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Le avversarie più temibili sono sempre
le stesse: il Brasile, l'Argentina, la Francia, la Germania,
l'Inghilterra, la Spagna. Noi no, secondo gli altri. Marcello Lippi
si stringe nelle spalle (larghe, come sono quelle di chi ha già
vinto tutto, e non deve dimostrare nulla): «Cento anni di storia
del Calcio, e noi ne rappresentiamo una bella fetta», dice. «Fa
niente se il mondo non ci dà per favoriti. Noi siamo
l'Italia».
Quella che si disputerà in Sudafrica dall'11 giugno all'11 luglio è
la diciannovesima edizione del Mondiale di Calcio. Dopo il Brasile,
che ne ha vinte cinque, ci siamo proprio noi italiani, con quattro
successi. Seguono la Germania (tre vittorie), Argentina e Uruguay
(due ciascuna), Francia e Inghilterra (una). La sufficienza con la
quale ci trattano è, quindi, del tutto fuori luogo. Ma fa parte del
nostro destino di squadra "femmina" (per riprendere una celebre
definizione di Gianni Brera), incapace di imporre un gioco ai più
deboli, ma straordinaria nel contrastare il gioco dei più forti. Ci
definivano "catenacciari" negli anni Cinquanta e Sessanta. Ci
scrollammo di dosso l'infamia in una indimenticabile serata del
1970 (era il 19 giugno), quando allo stadio Azteca di Città del
Messico sconfiggemmo per 4 a 3 la Germania - nella semifinale del
Mondiale - in quella che fu definita la "partita del secolo". E
trionfammo nel 1982, a Madrid, contro la Germania, dopo aver
sconfitto Argentina e Brasile.
Da allora meriteremmo una considerazione più alta, rinforzata dal
terzo posto a Italia '90, dalla sconfitta ai rigori (contro il
Brasile) nel 1994, e dall'ultimo successo di quattro anni fa. Ma
l'idea che la nostra sia una squadretta è dura a morire. Meglio -
tutto sommato - partire senza i favori del pronostico. Contando,
per giunta, su un girone nient'affatto proibitivo: Paraguay, Nuova
Zelanda e Slovacchia potrebbero svolgere il ruolo degli sparring
partners, aiutandoci a entrare gradualmente in condizione. Dagli
ottavi in poi sarà tutt'altra musica, e si dovrà essere nella forma
giusta per ballare. Per convincere il plotone azzurro che «non
siamo secondi a nessuno», Lippi ricorda che se l'avessimo spuntata
noi nella "lotteria dei rigori" (come la chiamano tutti) che
determinò il risultato nella finale del '94, oggi sarebbe proprio
l'Italia in vetta alle classifiche di tutti i tempi, con cinque
vittorie contro le quattro del Brasile.
LA STORIA DELLA RIMET. Sono ben quattro le
squadre che aspirano ad alzare al cielo per la terza volta il
trofeo della Fifa. Ma nessuno se lo porterà a casa, a differenza di
quanto fece il Brasile con la Coppa Rimet nel 1970. Perché il
regolamento è cambiato. Quando Jules Rimet, il francese che allora
presiedeva la Federazione Internazionale, organizzò il primo
Campionato del Mondo, nel 1930, decise di mettere in palio una
coppa (che prese il suo nome) che sarebbe rimasta in custodia della
squadra vincitrice per il quadriennio successivo. Chi l'avesse
conquistata per tre volte, se la sarebbe aggiudicata
definitivamente. Il che accadde a Città del Messico al Brasile che
sconfisse in finale l'Italia, reduce dalla incredibile vittoria
contro la Germania.
