|
|
Home > L'Editoria >
Il Carabiniere >
Anno 2010 >
Maggio >
SATIRA
I maestri del
sorriso
Antologia degli Umoristi italiani del
Novecento. Giovannino Guareschi
Con oltre 20mila copie di libri vendute, è fra gli scrittori
italiani più letti al mondo. Il suo capolavoro letterario (tradotto
in varie lingue e adattato in una serie di film molto popolari) è
Don Camillo, il vigoroso parroco della Bassa padana che parla in
chiesa con il Crocifisso dell'altare maggiore, ed è in perenne
conflitto con il sanguigno avversario-amico Peppone, Sindaco
d'indefettibile fede comunista. «Chi li ha creati è la Bassa»,
diceva lui. «Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio, e li ho
fatti camminare su e giù per l'alfabeto».
Quei due schietti personaggi, e il mondo provinciale che gira
intorno a loro, nascono in un'epoca in cui l'Italia era un paese
prettamente agricolo e ancora molto povero, e che tuttavia aveva la
sapienza di conservare e trasmettere valori sentimentali di grande
purezza civile e di rispetto reciproco anche tra acerrimi "nemici"
politici. Alcuni dialoghi emblematici fra Don Camillo e Peppone -
che qui di seguito proponiamo - testimoniano appunto di quel tempo
romantico, quando tutto, in rapporto ad oggi, era certamente più
semplice e ingenuo, ma fors'anche più genuino, più sapido, persino
più ironico.
Allorché Peppone riceve da Don Camillo il testo del discorso
d'insediamento a Sindaco (che egli stesso, pensate, ha chiesto al
parroco di correggere da eventuali errori), lo sentiamo esclamare:
«C'è una cosa che qui non capisco. Là dove io avevo scritto: "Noi
abbiamo l'intenzione di far ampliare l'edificio scolastico", voi
avete aggiunto: "...E di far riparare il campanile della Chiesa!
Perché?». E Don Camillo: «È una questione di regole grammaticali».
E Peppone, sarcastico: «Ah, è davvero una bella fortuna per il
vostro campanile che voi abbiate studiato così bene il
latino...».
Oppure, ad un arcigno Peppone che provoca: «Ho una fame che
mangerei un vescovo», ecco un mordace Don Camillo che replica: «È
ben duro da digerire!».
E ancora, alle punzecchiature del parroco sui ritardi di certi
lavori: «...Ma non dà proprio l'idea di salire molto in fretta
questa Casa del Popolo, eh, signor Sindaco...», la sollecita e
beffarda risposta del primo cittadino Peppone: «Ma questa è appunto
una casa, reverendo, mica un dirigibile!».
I racconti di Don Camillo e Peppone, inizialmente creati per il
settimanale Candido, furono poi raccolti in libri di
grande successo (il primo è del 1948), e infine (dal 1952) ridotti
in film, che ancora oggi - tramite il piccolo schermo - deliziano
una vasta platea di appassionati.
Guareschi ebbe una vita piuttosto travagliata, anche se il suo
carattere si confermò sempre forte e gioviale. Era solito ripetere
che «Chi non trova un biografo deve inventare la sua vita da solo»,
e anche: «La storia non la fanno gli uomini: gli uomini subiscono
la storia così come subiscono la geografia».
Nacque a Fontanelle di Roccabianca, provincia di Parma, nel 1908,
esattamente il 1° maggio, Festa dei Lavoratori. La casa natale,
adibita anche a sede della Cooperativa Socialista, era quel giorno
gremita di "compagni" e bandiere rosse: «Un contatto con la
politica e la lotta di classe», scriverà ironicamente nei suoi
ricordi, «davvero assai precoce».
Giovannino, e non Giovanni come alcuni talora riportano, è il suo
vero nome anagrafico. Tant'è che spesso gli piaceva scherzare:
«...Ma come si poteva pensare di battezzare "Giovannino" un omone
come me?!».
