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Il giornalismo ai tempi della linotype

È andato a una testata online, per la prima volta, il Premio Pulitzer 2010 per il settore investigativo: un'occasione per riflettere su un mestiere in costante evoluzione.

Nel lontano 1967, quando iniziai a scrivere i primi articoli per le pagine culturali del Corriere della Sera, il tragitto dal mio dattiloscritto alla pagina stampata era lungo e complesso. Abitavo ancora a Torino ed ero quel che si dice un "collaboratore esterno". La collaborazione, inoltre, non era intensa: non oltre un articolo al mese, per lo più recensioni di libri. Non avevo, perciò, un'approfondita conoscenza dei meccanismi di un grande giornale, al quale mi limitavo a spedire per posta il mio articolo. Le cose sarebbero cambiate l'anno seguente, nel 1968, quando Giovanni Spadolini, diventato Direttore del Corriere della Sera e, quindi, anche del Corriere di Informazione, che ne era l'edizione del pomeriggio, mi aveva chiesto di fare l'editorialista di politica internazionale di quest'ultimo. Gli articoli al mese erano diventati non meno di una decina ed io ero entrato, per quanto ancora dall'esterno, nella "macchina" di un grande quotidiano che aveva le sue esigenze e le imponeva inesorabilmente.

Tipografo al lavoro con la linotype Innanzi tutto, i dattiloscritti dovevano essere "puliti", cioè chiari, senza ribattiture fra le righe o, peggio ancora, incisi a penna. E qui incominciavano i problemi. "Battevo" i miei articoli su una macchina da scrivere, la mitica Lettera 22 dell'Olivetti. Che non ammetteva ripensamenti, integrazioni, correzioni. Se nel bel mezzo del dattiloscritto mi venivano in mente un inciso, una qualche corposa correzione, non c'era altro da fare che togliere di macchina il foglio, accartocciarlo con qualche irritazione, buttarlo nel cestino e ricominciare da capo, introducendo le nuove proposizioni o le correzioni. Il tutto non di rado sotto la pressione del tempo, perché a Milano, in via Solferino 28, c'era qualcuno che aspettava l'arrivo del "pezzo". Ho sempre avuto una relativa facilità di scrittura ma, ciò non di meno, capitava spesso di dover ricorrere all'operazione "restauro". Il che francamente non era piacevole.

Quindi si trattava di far pervenire l'articolo a destinazione. E qui le opzioni erano due. O andavo all'Ufficio postale della Stazione di Porta Susa, dove avrebbero provveduto a spedirlo a Milano - ma solo se il dattiloscritto era sufficientemente chiaro per chi avrebbe dovuto ribatterlo sulla tastiera del telex - oppure lo dettavo al telefono - pagamento della telefonata a carico del giornale, grazie a una formula che non ricordo più - ai mitici "stenografi". Questi raccoglievano le mie parole grazie a un metodo di scrittura (stenografico, appunto) inventato da uno di loro, un mite torinese che avevo conosciuto quando pareva dovessi essere assunto dalla Gazzetta del Popolo, e la prima cosa che mi aveva consigliato era di impararlo anch'io perché «non si sapeva mai»: se fossi fallito come giornalista, avrei sempre potuto fare lo stenografo. Poi gli stenografi traducevano in chiaro, in un dattiloscritto, i loro incomprensibili segni, per i linotipisti che lo avrebbero trasformato in piombo. Gi stenografi erano anch'essi dei giornalisti, spesso persino migliori di quelli dei quali raccoglievano gli articoli; colti, precisi, gentili, se le frasi che dettavi erano troppo lunghe o poco chiare suggerivano di spezzarle con un paio di punti o di semplificarle, così da evitare che il redattore incaricato di "passarle" - verificarne l'esattezza, prima di mandare il pezzo in composizione - fosse costretto a fare il lavoro che non aveva svolto l'articolista.

I linotipisti li avrei visti da vicino, e ci avrei avuto a che fare tutte le notti, dopo che, nel 1970, Spadolini mi aveva chiamato a Milano, alla redazione Esteri del Corriere della Sera - pur continuando a utilizzarmi anche come editorialista del Corriere di Informazione - in sostituzione di un vecchio redattore che era andato in pensione. Lo spettacolo visivo e i suoni della sala dove erano al lavoro decine di linotype erano semplicemente grandiosi, affascinanti, unici. Un tintinnio incessante e, se non ci facevi rapidamente l'abitudine, persino assordante di macchine che, rispetto alla mia Lettera 22, avevano una tastiera più elaborata; il resto era costituito da un complesso meccanismo che fondeva le barre di piombo che vi venivano caricate, raccoglieva il piombo fuso in piccoli contenitori in cima alla macchina e lo trasformava in righe che, una volta assemblate sui banconi dei tipografi, avrebbero costituito i telai da montare sulle rotative e sfornato in tarda notte le pagine di stampa del giornale.

