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SOCIETA'
Il mondo in uno
scalo
Una settimana in aeroporto a osservarne
riti e ritmi, colori e sapori, utenti e ospiti: per il filosofo
svizzero Alain de Botton, un'occasione unica per riflettere e far
riflettere sugli aspetti più diversi e affascinanti della nostra
civiltà
"Dudley era pagato per pulire scarpe, ma sapeva che la sua reale
missione era di ordine psicologico. Comprendeva che raramente la
gente si fa pulire le scarpe per caso: lo fa quando vuole tirare
una riga sul passato, quando spera che una trasformazione esteriore
possa suscitarne una interiore".
Dudley è il lustrascarpe di Heathrow, quasi un'istituzione,
all'interno del principale scalo internazionale londinese. Uno dei
tanti personaggi che animano lo spazio brulicante di vita
dell'aeroporto britannico, parte integrante di un originale
microcosmo nel quale uomini e donne con la valigia in mano
s'incontrano con quelli che, in quel luogo di passaggio tra qui e
altrove, dove il passato non è mai, il presente è sempre assente e
il futuro non è ancora, ci trascorrono ogni giorno della loro vita.
Dal caffè della mattina alla pausa pranzo con i colleghi, fino alla
sospirata fine del turno, quando si lasciano alle spalle gli Arrivi
e le Partenze per giungere alla meta che a tutti è più cara: la
propria casa. Con il suo contenuto di affetti, sentimenti, oggetti
che cristallizzano ricordi.
A tutti coloro che in aeroporto transitano per i motivi più
svariati, che sia il viaggio di affari o il quotidiano impiego,
l'attesa di una persona cara o il desiderio di concedersi una
vacanza, è dedicato il libro di Alain de Botton intitolato,
appunto, Una settimana all'aeroporto e pubblicato in
Italia da Guanda.
Avevamo imparato, con Marc Augé, a considerarlo un "nonluogo", uno
dei quei posti-simbolo dell'era contemporanea nei quali milioni
d'individui transitano ogni giorno senza mai entrare davvero in
relazione tra loro, spinti unicamente dal desiderio compulsivo di
consumare, di accelerare il ritmo delle proprie azioni quotidiane,
o semplicemente di passare nel più breve tempo possibile da una
condizione ad un'altra, sia essa fisica o metaforica. Avevamo
appreso che l'aeroporto è un prodotto tipico della "surmodernità",
quel tempo senz'anima né coscienza che non sa rendere giustizia
nemmeno ai luoghi storici, relegandoli al rango di "curiosità" o di
"oggetti interessanti", né sa preservare la ricchezza delle culture
umane, massificandole all'interno di un unico, globale shopping
mall come fossero merci quali tutte le altre, tra un ristorante
cinese e una pizzeria napoletana, un centro estetico thailandese e
una tavola calda giapponese.
Avevamo compreso tutto questo. O per lo meno ci avevamo provato. Ma
ecco che ora un altro contemporaneo maître-a-penser, lo
svizzero Alain de Botton, che il suo sguardo da antropologo con il
vizio della filosofia lo aveva già gettato, illuminandoci,
sull'amore (L'importanza di essere amati) e sul lavoro
(Lavorare piace), sul dolore (Il piacere di
soffrire) e il suo contrario (Architettura e
felicità), e i cui libri vendono milioni di copie in tutto il
mondo, cambia completamente le carte in tavola per farci scoprire,
in questo prezioso volumetto, come l'aeroporto non sia soltanto un
"luogo" a tutti gli effetti - e dunque dotato di un'identità, una
storia, relazioni che si intrecciano al suo interno -, ma
addirittura un vero e proprio specchio dell'umanità, un catalogo
ragionato di volti, caratteri, stati ed emozioni; uno "spettro dei
temi che percorrono tutta la nostra civiltà" che sarebbe buono
persino per far capire ad un extraterrestre che razza di civiltà
sia quella che ha colonizzato il pianeta Terra.
In che modo sia stato proprio l'aeroporto di Heathrow a finire
sotto la lente di ingrandimento del filosofo è presto detto. È
stata la stessa compagnia BAA, l'azienda che gestisce lo scalo
londinese, a chiedere all'intellettuale di effettuare un insolito
esperimento: trascorrere sette giorni all'interno dell'aeroporto,
con a disposizione una scrivania, un computer, un taccuino - e
naturalmente, una manciata di buoni pasto con cui usufruire della
variegata offerta gastronomica del terminal - per poter osservare,
valutare, lodare o criticare tutto quello che avrebbe visto e
vissuto. Il tutto a una sola condizione: che qualunque cosa avesse
scritto, non sarebbe stata censurata.
È cominciata così l'avventura del saggista, che si è trovato
catapultato in quel mondo a parte che è l'aeroporto. Un luogo che
tanti film hanno raccontato: dal classico Casablanca di
Michael Curtiz (1942), con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman a
scambiarsi uno degli addii più commoventi della storia del cinema
tra nuvole di gas e rombi supersonici, al fortunato The
Terminal di Steven Spielberg (2004), in cui è un ingenuo e
poetico Tom Hanks a interpretare il ruolo di un profugo che si è
lasciato alle spalle una guerra civile nel fittizio staterello
caucasico della Krakhozia per rimanere bloccato all'interno
dell'aeroporto JFK di New York per nove mesi, in attesa di un
sempre negato visto d'ingresso, al più recente Tra le
nuvole di Jason Reitman (2009), dove è un indisponente George
Clooney a vestire i panni di un cinico uomo d'affari che per
mestiere fa il "licenziatore" di impiegati in esubero e nella vita
coltiva una sola passione: collezionare tutti i bonus offerti dalle
compagnie aeree ai frequent flyers.
