, divenendo critico cinematografico e teatrale di punta
del settimanale Oggi, collaborando a molti altri periodici
e riviste, e passando successivamente al cinema, come soggettista e
sceneggiatore, al fianco dei maggiori registi del tempo: Monicelli,
Blasetti, Antonioni, e soprattutto Fellini, nei cui film più
importanti e famosi - da La strada a I vitelloni
a 8 1/2 - ebbe parte attiva e fondamentale.
Il rapporto con Roma fu sempre di amore-odio. Molto significativo
questo brano autobiografico, che descrive la Capitale nell'estate
del 1958: «Sto lavorando con Fellini e Tullio Pinelli a
rispolverare una nostra vecchia idea per un film... Fellini vuole
adeguarla ai tempi che corrono, dare un ritratto di questa "società
del caffè" che folleggia tra l'erotismo, l'alienazione, la noia e
l'improvviso benessere. [...] Il film avrà per titolo La dolce
vita e non ne abbiamo scritto ancora una riga... In questi
ultimi tempi Roma si è dilatata, distorta, arricchita: la gente
vive all'aperto, invade le trattorie, i cinema, le strade, lascia
le sue automobili in quelle stesse piazze che una volta ci
incantavano per il loro nitore architettonico, e che adesso
appaiono come immensi garages».
Tutte le opere di Flaiano sono percorse da un'originale vena
satirica e da un acuto senso del grottesco, che nell'analisi
critica dell'autore diventano gli strumenti più propri per
stigmatizzare gli aspetti talora eccentrici e contraddittori della
realtà quotidiana. Inguaribile scontento, era solito affermare che
«I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei
in tutto: gli altri fanno volume».
Lo scrittore pescarese fu, in definitiva, un umorista raffinato
che aveva peraltro capito (e previsto) tutto: «Fra trent'anni»,
diceva intorno al 1970, «l'Italia sarà non come l'avranno fatta i
governi, ma come l'avrà fatta la televisione».
Il suo motto preferito - diventato nel tempo un diffuso assunto
paradossale, e quasi una massima comune - era: «Ho poche idee, ma
confuse». Mentre dagli abituali momenti d'introspezione nascevano
alcuni suoi leggendari aforismi, come: «La stupidità degli altri mi
affascina, ma preferisco la mia». Oppure: «Una volta il rimorso
veniva dopo, adesso mi precede». O ancora: «Il mio gatto fa quello
che io vorrei fare, ma con meno letteratura».
Con Tempo di uccidere, un romanzo affettuosamente
sollecitatogli da Leo Longanesi, fu il primo vincitore del Premio
Strega, nel 1947. Pubblicò moltissime altre cose, fra cui
Diario notturno, La solitudine del satiro, Un marziano a
Roma. «Io credo soltanto nella parola», sosteneva. «La parola
ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il
senso dello scrivere».
Come molti autori umoristi, anche Flaiano è stato piuttosto
dimenticato dalla critica: «A tale proposito», ha argutamente
commentato il nostro immarcescibile Andrea Camilleri, «va precisato
che non sono gli italiani ad essere impermeabili all'ironia o alla
satira. L'ironia e la satira hanno sempre fatto e continuano a fare
parte integrante del tessuto della cultura più popolare, ne sono
state anzi l'espressione più schietta e felice. Il rifiuto avviene
semmai da parte della togata critica nostrana, di quegli occhialuti
cerberi custodi e detentori degli orientamenti letterari in Italia,
i quali hanno sempre preferito far prevalere la letteratura
penitenziale, quella dove lo scrittore soffre a scrivere e il
lettore soffre a leggere...».
Flaiano morì d'infarto in una clinica romana il 20 novembre 1972.
Come tutti gli umoristi, la sua missione è stata quella di scoprire
il lato comico nelle cose serie e il lato serio nelle cose comiche.
Un compito svolto con grande sapienza, umiltà e generosità,
malgrado il suo carattere indomabilmente "selvatico". E tuttavia,
chi egli fosse veramente, o desiderasse di essere, lo scrittore
abruzzese l'ha soprattutto indicato in questo suo poetico pensiero,
ripreso da Diario degli errori: «Sognatore è un uomo con i piedi
fortemente appoggiati sulle nuvole».
Per i suoi connazionali - verso i quali, al di là delle censure
sulle inevitabili e innumerevoli imperfezioni, contraddizioni,
fobie e furberie, nutriva in definitiva un amore complice se non
profondissimo - aveva creato una fitta produzione di formule tanto
salaci quanto pungenti. La più nota, e probabilmente anche la più
esplicativa, rimane quella che scrisse nel 1970 in Frasario
essenziale: «L'inferno, l'italiano si ostina a immaginarlo come un
luogo dove, bene o male, si sta con le donne nude, e dove, prima o
poi, con i diavoli ci si mette d'accordo». (5.
continua)
Errata corrige: nel numero di maggio, nella
presente rubrica dedicata ai Maestri del sorriso, abbiamo
attribuito a Giovannino Guareschi 20mila copie di libri vendute.
Naturalmente sono molte di più: ben 20 milioni! Ce ne scusiamo con
i lettori. |