Rimet - che era un ricco signore (come il suo connazionale De
Coubertin, che una trentina di anni prima aveva realizzato il sogno
di dare vita alle Olimpiadi moderne) - si era affidato a un orafo
parigino, Abel La Fleur (cresciuto alla scuola di Cartier), per
cesellare una coppa che, per il valore artistico e per quello
intrinseco, sottolineasse l'importanza dell'evento. La Fleur
rispose alle attese del patron, realizzando la statua della
Vittoria alata che regge una coppa, appoggiata ad un piedistallo di
marmo a base ottagonale. Peso complessivo: 4 chilogrammi, quasi la
metà dei quali di oro a 18 carati. Nel 1930 la coppa raggiunse
l'Uruguay (sede della prima edizione del Mondiale) a bordo del
piroscafo italiano Conte Grande. Il torneo fu vinto proprio dagli
uruguagi, e per quattro anni rimase a Montevideo. Nel 1934 arrivò a
Roma e vi rimase (con una brevissima interruzione per il viaggio a
Parigi, sede della terza edizione) fino al 1946, complici la doppia
vittoria azzurra e la sospensione dei Mondiali a causa della
guerra. Ma non si trattò di un soggiorno sereno. Dopo lo scoppio
del conflitto, il segretario della Federazione Italiana Gioco
Calcio, Ottorino Barassi, pensò di metterla al sicuro nascondendola
nella propria abitazione. Dopo l'armistizio, il Comando tedesco che
occupava Roma fece di tutto per recuperare quei due chilogrammi
d'oro. Ci fu anche una perquisizione nell'appartamento di Barassi,
ma i soldati della Gestapo non scoprirono la coppa, nascosta (come
sarebbe venuto in mente al più ingenuo degli scrittori di gialli)
sotto al letto del padrone di casa. A guerra finita Barassi
consegnò la Coppa Rimet ai dirigenti della Federazione
Internazionale, che decisero di conservarla in Lussemburgo, fino
alla successiva edizione, in programma per il 1950.
Ma non finirono lì le peripezie del trofeo, colpito - evidentemente
- da una specie di maledizione. Nel 1966, qualche settimana prima
dell'inizio del Mondiale in Inghilterra, la coppa sparì dalla
Westminster Hall di Londra, dove era esposta in contemporanea con
una mostra di francobolli sportivi rarissimi, il cui valore
(assicurato presso i Lloyd di Londra) era pressoché incalcolabile.
Scotland Yard arrestò un disoccupato, scarcerato dietro pagamento
di una pesante cauzione. La coppa fu ritrovata una settimana dopo,
abbandonata in un giardino, avvolta in un giornale. Non si è mai
saputo chi abbia pagato la somma richiesta per la scarcerazione
dell'unico indiziato. Il mistero non è mai stato svelato.
La coppa sparì una terza volta - e definitivamente - nel 1983.
Occupava (da tredici anni) il posto d'onore in un salone della
Federazione Calcio del Brasile. Gli autori del furto furono
arrestati, ma troppo tardi: avevano già provveduto a fondere il
trofeo, per ricavarne l'equivalente di appena cinquanta milioni di
lire dell'epoca.
LA NUOVA COPPA. Dopo l'assegnazione definitiva
della Coppa Rimet, la Fifa bandì un concorso per il nuovo trofeo.
Dalla selezione uscì vincitrice l'opera di un orafo e scultore
italiano, Silvio Gazzaniga, che raffigura due atleti che -
esultando - sorreggono il mondo. Anche questa statuetta è in oro
massiccio: è alta 36,8 centimetri e pesa poco più di 6 chilogrammi.
La base (con due fasce in malachite) ospita i nomi delle Nazionali
che se la sono aggiudicata a partire dal 1974: nell'ordine,
Germania, Argentina, Italia, Argentina, Germania Occidentale,
Brasile, Francia, Brasile, Italia. Nel 2006 la Fifa decise che il
trofeo originale sarebbe rimasto nella sede di Zurigo, in un
contenitore d'acciaio a prova di furto, dove viene riposta dopo i
festeggiamenti per la vittoria. Alla squadra vincente viene
consegnata una copia, placcata in oro, che pesa un sesto
dell'originale: una targhetta alla base precisa l'anno in cui è
stata aggiudicata e il nome della Nazione vincente.
Ma per il grande pubblico esiste una storia comune, senza cesure
fra la "preistoria" della Rimet (dal 1930 al 1970) e la storia
contemporanea della Fifa World Cup, più o meno come non esiste una
scansione netta fra la vecchia Coppa dei Campioni (alla quale
accedevano soltanto le squadre prime classificate nei campionati
nazionali) e la Uefa Champions League, che ne ha preso il posto a
partire dal 1993.
