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Nel lontano 1967, quando iniziai a
scrivere i primi articoli per le pagine culturali del Corriere
della Sera, il tragitto dal mio dattiloscritto alla pagina stampata
era lungo e complesso. Abitavo ancora a Torino ed ero quel che si
dice un "collaboratore esterno". La collaborazione, inoltre, non
era intensa: non oltre un articolo al mese, per lo più recensioni
di libri. Non avevo, perciò, un'approfondita conoscenza dei
meccanismi di un grande giornale, al quale mi limitavo a spedire
per posta il mio articolo. Le cose sarebbero cambiate l'anno
seguente, nel 1968, quando Giovanni Spadolini, diventato Direttore
del Corriere della Sera e, quindi, anche del Corriere
di Informazione, che ne era l'edizione del pomeriggio, mi
aveva chiesto di fare l'editorialista di politica internazionale di
quest'ultimo. Gli articoli al mese erano diventati non meno di una
decina ed io ero entrato, per quanto ancora dall'esterno, nella
"macchina" di un grande quotidiano che aveva le sue esigenze e le
imponeva inesorabilmente.
Innanzi tutto, i dattiloscritti dovevano essere "puliti", cioè
chiari, senza ribattiture fra le righe o, peggio ancora, incisi a
penna. E qui incominciavano i problemi. "Battevo" i miei articoli
su una macchina da scrivere, la mitica Lettera 22 dell'Olivetti.
Che non ammetteva ripensamenti, integrazioni, correzioni. Se nel
bel mezzo del dattiloscritto mi venivano in mente un inciso, una
qualche corposa correzione, non c'era altro da fare che togliere di
macchina il foglio, accartocciarlo con qualche irritazione,
buttarlo nel cestino e ricominciare da capo, introducendo le nuove
proposizioni o le correzioni. Il tutto non di rado sotto la
pressione del tempo, perché a Milano, in via Solferino 28, c'era
qualcuno che aspettava l'arrivo del "pezzo". Ho sempre avuto una
relativa facilità di scrittura ma, ciò non di meno, capitava spesso
di dover ricorrere all'operazione "restauro". Il che francamente
non era piacevole.
Quindi si trattava di far pervenire l'articolo a destinazione. E
qui le opzioni erano due. O andavo all'Ufficio postale della
Stazione di Porta Susa, dove avrebbero provveduto a spedirlo a
Milano - ma solo se il dattiloscritto era sufficientemente chiaro
per chi avrebbe dovuto ribatterlo sulla tastiera del telex - oppure
lo dettavo al telefono - pagamento della telefonata a carico del
giornale, grazie a una formula che non ricordo più - ai mitici
"stenografi". Questi raccoglievano le mie parole grazie a un metodo
di scrittura (stenografico, appunto) inventato da uno di loro, un
mite torinese che avevo conosciuto quando pareva dovessi essere
assunto dalla Gazzetta del Popolo, e la prima cosa che mi
aveva consigliato era di impararlo anch'io perché «non si sapeva
mai»: se fossi fallito come giornalista, avrei sempre potuto fare
lo stenografo. Poi gli stenografi traducevano in chiaro, in un
dattiloscritto, i loro incomprensibili segni, per i linotipisti che
lo avrebbero trasformato in piombo. Gi stenografi erano anch'essi
dei giornalisti, spesso persino migliori di quelli dei quali
raccoglievano gli articoli; colti, precisi, gentili, se le frasi
che dettavi erano troppo lunghe o poco chiare suggerivano di
spezzarle con un paio di punti o di semplificarle, così da evitare
che il redattore incaricato di "passarle" - verificarne
l'esattezza, prima di mandare il pezzo in composizione - fosse
costretto a fare il lavoro che non aveva svolto l'articolista.
I linotipisti li avrei visti da vicino, e ci avrei avuto a che
fare tutte le notti, dopo che, nel 1970, Spadolini mi aveva
chiamato a Milano, alla redazione Esteri del Corriere della
Sera - pur continuando a utilizzarmi anche come editorialista
del Corriere di Informazione - in sostituzione di un
vecchio redattore che era andato in pensione. Lo spettacolo visivo
e i suoni della sala dove erano al lavoro decine di linotype erano
semplicemente grandiosi, affascinanti, unici. Un tintinnio
incessante e, se non ci facevi rapidamente l'abitudine, persino
assordante di macchine che, rispetto alla mia Lettera 22, avevano
una tastiera più elaborata; il resto era costituito da un complesso
meccanismo che fondeva le barre di piombo che vi venivano caricate,
raccoglieva il piombo fuso in piccoli contenitori in cima alla
macchina e lo trasformava in righe che, una volta assemblate sui
banconi dei tipografi, avrebbero costituito i telai da montare
sulle rotative e sfornato in tarda notte le pagine di stampa del
giornale.
