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I maestri del sorriso

Antologia degli Umoristi italiani del Novecento. Giovannino Guareschi

Con oltre 20mila copie di libri vendute, è fra gli scrittori italiani più letti al mondo. Il suo capolavoro letterario (tradotto in varie lingue e adattato in una serie di film molto popolari) è Don Camillo, il vigoroso parroco della Bassa padana che parla in chiesa con il Crocifisso dell'altare maggiore, ed è in perenne conflitto con il sanguigno avversario-amico Peppone, Sindaco d'indefettibile fede comunista. «Chi li ha creati è la Bassa», diceva lui. «Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio, e li ho fatti camminare su e giù per l'alfabeto».

Quei due schietti personaggi, e il mondo provinciale che gira intorno a loro, nascono in un'epoca in cui l'Italia era un paese prettamente agricolo e ancora molto povero, e che tuttavia aveva la sapienza di conservare e trasmettere valori sentimentali di grande purezza civile e di rispetto reciproco anche tra acerrimi "nemici" politici. Alcuni dialoghi emblematici fra Don Camillo e Peppone - che qui di seguito proponiamo - testimoniano appunto di quel tempo romantico, quando tutto, in rapporto ad oggi, era certamente più semplice e ingenuo, ma fors'anche più genuino, più sapido, persino più ironico.

Allorché Peppone riceve da Don Camillo il testo del discorso d'insediamento a Sindaco (che egli stesso, pensate, ha chiesto al parroco di correggere da eventuali errori), lo sentiamo esclamare: «C'è una cosa che qui non capisco. Là dove io avevo scritto: "Noi abbiamo l'intenzione di far ampliare l'edificio scolastico", voi avete aggiunto: "...E di far riparare il campanile della Chiesa! Perché?». E Don Camillo: «È una questione di regole grammaticali». E Peppone, sarcastico: «Ah, è davvero una bella fortuna per il vostro campanile che voi abbiate studiato così bene il latino...».

Oppure, ad un arcigno Peppone che provoca: «Ho una fame che mangerei un vescovo», ecco un mordace Don Camillo che replica: «È ben duro da digerire!».

E ancora, alle punzecchiature del parroco sui ritardi di certi lavori: «...Ma non dà proprio l'idea di salire molto in fretta questa Casa del Popolo, eh, signor Sindaco...», la sollecita e beffarda risposta del primo cittadino Peppone: «Ma questa è appunto una casa, reverendo, mica un dirigibile!».

I racconti di Don Camillo e Peppone, inizialmente creati per il settimanale Candido, furono poi raccolti in libri di grande successo (il primo è del 1948), e infine (dal 1952) ridotti in film, che ancora oggi - tramite il piccolo schermo - deliziano una vasta platea di appassionati.

Guareschi ebbe una vita piuttosto travagliata, anche se il suo carattere si confermò sempre forte e gioviale. Era solito ripetere che «Chi non trova un biografo deve inventare la sua vita da solo», e anche: «La storia non la fanno gli uomini: gli uomini subiscono la storia così come subiscono la geografia».

Nacque a Fontanelle di Roccabianca, provincia di Parma, nel 1908, esattamente il 1° maggio, Festa dei Lavoratori. La casa natale, adibita anche a sede della Cooperativa Socialista, era quel giorno gremita di "compagni" e bandiere rosse: «Un contatto con la politica e la lotta di classe», scriverà ironicamente nei suoi ricordi, «davvero assai precoce».

Giovannino, e non Giovanni come alcuni talora riportano, è il suo vero nome anagrafico. Tant'è che spesso gli piaceva scherzare: «...Ma come si poteva pensare di battezzare "Giovannino" un omone come me?!».

Studente universitario a Parma, dove la famiglia si era trasferita, conobbe il quasi compaesano Cesare Zavattini, che presto lo aiuterà ad inserirsi nel mondo del giornalismo, ed in particolare nella redazione del Bertoldo, periodico satirico milanese destinato ad un clamoroso successo. Guareschi inizierà a collaborarvi come disegnatore e, in opposizione alle procaci donnine disegnate da Mameli Barbara sul concorrente Marc'Aurelio, crea il prototipo inedito e grottesco delle "vedovone" grasse e accigliate, che incontrano da subito il gradimento dei lettori. Di lì a poco, diventerà capo redattore, e una delle colonne portanti del giornale.

Nel 1943, a causa del protrarsi della guerra, il Bertoldo è costretto a cessare le pubblicazioni. Guareschi viene arruolato nell'Esercito, poi arrestato, durante l'Armistizio, per non aver voluto disconoscere l'autorità del Re, e infine deportato in un lager polacco, e in altri campi di prigionia in Germania. Un'esperienza tristissima, durante la quale, «dettata dalle tre muse ispiratrici Freddo, Fame e Nostalgia», scrive una delicata e struggente Favola di Natale, dedicata al figlio Albertino, che così si conclude: «Stretta la foglia / larga la via / dite la vostra / che ho detto la mia. / E se non v'è piaciuta / non vogliatemi male: / ve ne dirò una meglio / il prossimo Natale...».

Tornato in Italia nel 1945, Guareschi, insieme all'umorista milanese Giovanni Mosca, fonda e dirige il settimanale Candido, di simpatie monarchiche. Qui - con le popolarissime vignette-tormentone della serie "Obbedienza cieca, pronta e assoluta", che diventeranno presto proverbiali in tutta la Penisola - satireggiò contro i comunisti (da lui mordacemente definiti "trinariciuti") a causa della loro presunta solerzia ad eseguire "alla lettera" qualsiasi direttiva pubblicata sul giornale ufficiale del partito, anche quelle che venivano paradossalmente distorte da lampanti e vistosi refusi.

Alcuni esempi, fra i più indicativi e divertenti: «Contrordine, compagni! La frase pubblicata sull'Unità: "Dobbiamo fare opera di rieducazione dei compagni insetti", contiene un errore di stampa e pertanto va letta: "Dobbiamo fare opera di rieducazione dei compagni inetti"». Un altro: «Contrordine, compagni! La frase pubblicata sull'Unità: "Marciare compatti sulla zia della Vittoria", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Marciare compatti sulla via della Vittoria"». Ancora uno: «Contrordine, compagni! La frase pubblicata sull'Unità: "Bisogna scendere in piazza con bandiere e porci, alla testa delle masse", contiene un errore di stampa, e pertanto, spostando opportunamente la virgola, va letta: "Bisogna scendere in piazza con bandiere, e porci alla testa delle masse"».

Amava i giovani, Giovannino, ai quali si rivolgeva con la sua classica saggezza popolare: «Ho sempre disapprovato i ragazzi che si comportano da "veri uomini", che si amministrano da soli, che discutono di problemi più grandi di loro, e sciupano la loro fanciullezza, col solo risultato di avere, a quattordici anni, tutti i più gravi difetti degli uomini di quarantacinque».

Uno dei suoi aforismi più celebri recitava: «Non mi sono mai pentito di aver fatto domani quello che avrei potuto fare ieri». Un altro (riportato nel suo Diario clandestino, che scrisse durante i due anni di prigionia in Polonia e Germania) è un autentico motto, la sua bandiera esistenziale: «Non muoio neanche se m'ammazzano!».

Aveva resistito a molte vicende drammatiche. A Cervia, nel 1968, fu stroncato prematuramente da un infarto. Le pagine sorridenti del suo Mondo piccolo - espressione ruspante di un'Italia che fu - restano per noi lettori la gioiosa eredità di un umorista di razza. Verace e passionale come i suoi personaggi immortali di Peppone e Don Camillo.

(4. continua)
Melanton