Nell'arco di ottant'anni il Calcio è profondamente cambiato, ma le
passioni e gli entusiasmi sono rimasti gli stessi, appena corrotti
dal grande giro di denaro che ruota oggi intorno ad esso (come a
tanti altri sport). Si è allargato a dismisura il numero degli
spettatori, grazie alla televisione. Si è perso qualcosa in termini
di emozioni, quelle che al pallone regalavano le radiocronache di
Niccolò Carosio («Gol! Anzi: quasi gol!») o la prosa immaginifica
di alcuni maestri di giornalismo, come Bruno Roghi, Antonio
Ghirelli, Giovanni Arpino, Orio Vergani o Gianni Brera. Brera
raccontava la magia del pallone che «ricorda il mondo di Mercator,
solcato da meridiani e paralleli». La sfera allora era di cuoio,
con una valvola per condurre alla giusta tensione la camera d'aria,
come nei pneumatici delle automobili. «L'aria insufflata», scriveva
Brera, «gonfia la vescica e rende sonoro il pallone, la cui durezza
si misura battendovi di scatto, a martelletto, la parte ungulata di
un dito, o l'indice o il medio, neanche si trattasse di rilevare lo
stato di maturazione d'una anguria. L'oggetto è magico perché
rimbalza rotola vola, descrive per aria figure geometriche
elementari, quasi sempre parabole, ma spesso anche rette che fra
loro s'intersecano secondo i giochi, anzi gli schemi. Il ricorso
alla magia è iperbolico, ma non guasta. In fondo il gioco, se ben
eseguito, si ispira all'armonia dei mondi. E dà soddisfazione
diretta a chi lo sa fare aggiungendovi fantasia».
La fantasia è l'arma principale dei grandi campioni. Edson Arantes
do Nascimento (Pelè) e Diego Armando Maradona sono stati gli eroi
omerici per due generazioni di appassionati. Oggi si dice che
Lionel Messi (detto "la pulce") possa raccogliere l'eredità dei due
maestri sudamericani. L'Argentina di Maradona confida in lui, ed è
lo stesso direttore tecnico della Nazionale biancoceleste a
indicarlo come un degno successore: «Il pallone gli resta incollato
al piede; ho visto grandi giocatori nella mia vita, ma nessuno con
un controllo di palla come quello di Messi».
LE GEOMETRIE. Insieme alla fantasia, contano le
geometrie, cioè gli schemi. In ottant'anni di storia, c'è stata una
innegabile evoluzione. Si è passati dal metodo e dal WM - dove le
due maiuscole indicavano esattamente la posizione in campo della
squadra, con cinque attaccanti (due ali, un centravanti e due mezze
ali), due mediani laterali, e tre difensori (i terzini e il
centromediano) - alle difese a zona (e non più ad uomo) e agli
alberi di Natale, i rombi di centrocampo, e quella ridda di numeri
(4-3-3; 4-4-2; 4-3-2-1; 4-4-1-1; eccetera) che ha conquistato il
primo posto nelle discussioni del lunedì, al bar dello sport.
Ma l'epica è rimasta la stessa dei tempi di Meazza e di Piola (i
nostri frombolieri d'anteguerra), o di Alfredo Di Stefano, da molti
(compreso Pelè) indicato come il più grande calciatore di tutti i
tempi, che, nato in Argentina, prese poi la nazionalità spagnola,
privandosi in tal modo della gioia di essere protagonista ai
Mondiali. Ma con il Real Madrid vinse otto scudetti, cinque Coppe
dei Campioni (segnando in tutte le finali alle quali prese parte),
una Coppa Intercontinentale e due Palloni d'Oro.
E poi ci furono i drammi, come è previsto nei poemi letterari e
nelle tragedie teatrali. In Brasile, nel 1950, molte persone si
tolsero la vita dopo la sconfitta della Nazionale carioca, nella
finale persa in casa - nel Maracanà di Rio de Janeiro - contro gli
uruguagi. Quattro anni più tardi si infranse il sogno mondiale
dell'Ungheria di Puskas, Hidegkuti e Kocsis (secondo molti critici
la migliore squadra di tutti i tempi), sconfitta nella finale dalla
Germania Ovest. Nel primo turno i magiari avevano sommerso la Corea
del Sud (9-0); nel secondo avevano ridicolizzato i tedeschi (8-3),
ma Puskas fu azzoppato da un difensore avversario; poi sconfissero
Brasile e Uruguay con lo stesso punteggio (4-2). Si ritrovarono in
finale di nuovo contro la Germania: andarono in vantaggio di due
gol, ma subirono la rimonta dei panzer tedeschi, che la spuntarono
per 3-2. Due anni più tardi altri panzer invasero l'Ungheria: e
quella sconfitta calcistica assunse i contorni di un agghiacciante
preludio simbolico.