Studente universitario a Parma, dove la famiglia si era trasferita,
conobbe il quasi compaesano Cesare Zavattini, che presto lo aiuterà
ad inserirsi nel mondo del giornalismo, ed in particolare nella
redazione del Bertoldo, periodico satirico milanese
destinato ad un clamoroso successo. Guareschi inizierà a
collaborarvi come disegnatore e, in opposizione alle procaci
donnine disegnate da Mameli Barbara sul concorrente
Marc'Aurelio, crea il prototipo inedito e grottesco delle
"vedovone" grasse e accigliate, che incontrano da subito il
gradimento dei lettori. Di lì a poco, diventerà capo redattore, e
una delle colonne portanti del giornale.
Nel 1943, a causa del protrarsi della guerra, il Bertoldo
è costretto a cessare le pubblicazioni. Guareschi viene arruolato
nell'Esercito, poi arrestato, durante l'Armistizio, per non aver
voluto disconoscere l'autorità del Re, e infine deportato in un
lager polacco, e in altri campi di prigionia in Germania.
Un'esperienza tristissima, durante la quale, «dettata dalle tre
muse ispiratrici Freddo, Fame e Nostalgia», scrive una delicata e
struggente Favola di Natale, dedicata al figlio Albertino,
che così si conclude: «Stretta la foglia / larga la via / dite la
vostra / che ho detto la mia. / E se non v'è piaciuta / non
vogliatemi male: / ve ne dirò una meglio / il prossimo
Natale...».
Tornato in Italia nel 1945, Guareschi, insieme all'umorista
milanese Giovanni Mosca, fonda e dirige il settimanale
Candido, di simpatie monarchiche. Qui - con le
popolarissime vignette-tormentone della serie "Obbedienza cieca,
pronta e assoluta", che diventeranno presto proverbiali in tutta la
Penisola - satireggiò contro i comunisti (da lui mordacemente
definiti "trinariciuti") a causa della loro presunta solerzia ad
eseguire "alla lettera" qualsiasi direttiva pubblicata sul giornale
ufficiale del partito, anche quelle che venivano paradossalmente
distorte da lampanti e vistosi refusi.
Alcuni esempi, fra i più indicativi e divertenti: «Contrordine,
compagni! La frase pubblicata sull'Unità: "Dobbiamo fare
opera di rieducazione dei compagni insetti", contiene un errore di
stampa e pertanto va letta: "Dobbiamo fare opera di rieducazione
dei compagni inetti"». Un altro: «Contrordine, compagni! La frase
pubblicata sull'Unità: "Marciare compatti sulla zia della
Vittoria", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta:
"Marciare compatti sulla via della Vittoria"». Ancora uno:
«Contrordine, compagni! La frase pubblicata sull'Unità:
"Bisogna scendere in piazza con bandiere e porci, alla testa delle
masse", contiene un errore di stampa, e pertanto, spostando
opportunamente la virgola, va letta: "Bisogna scendere in piazza
con bandiere, e porci alla testa delle masse"».
Amava i giovani, Giovannino, ai quali si rivolgeva con la sua
classica saggezza popolare: «Ho sempre disapprovato i ragazzi che
si comportano da "veri uomini", che si amministrano da soli, che
discutono di problemi più grandi di loro, e sciupano la loro
fanciullezza, col solo risultato di avere, a quattordici anni,
tutti i più gravi difetti degli uomini di quarantacinque».
Uno dei suoi aforismi più celebri recitava: «Non mi sono mai
pentito di aver fatto domani quello che avrei potuto fare ieri». Un
altro (riportato nel suo Diario clandestino, che scrisse
durante i due anni di prigionia in Polonia e Germania) è un
autentico motto, la sua bandiera esistenziale: «Non muoio neanche
se m'ammazzano!».
Aveva resistito a molte vicende drammatiche. A Cervia, nel 1968, fu
stroncato prematuramente da un infarto. Le pagine sorridenti del
suo Mondo piccolo - espressione ruspante di un'Italia che
fu - restano per noi lettori la gioiosa eredità di un umorista di
razza. Verace e passionale come i suoi personaggi immortali di
Peppone e Don Camillo.
(4. continua) |
Melanton
|
|
|