Il giornalista incaricato di seguire l'impaginazione del piombo
e il tipografo che eseguiva l'operazione non potevano permettersi
di buttare tutto nel cestino, se si trattava di "tagliare" qualche
riga in eccesso o di operare all'ultimo momento una correzione.
Dovevano cavarsela possibilmente eliminando le righe in sovrappiù
senza alterare il filo del discorso o, nei casi estremi, ricorrendo
al linotipista che le aveva composte affinché ricucisse ciò che non
era stato possibile fare manualmente.
In redazione, e la notte in tipografia, ci sarei stato poco.
Sarei partito presto per Mosca, come primo corrispondente del
maggiore quotidiano nazionale che arrivava direttamente in una
delle due maggiori sedi (l'altra era New York) senza aver fatto
prima tirocinio in una sede di "minore" rilevanza politica
(Bruxelles, Vienna, Londra) o come "secondo" a New York. Ma è
grazie a quell'anno e mezzo che ho passato in redazione, e la notte
in tipografia a "tagliare" righe di piombo in sovrappiù, che ho
imparato che cosa voglia dire saper rispondere, da lontano, alle
esigenze del giornale, non solo con la ricchezza e la puntualità
dei contenuti, ma anche con gli "attacchi", la lunghezza, il ritmo
degli articoli.
In tipografia ci sarei tornato solo nel 1984, come Direttore,
accolto dai vecchi tipografi con l'affetto che riservavano solo a
uno che fosse vissuto e avesse lavorato, ancorché per poco tempo,
al loro fianco. Così, quando, dopo una tragedia nazionale che
esigeva la presenza del Corriere nelle edicole il giorno
successivo, avevo chiesto che si lavorasse anche la notte di
Natale, ci eravamo ritrovati, fianco a fianco, non più a impaginare
righe di piombo, e a tagliarne qualcuna di troppo, ma a far nascere
un giornale nuovo, nel silenzio della fotocomposizione, e poi a
brindare tutti insieme alla Natività di Cristo, essendo le
linotype, nel frattempo, finite nel Museo del Giornalismo.
Perché ho rievocato così a lungo un periodo della mia vita
professionale che è coinciso con gli ultimi anni di un giornalismo
ormai scomparso da tempo? Ne ho avvertito sentimentalmente e
umanamente la necessità - quasi un omaggio postumo a tutti quei
colleghi, quei linotipisti e tipografi che non ci sono più o sono
da tempo andati in pensione e che hanno vissuto quell'esperienza
unica e indimenticabile - quando ho letto che quest'anno il Premio
Pulitzer, il più prestigioso premio giornalistico americano e non
solo è stato conferito, per quanto attiene al giornalismo
investigativo, a una testata online senza fini di lucro,
ProPublica, autrice di un'inchiesta sugli ospedali dopo il
passaggio dell'uragano Katrina.
Oggi scrivo i miei articoli su un computer che, a differenza
della Lettera 22, mi consente di tornare indietro, fare tutte le
correzioni e le integrazioni che voglio, senza dover riscrivere da
capo il pezzo. Il pc ha sostituito l'Ufficio postale di Porta Susa
e, ahimè, anche i vecchi, cari stenografi: fa pervenire l'articolo
appena scritto direttamente al grande computer centrale del
giornale, che ne raccoglie centinaia al giorno e li stiva nella sua
memoria, semplicemente premendo un tasto della sua tastiera.
Sono passati solo pochi anni e sembra un secolo. Dicono che il
giornalismo non sia più quello di una volta, quando, ad esempio,
corrispondente dall'Urss, mi ero ritrovato, a Jalta, in un immenso
stanzone affollato da centinaia di colleghi di tutto il mondo, a
dettare agli stenografi il mio articolo sulla nascita della
"distensione" sovietico-americana dopo uno storico incontro fra
Breznev e Nixon. Il frastuono di voci era tale che mi chiedo ancora
adesso come i miei colleghi stenografi abbiano potuto cogliere fino
all'ultima riga ciò che avevo dettato loro. Oggi, me la sarei
cavata facilmente dalla silenziosa stanza di un albergo con un
semplice impulso al mio computer. Ma vuoi mettere la
differenza…
«Quello sì che era giornalismo, bellezza», direbbe Humphrey
Bogart. |