Nel 1966 il cordoglio riguardò noi italiani (ma quella fu una
farsa, piuttosto che una tragedia), buttati fuori inopinatamente
dalla Corea del Nord, una squadra di dilettanti che Ferruccio
Valcareggi (allora aiuto di Fabbri, commissario tecnico degli
Azzurri) aveva paragonato a Ridolini. «In effetti», scrisse qualche
anno più tardi Gianni Brera, «si muovevano sulle loro gambette come
i trafelati attori del muto». Brera non nutrì dubbi sulle
responsabilità di Edmondino Fabbri: «Lasciando lo spogliatoio, il
piccolo Napoleone di Brisighella proclamò la guerra santa al
catenaccio, e si raccomandò ai suoi prodi perché lo sostenessero in
questa santa crociata». L'Italia sprecò un numero impressionante di
palle gol, e «affondò miseramente sotto il siluro diagonale di un
allievo dentista a nome Pak Doo Ik». Brera raccontò la propria
rabbia, ricordando il suo personale coinvolgimento nel disastro:
«Io ne ebbi gli stranguglioni e rischiai l'infarto. Dando per
impossibile quell'epilogo, avevo scritto un paio di giorni prima
che, se ci avessero battuto i coreani, avrei cambiato mestiere».
Non lo fece, per fortuna. Sedici anni più tardi si espose ancora
con una scommessa, ai Mondiali di Spagna. Alla vigilia
dell'incontro con il Brasile, scrisse che - se avessimo vinto -
avrebbe partecipato alla processione di San Bartolomeo nel suo
paese, vestito da flagellante medievale.
Era un grandissimo cronista, Brera: uno scrittore di razza, dotato
di indiscutibile competenza tecnica. E poi era uno straordinario
creatore di definizioni. Gigi Riva ebbe da lui il soprannome di
Rombo di tuono. Mazzola e Rivera si trovarono incollati addosso
l'etichetta di abatini. Era, insieme, un filosofo e un ingegnere
del Calcio. Per anni sostenne (a ragione) che il football nostrano
aveva un animo femminile: doveva adattarsi al gioco
dell'avversario, e non proporne uno proprio, se voleva prevalere.
La dimostrazione più lampante venne proprio nella vittoria mondiale
del 1982, quando faticammo contro le cenerentole e maramaldeggiammo
contro argentini, brasiliani e tedeschi, adottando - come si
conviene a una signora - il gioco di rimessa. Devono essere gli
uomini a fare la prima mossa, ma - come tutti sanno - sono poi le
donne a fare le scelte, irretendo il povero spasimante.
LA MANO DE DIOS. Qualche dramma lo fecero anche
gli inglesi nel 1986. Inventori del football (che oggi chiamano
soccer), i sudditi di Sua Maestà disertarono le prime edizioni dei
Mondiali perché non volevano privare le altre Nazionali della
speranza di portarsi a casa il Coppone. Rinunciavano per "manifesta
superiorità". Quando si convinsero a scendere in campo, il mondo
intero si rese conto che non erano superiori, ma presuntuosi.
Vinsero il Mondiale del 1966, giocato in casa, e poi rientrarono
nei ranghi. A Roma (nel 1980) ottennero il miglior risultato,
battuti nella finale per il terzo e quarto posto dagli Azzurri del
goleador Totò Schillaci. Ma quattro anni prima si sentirono
defraudati dal gol segnato di mano (e convalidato dall'arbitro) da
Diego Maradona (che si conquistò allora l'appellativo di mano de
Dios). Ma in quella stessa partita il pibe de oro segnò anche
un'altra rete (il «più grande gol nella storia della Coppa del
Mondo», secondo un sondaggio svolto dalla Fifa alcuni anni fa):
dopo aver dribblato tutti gli avversari che provarono ad
ostacolarlo nella sua corsa dalla linea di centrocampo, insaccò
nella porta difesa da Peter Shilton. Adesso gli inglesi (gli
inventori del football) affidano le loro speranze al friulano Fabio
Capello, commissario tecnico della loro Nazionale, e s'inchinano
all'emiliano Carlo Ancelotti, che ha guidato il Chelsea allo
scudetto nella Premier League. Senza scomodare il Padreterno, in
questo caso, gli inglesi si affidano alla mano degli italiani. Che
non sono favoriti in Sudafrica. Ma, hai visto
mai...? |