Nessuno, però, fino ad ora, aveva forse mostrato l'acume di de
Botton nel fare ciò che da sempre i filosofi fanno: esprimere in
forma compiuta quel che tutti noi proviamo, ma non saremmo mai in
grado di descrivere altrettanto efficacemente.
Sono infatti le emozioni che ognuno di noi può vivere all'interno
di uno qualunque degli scali del mondo, quelle che de Botton passa
al setaccio. Il senso di solitudine che ci invade quando,
all'uscita di un volo, vediamo i nostri compagni di viaggio attesi
da fidanzate o fidanzati, parenti o amici, colleghi di lavoro o
semplici autisti con tanto di cartello di benvenuto inviati da
qualche tour operator ad assistere un cliente di riguardo
(ed è una frazione di secondo quella in cui ci illudiamo, pur
sapendo che non è possibile, che tra quei volti in attesa ce ne sia
uno anche per noi, pronto a illuminarsi non appena ci veda varcare
la soglia dello scalo); la tenerezza che ci assale nel vedere
coppie di innamorati che si separano o si ricongiungono, si
incamminano insieme o verso direzioni opposte, salutandosi con le
mani, accarezzandosi con lo sguardo; l'inquietudine e il vago senso
di colpa che non possiamo fare a meno di provare quando ci troviamo
a passare sotto le forche caudine del metal detector e il
pudore che ci fa arrossire se per caso quell'aggeggio infernale si
mette a suonare e qualcuno ci chiede di aprire il nostro bagaglio,
e ci ritroviamo a chiederci se per caso non ne uscirà fuori
qualcosa di imbarazzante, di troppo "intimo" per essere sottoposto
allo sguardo indagatore dell'addetto ai controlli, il volto
irrimediabilmente indurito dall'ormai inveterata abitudine al
sospetto. Per non parlare dell'ansia che ci coglie quando siamo in
attesa davanti al nastro trasportatore preposto a riconsegnarci il
nostro bagaglio. Un affanno che non ci molla fino a quando non lo
vediamo comparire, con la sua brava targhetta con su scritto il
nostro nome e indirizzo, a ricordarci chi siamo, da dove veniamo,
verso quale meta siamo diretti. E ogni volta, mentre ci chiediamo
come sarebbe andata se alla fine il nostro prezioso trolley fosse
finito sul volo sbagliato, come un messaggio in bottiglia lasciato
scivolare sulla superficie del mare verso un destinatario ignoto,
ecco che al sospiro di sollievo per il bagaglio ritrovato se ne
aggiunge uno d'impercettibile rammarico. Perché "in fondo", nota de
Botton, "c'è qualcosa di irrimediabilmente malinconico nel
ritrovare le proprie borse. Dopo ore trascorse in aria, liberi da
ogni fardello, incitati dalla vista delle foreste e coste
sottostanti a formulare progetti futuri pieni di speranza, i
passeggeri in piedi davanti al nastro trasportatore sono costretti
a ricordarsi del lato materiale e ingombrante della vita".
È del resto un luogo per conoscere meglio se stessi, l'aeroporto,
ma anche per incontrare l'altro, magari attraverso il sapore
mediterraneo di un hummus servito da una compagnia degli
Emirati Arabi, o quello più familiare di una scaloppina di pollo
consumata a bordo di un aereo diretto in Francia, di una
teriyaki di salmone gustata volando verso la Svezia, o di
un samosa di verdure fragrante di spezie sgranocchiato
immaginando il proprio arrivo nella caotica e coloratissima Delhi.
Un luogo per riflettere sul rapporto tra natura e tecnologia -
perché un pomodoro trasportato in volo e servito su un vassoio di
plastica a oltre duemila metri di altitudine, all'interno di una
cabina pressurizzata, è pur sempre un frutto della terra -, sul
senso religioso - perché dal libro di de Botton scopriamo che in
aeroporto non ci sono solamente sale dedicate alla preghiera per le
diverse confessioni, ma anche un "sacerdote dell'aeroporto" che se
ne va in giro per lo scalo con la sua qualifica stampata sulla
schiena di un giubbotto fluorescente -, sulla natura apotropaica
della spesa al duty free, un rito laico che in fondo non è
che un modo per esorcizzare la paura della morte che ogni viaggio
risveglia dentro ognuno di noi, e sul senso stesso del viaggio. Una
parentesi aperta tra due modi diversi di essere noi stessi, un modo
per lasciarsi alle spalle una vita e cominciarne un'altra, ma
sempre con la consapevolezza che cambiare cielo non significa
necessariamente mutare animo. Perché alla fine di un viaggio c'è
sempre un letto da ritrovare, diceva una vecchia canzone, una casa
da risistemare, un lavoro da ricominciare, amicizie, amori,
relazioni umane da riallacciare. Eppure tutto questo non ci esime,
prima o dopo, dal desiderare un altro viaggio.
"Dimentichiamo tutto", scrive infatti de Botton: "i libri che
leggiamo, i templi giapponesi, le tombe di Luxor, le code in
aeroporto, la nostra stupidità. E così, a poco a poco, ricominciamo
a identificare la felicità con l'altrove: due stanze gemelle con
vista sul porto, una chiesa in collina che vanta il possesso delle
reliquie di Sant'Agata, (...) una capanna sotto le palme con buffet
serale gratuito. Riacquistiamo l'appetito per fare le valigie
(...). Dobbiamo tornare presto in aeroporto, e imparare di nuovo le
importanti lezioni che nasconde". |
Maria Mataluno
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