CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2010 > Maggio > REPORTAGE

In autostrada con l'elefante

Prosegue il reportage su India e Pakistan iniziato nel numero scorso

Il nostro viaggio in India, che abbiamo cominciato a raccontare nello scorso numero della Rivista, non ci ha portato solo a visitare splendidi monumenti, palazzi regali e suggestivi luoghi di culto come quelli di Delhi e della Strada dei Templi, o come l'impressionante Qutb Minar, il più alto minareto in mattoni del mondo. È stato anche un'occasione per conoscere qualcosa di più di questo Paese affascinante e contraddittorio, a cominciare dalla sua economia. Un'economia le cui potenzialità, come ci è stato spiegato durante un incontro di studio con la "Confederazione Industrie Indiane", che mostra prospettive sempre più entusiasmanti, e la cui risorsa fondamentale è certamente quella "umana". Sono circa 600mila, infatti, i giovani indiani che possono esprimere una preziosa forza lavoro. Sono loro il vero capitale del futuro.

Una delle immense lavanderie che fanno parte del paesaggio urbano di Mumbai Buona parte della popolazione, tuttavia, è ancora legata a povere attività commerciali, alla pesca, a mestieri e a lavori umilissimi. Una conseguenza dei forti condizionamenti ambientali, che persistono nonostante la corsa sfrenata verso la modernità. La stessa struttura sociale, con la suddivisione in caste, incide non poco sul sistema e sulle sue concrete possibilità di realizzare un rapido sviluppo globale. Colpisce, ad esempio, la sopravvivenza di un'usanza come quella dei matrimoni combinati, che tuttora obbligano i giovani a sposarsi sulla base di scelte fatte dai loro genitori.

L'India, in ogni modo, è certo destinata a diventare una grande potenza. La storia, l'arte, i monumenti, i costumi, la ricchezza della flora e della fauna la rendono una realtà maestosa nell'ambito del continente asiatico. E per chi non ne fosse convinto, basterebbe visitare la Via dei Templi, a Delhi, dove l'arte è resa ancora più preziosa dai valori dello spirito.

E non potrebbe essere altrimenti, in una nazione dove Induismo (82 per cento), Islamismo, Buddismo, Sikhismo e altre religioni, tra le quali anche il Cristianesimo, convivono in un rapporto di apparente, reciproca tolleranza. È proprio la profonda religiosità la caratteristica che, più di ogni altra, sembra definire gli indiani. Non possiamo fare a meno di osservare con ammirazione quella gente che per esprimersi usa ben 23 lingue diverse, le più importanti delle quali sono l'hindi e l'inglese, e la cui povertà materiale fa da contraltare a una ricchezza spirituale immensa, capace di alimentare la speranza in un futuro migliore.

Ma torniamo alle meraviglie di Delhi. Particolarmente interessanti risultano le visite ai Giardini Mughal (del Palazzo Presidenziale), all'Indian Gate, monumento costruito nel 1931 in onore dei soldati morti durante la Prima Guerra Mondiale, e al Dillhat, il mercato dell'artigianato. I Giardini sono costituiti da straordinarie composizioni di fiori, i cui colori si combinano in tonalità e sfumature difficilmente riproducibili dalle mani di un artista.

Nel percorrere le strade di Delhi, ricche di attività commerciali, ancora una volta possiamo apprezzare la particolare vitalità della popolazione. Le botteghe artigiane, i mercati, i venditori ambulanti, i barbieri improvvisati, i negozi di spezie: ogni angolo della città richiama l'attenzione di quanti hanno la fortuna di conoscerla, seppure per pochi giorni. E con piacere scopriamo che diversi italiani si sono fermati in India per avviare iniziative imprenditoriali. Tra le tante risorse dell'economia locale, certamente hanno un posto di rilievo la lavorazione delle pietre e dei metalli preziosi, oltre alla produzione di sete, tappeti e tessuti di ogni genere. Ma anche in India, come nel resto del mondo, bisogna essere cauti nel fare acquisti.

Lasciata Delhi, ci trasferiamo a Mumbai, una città di oltre 12,5 milioni di residenti, escludendo i quartieri periferici, sempre più inglobati nel tessuto cittadino. Anche qui l'architettura rispecchia le infinite contraddizioni dell'India. Grattacieli modernissimi, zone residenziali e grandi alberghi fanno spesso da cornice a contesti che appartengono al già descritto mondo della povertà. Immense baraccopoli, improvvisati esercizi pubblici, tradizionali mercati, estese lavanderie all'aperto diventano elementi pittoreschi di un complesso mosaico dove l'industriale, il commerciante, l'impiegato, il religioso e l'operaio sono coprotagonisti di una realtà eterogenea, in perpetuo movimento.