Il giornalista incaricato di seguire l'impaginazione del piombo e il tipografo che eseguiva l'operazione non potevano permettersi di buttare tutto nel cestino, se si trattava di "tagliare" qualche riga in eccesso o di operare all'ultimo momento una correzione. Dovevano cavarsela possibilmente eliminando le righe in sovrappiù senza alterare il filo del discorso o, nei casi estremi, ricorrendo al linotipista che le aveva composte affinché ricucisse ciò che non era stato possibile fare manualmente.

In redazione, e la notte in tipografia, ci sarei stato poco. Sarei partito presto per Mosca, come primo corrispondente del maggiore quotidiano nazionale che arrivava direttamente in una delle due maggiori sedi (l'altra era New York) senza aver fatto prima tirocinio in una sede di "minore" rilevanza politica (Bruxelles, Vienna, Londra) o come "secondo" a New York. Ma è grazie a quell'anno e mezzo che ho passato in redazione, e la notte in tipografia a "tagliare" righe di piombo in sovrappiù, che ho imparato che cosa voglia dire saper rispondere, da lontano, alle esigenze del giornale, non solo con la ricchezza e la puntualità dei contenuti, ma anche con gli "attacchi", la lunghezza, il ritmo degli articoli.
In tipografia ci sarei tornato solo nel 1984, come Direttore, accolto dai vecchi tipografi con l'affetto che riservavano solo a uno che fosse vissuto e avesse lavorato, ancorché per poco tempo, al loro fianco. Così, quando, dopo una tragedia nazionale che esigeva la presenza del Corriere nelle edicole il giorno successivo, avevo chiesto che si lavorasse anche la notte di Natale, ci eravamo ritrovati, fianco a fianco, non più a impaginare righe di piombo, e a tagliarne qualcuna di troppo, ma a far nascere un giornale nuovo, nel silenzio della fotocomposizione, e poi a brindare tutti insieme alla Natività di Cristo, essendo le linotype, nel frattempo, finite nel Museo del Giornalismo.

Perché ho rievocato così a lungo un periodo della mia vita professionale che è coinciso con gli ultimi anni di un giornalismo ormai scomparso da tempo? Ne ho avvertito sentimentalmente e umanamente la necessità - quasi un omaggio postumo a tutti quei colleghi, quei linotipisti e tipografi che non ci sono più o sono da tempo andati in pensione e che hanno vissuto quell'esperienza unica e indimenticabile - quando ho letto che quest'anno il Premio Pulitzer, il più prestigioso premio giornalistico americano e non solo è stato conferito, per quanto attiene al giornalismo investigativo, a una testata online senza fini di lucro, ProPublica, autrice di un'inchiesta sugli ospedali dopo il passaggio dell'uragano Katrina.

Oggi scrivo i miei articoli su un computer che, a differenza della Lettera 22, mi consente di tornare indietro, fare tutte le correzioni e le integrazioni che voglio, senza dover riscrivere da capo il pezzo. Il pc ha sostituito l'Ufficio postale di Porta Susa e, ahimè, anche i vecchi, cari stenografi: fa pervenire l'articolo appena scritto direttamente al grande computer centrale del giornale, che ne raccoglie centinaia al giorno e li stiva nella sua memoria, semplicemente premendo un tasto della sua tastiera.

Sono passati solo pochi anni e sembra un secolo. Dicono che il giornalismo non sia più quello di una volta, quando, ad esempio, corrispondente dall'Urss, mi ero ritrovato, a Jalta, in un immenso stanzone affollato da centinaia di colleghi di tutto il mondo, a dettare agli stenografi il mio articolo sulla nascita della "distensione" sovietico-americana dopo uno storico incontro fra Breznev e Nixon. Il frastuono di voci era tale che mi chiedo ancora adesso come i miei colleghi stenografi abbiano potuto cogliere fino all'ultima riga ciò che avevo dettato loro. Oggi, me la sarei cavata facilmente dalla silenziosa stanza di un albergo con un semplice impulso al mio computer. Ma vuoi mettere la differenza…

«Quello sì che era giornalismo, bellezza», direbbe Humphrey Bogart.

Piero Ostellino