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I maestri del sorriso

Antologia degli Umoristi italiani del Novecento - Ennio Flaiano

Intelligente, colto, spiritoso, di carattere riservato ed introverso, questo esuberante e straordinario talento letterario (del quale è stato recentemente commemorato il centenario della nascita) possedeva, soprattutto, una marcata vena di aspra ironia, che lo rendeva a volte implacabilmente cinico e feroce. Poteva permetterselo, senza finti pudori e ipocrisie, perché la sua "cattiveria" era rivolta a se stesso ancor prima che agli altri.

Una vignetta di Melanton Per quanto talora edulcorate con astuta mitezza, le sue corrosive osservazioni facevano e fanno certamente sorridere, ma penetrano ancor più le nostre coscienze, scuotendo con forza il pensiero e la riflessione. «In questi tempi», confessava durante un'intervista, «l'unico modo di mostrarsi uomo di spirito è di essere seri». Ancora più preconizzante quest'altra analisi sull'evoluzione (o involuzione) sociale: «L'evo moderno è finito. Comincia il medio-evo degli specialisti: oggi anche il cretino è specializzato». O questa, finemente paradossale: «Se lei si spiega con un esempio, allora non capisco più niente». O infine quest'altra, decisamente tragicomica, per non dire drammatica: «Ho lasciato la mia famiglia, perché ero stanco di sentirmi solo».

Ben oltre il sarcasmo, i suoi giudizi sul costume contemporaneo erano lapidari e spietati, anticipando spesso - com'è nell'intuizione dei grandi maestri di satira e umorismo - le trasformazioni epocali in atto. Qualche esempio: «In Italia la linea più breve tra due punti è l'arabesco». Ed anche: «Il vero psicanalista delle donne è il loro parrucchiere». Oppure: «Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso». E ancora: «Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire».

Nato a Pescara il 5 marzo 1910, Flaiano ebbe un'infanzia movimentata con spostamenti continui in diverse scuole e collegi tra l'Abruzzo e le Marche, prima di arrivare nel 1921 a Roma, dove completò gli studi superiori, frequentando poi la facoltà di Architettura. Qui, dall'incontro con Mario Pannunzio, agli inizi degli anni Trenta, cominciò la sua intensa e feconda avventura nel giornalismo, divenendo critico cinematografico e teatrale di punta del settimanale Oggi, collaborando a molti altri periodici e riviste, e passando successivamente al cinema, come soggettista e sceneggiatore, al fianco dei maggiori registi del tempo: Monicelli, Blasetti, Antonioni, e soprattutto Fellini, nei cui film più importanti e famosi - da La strada a I vitelloni a 8 1/2 - ebbe parte attiva e fondamentale.

Il rapporto con Roma fu sempre di amore-odio. Molto significativo questo brano autobiografico, che descrive la Capitale nell'estate del 1958: «Sto lavorando con Fellini e Tullio Pinelli a rispolverare una nostra vecchia idea per un film... Fellini vuole adeguarla ai tempi che corrono, dare un ritratto di questa "società del caffè" che folleggia tra l'erotismo, l'alienazione, la noia e l'improvviso benessere. [...] Il film avrà per titolo La dolce vita e non ne abbiamo scritto ancora una riga... In questi ultimi tempi Roma si è dilatata, distorta, arricchita: la gente vive all'aperto, invade le trattorie, i cinema, le strade, lascia le sue automobili in quelle stesse piazze che una volta ci incantavano per il loro nitore architettonico, e che adesso appaiono come immensi garages».

Tutte le opere di Flaiano sono percorse da un'originale vena satirica e da un acuto senso del grottesco, che nell'analisi critica dell'autore diventano gli strumenti più propri per stigmatizzare gli aspetti talora eccentrici e contraddittori della realtà quotidiana. Inguaribile scontento, era solito affermare che «I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto: gli altri fanno volume».

Lo scrittore pescarese fu, in definitiva, un umorista raffinato che aveva peraltro capito (e previsto) tutto: «Fra trent'anni», diceva intorno al 1970, «l'Italia sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione».

Il suo motto preferito - diventato nel tempo un diffuso assunto paradossale, e quasi una massima comune - era: «Ho poche idee, ma confuse». Mentre dagli abituali momenti d'introspezione nascevano alcuni suoi leggendari aforismi, come: «La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia». Oppure: «Una volta il rimorso veniva dopo, adesso mi precede». O ancora: «Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura».

Con Tempo di uccidere, un romanzo affettuosamente sollecitatogli da Leo Longanesi, fu il primo vincitore del Premio Strega, nel 1947. Pubblicò moltissime altre cose, fra cui Diario notturno, La solitudine del satiro, Un marziano a Roma. «Io credo soltanto nella parola», sosteneva. «La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere».

Come molti autori umoristi, anche Flaiano è stato piuttosto dimenticato dalla critica: «A tale proposito», ha argutamente commentato il nostro immarcescibile Andrea Camilleri, «va precisato che non sono gli italiani ad essere impermeabili all'ironia o alla satira. L'ironia e la satira hanno sempre fatto e continuano a fare parte integrante del tessuto della cultura più popolare, ne sono state anzi l'espressione più schietta e felice. Il rifiuto avviene semmai da parte della togata critica nostrana, di quegli occhialuti cerberi custodi e detentori degli orientamenti letterari in Italia, i quali hanno sempre preferito far prevalere la letteratura penitenziale, quella dove lo scrittore soffre a scrivere e il lettore soffre a leggere...».

Flaiano morì d'infarto in una clinica romana il 20 novembre 1972. Come tutti gli umoristi, la sua missione è stata quella di scoprire il lato comico nelle cose serie e il lato serio nelle cose comiche. Un compito svolto con grande sapienza, umiltà e generosità, malgrado il suo carattere indomabilmente "selvatico". E tuttavia, chi egli fosse veramente, o desiderasse di essere, lo scrittore abruzzese l'ha soprattutto indicato in questo suo poetico pensiero, ripreso da Diario degli errori: «Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole».

Per i suoi connazionali - verso i quali, al di là delle censure sulle inevitabili e innumerevoli imperfezioni, contraddizioni, fobie e furberie, nutriva in definitiva un amore complice se non profondissimo - aveva creato una fitta produzione di formule tanto salaci quanto pungenti. La più nota, e probabilmente anche la più esplicativa, rimane quella che scrisse nel 1970 in Frasario essenziale: «L'inferno, l'italiano si ostina a immaginarlo come un luogo dove, bene o male, si sta con le donne nude, e dove, prima o poi, con i diavoli ci si mette d'accordo». (5. continua)

Errata corrige: nel numero di maggio, nella presente rubrica dedicata ai Maestri del sorriso, abbiamo attribuito a Giovannino Guareschi 20mila copie di libri vendute. Naturalmente sono molte di più: ben 20 milioni! Ce ne scusiamo con i lettori.

Melanton