Ci sorprende vedere edifici con cantieri per l'edilizia realizzati con canne di bambù. Ci domandiamo come sia possibile consentire agli addetti ai lavori di portarsi così in alto, per la costruzione di palazzi anche di decine di piani, arrampicandosi su strutture tanto precarie, senza alcuna protezione. E che dire delle immense lavanderie all'aperto, dove vecchi impianti alimentati da acqua che ormai non ha più alcuna delle sue caratteristiche ospitano migliaia di lavoranti in condizioni disastrose?

Sembra impossibile che realtà così degradate possano convivere con i modernissimi quartieri della città degli affari e delle nuove tecnologie, dove la qualità della vita ha una dimensione completamente diversa. Eppure non possiamo non credere a quel che ci dicono i nostri occhi. L'uso di sostanze nocive non può certo giovare alla salute di quanti, comunque, accettano di lavorare pur di portare a casa poche rupie. Sta di fatto che tali impianti sono diventati, con i brillanti colori degli stenditoi all'aperto, un'attrattiva per migliaia di turisti.

Intanto i nostri impegni in città e fuori continuano, alternandosi con visite culturali che ci portano a visitare luoghi di culto e non solo, come il Dhobi Ghat, il Siddhivinayak Temple o la Vittoria Terminus, intorno ai quali ruotano frenetiche attività commerciali più o meno organizzate, con migliaia di pellegrini e bambini che, a piedi nudi, corrono dietro ai turisti nella speranza di avere qualche spicciolo. Ma lasciarsi andare a comprensibili atti di carità può costare caro. Lo impariamo a nostre spese quando, dopo avere ceduto alla tentazione di dare qualche rupia a una bambina, in pochi secondi ci ritroviamo circondati da un crescente gruppo di ragazzini imploranti. Sembra uno sciame di api intorno ad un alveare. Non sappiamo come uscire da una situazione così imbarazzante. Solo il provvidenziale acquisto di caramelle e biscotti distribuiti ai piccoli ci consente, alla fine, di tornare in albergo.

Un'ultima tappa alle Elephanta Caves, sull'omonima isola del Mar Arabico, ed eccoci in partenza per il Pakistan. Ci fermeremo una notte a Karachi, prima di ripartire per Islamabad. In realtà siamo ansiosi di arrivare nella capitale, dove ci attende però una permanenza blindata, dal momento che il Paese è considerato a rischio. Ce ne accorgiamo subito arrivando all'aeroporto, dove ci prende in consegna una scorta di soldati armati. Giunti in albergo, siamo sottoposti a controlli severissimi da parte dei militari armati che presidiano ogni piano. Ma non ce ne stupiamo: l'ubicazione del Pakistan in un'area strategica tanto sensibile, sotto il profilo politico, comporta l'inevitabile e opportuna adozione di incisive misure di sicurezza.

Paese completamente diverso dall'India, in prevalenza di popolazione musulmana, il Pakistan ha circa 163 milioni di abitanti su un territorio di oltre 800mila chilometri quadrati. Islamabad è una città particolare, costituita da una vasta zona residenziale costruita nel verde, con grandi viali, e da quartieri più popolari, dove però non sono presenti le baraccopoli di Delhi, ma abitazioni, in genere piccole, di colore bianco, più o meno dignitose, con povere attività commerciali ed artigianali. Le strade sono scarsamente frequentate. Le donne vestono il tradizionale burka, rigorosamente nero. I costumi sono austeri. La popolazione locale parla urdu e inglese.
Si comprende subito che la realtà sociale pakistana è completamente diversa da quella indiana, di certo molto più aperta e tollerante. Per le loro caratteristiche etniche, religiose, culturali, economiche e sociali, nonché per i differenti sistemi politici, i due Paesi esprimono modelli di vita non assimilabili. Ma anche il Pakistan non manca di mistero e di fascino. È auspicabile che, in un futuro prossimo, uno Stato così importante possa essere una meta sicura per i turisti, senza il timore di attentati.

Nel viaggio di ritorno, mentre siamo in volo, annoto questi pochi appunti e già provo un grande senso di nostalgia. Poi, stanco, chiudo gli occhi per cercare di riposare, e nell'assopirmi rivedo, come in un sogno, il dolce sorriso e lo sguardo luminoso dei tanti bambini che ho incrociato sulle strade asiatiche. Occhi neri e profondi, ardenti e teneri. Impossibili da dimenticare.
Carmine Adinolfi