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REPORTAGE
In autostrada con
l'elefante
Prosegue il reportage su India e
Pakistan iniziato nel numero scorso
Il nostro viaggio in India, che
abbiamo cominciato a raccontare nello scorso numero della Rivista,
non ci ha portato solo a visitare splendidi monumenti, palazzi
regali e suggestivi luoghi di culto come quelli di Delhi e della
Strada dei Templi, o come l'impressionante Qutb Minar, il più alto
minareto in mattoni del mondo. È stato anche un'occasione per
conoscere qualcosa di più di questo Paese affascinante e
contraddittorio, a cominciare dalla sua economia. Un'economia le
cui potenzialità, come ci è stato spiegato durante un incontro di
studio con la "Confederazione Industrie Indiane", che mostra
prospettive sempre più entusiasmanti, e la cui risorsa fondamentale
è certamente quella "umana". Sono circa 600mila, infatti, i giovani
indiani che possono esprimere una preziosa forza lavoro. Sono loro
il vero capitale del futuro.
Buona parte della popolazione, tuttavia, è ancora legata a povere
attività commerciali, alla pesca, a mestieri e a lavori umilissimi.
Una conseguenza dei forti condizionamenti ambientali, che
persistono nonostante la corsa sfrenata verso la modernità. La
stessa struttura sociale, con la suddivisione in caste, incide non
poco sul sistema e sulle sue concrete possibilità di realizzare un
rapido sviluppo globale. Colpisce, ad esempio, la sopravvivenza di
un'usanza come quella dei matrimoni combinati, che tuttora
obbligano i giovani a sposarsi sulla base di scelte fatte dai loro
genitori.
L'India, in ogni modo, è certo destinata a diventare una grande
potenza. La storia, l'arte, i monumenti, i costumi, la ricchezza
della flora e della fauna la rendono una realtà maestosa
nell'ambito del continente asiatico. E per chi non ne fosse
convinto, basterebbe visitare la Via dei Templi, a Delhi, dove
l'arte è resa ancora più preziosa dai valori dello spirito.
E non potrebbe essere altrimenti, in una nazione dove Induismo (82
per cento), Islamismo, Buddismo, Sikhismo e altre religioni, tra le
quali anche il Cristianesimo, convivono in un rapporto di
apparente, reciproca tolleranza. È proprio la profonda religiosità
la caratteristica che, più di ogni altra, sembra definire gli
indiani. Non possiamo fare a meno di osservare con ammirazione
quella gente che per esprimersi usa ben 23 lingue diverse, le più
importanti delle quali sono l'hindi e l'inglese, e la cui
povertà materiale fa da contraltare a una ricchezza spirituale
immensa, capace di alimentare la speranza in un futuro
migliore.
Ma torniamo alle meraviglie di Delhi. Particolarmente interessanti
risultano le visite ai Giardini Mughal (del Palazzo Presidenziale),
all'Indian Gate, monumento costruito nel 1931 in onore dei soldati
morti durante la Prima Guerra Mondiale, e al Dillhat, il mercato
dell'artigianato. I Giardini sono costituiti da straordinarie
composizioni di fiori, i cui colori si combinano in tonalità e
sfumature difficilmente riproducibili dalle mani di un
artista.
Nel percorrere le strade di Delhi, ricche di attività commerciali,
ancora una volta possiamo apprezzare la particolare vitalità della
popolazione. Le botteghe artigiane, i mercati, i venditori
ambulanti, i barbieri improvvisati, i negozi di spezie: ogni angolo
della città richiama l'attenzione di quanti hanno la fortuna di
conoscerla, seppure per pochi giorni. E con piacere scopriamo che
diversi italiani si sono fermati in India per avviare iniziative
imprenditoriali. Tra le tante risorse dell'economia locale,
certamente hanno un posto di rilievo la lavorazione delle pietre e
dei metalli preziosi, oltre alla produzione di sete, tappeti e
tessuti di ogni genere. Ma anche in India, come nel resto del
mondo, bisogna essere cauti nel fare acquisti.
Lasciata Delhi, ci trasferiamo a Mumbai, una città di oltre 12,5
milioni di residenti, escludendo i quartieri periferici, sempre più
inglobati nel tessuto cittadino. Anche qui l'architettura
rispecchia le infinite contraddizioni dell'India. Grattacieli
modernissimi, zone residenziali e grandi alberghi fanno spesso da
cornice a contesti che appartengono al già descritto mondo della
povertà. Immense baraccopoli, improvvisati esercizi pubblici,
tradizionali mercati, estese lavanderie all'aperto diventano
elementi pittoreschi di un complesso mosaico dove l'industriale, il
commerciante, l'impiegato, il religioso e l'operaio sono
coprotagonisti di una realtà eterogenea, in perpetuo
movimento.
Ci sorprende vedere edifici con cantieri per l'edilizia realizzati
con canne di bambù. Ci domandiamo come sia possibile consentire
agli addetti ai lavori di portarsi così in alto, per la costruzione
di palazzi anche di decine di piani, arrampicandosi su strutture
tanto precarie, senza alcuna protezione. E che dire delle immense
lavanderie all'aperto, dove vecchi impianti alimentati da acqua che
ormai non ha più alcuna delle sue caratteristiche ospitano migliaia
di lavoranti in condizioni disastrose?
Sembra impossibile che realtà così degradate possano convivere con
i modernissimi quartieri della città degli affari e delle nuove
tecnologie, dove la qualità della vita ha una dimensione
completamente diversa. Eppure non possiamo non credere a quel che
ci dicono i nostri occhi. L'uso di sostanze nocive non può certo
giovare alla salute di quanti, comunque, accettano di lavorare pur
di portare a casa poche rupie. Sta di fatto che tali impianti sono
diventati, con i brillanti colori degli stenditoi all'aperto,
un'attrattiva per migliaia di turisti.
Intanto i nostri impegni in città e fuori continuano, alternandosi
con visite culturali che ci portano a visitare luoghi di culto e
non solo, come il Dhobi Ghat, il Siddhivinayak Temple o la Vittoria
Terminus, intorno ai quali ruotano frenetiche attività commerciali
più o meno organizzate, con migliaia di pellegrini e bambini che, a
piedi nudi, corrono dietro ai turisti nella speranza di avere
qualche spicciolo. Ma lasciarsi andare a comprensibili atti di
carità può costare caro. Lo impariamo a nostre spese quando, dopo
avere ceduto alla tentazione di dare qualche rupia a una bambina,
in pochi secondi ci ritroviamo circondati da un crescente gruppo di
ragazzini imploranti. Sembra uno sciame di api intorno ad un
alveare. Non sappiamo come uscire da una situazione così
imbarazzante. Solo il provvidenziale acquisto di caramelle e
biscotti distribuiti ai piccoli ci consente, alla fine, di tornare
in albergo.
Un'ultima tappa alle Elephanta Caves, sull'omonima isola del Mar
Arabico, ed eccoci in partenza per il Pakistan. Ci fermeremo una
notte a Karachi, prima di ripartire per Islamabad. In realtà siamo
ansiosi di arrivare nella capitale, dove ci attende però una
permanenza blindata, dal momento che il Paese è considerato a
rischio. Ce ne accorgiamo subito arrivando all'aeroporto, dove ci
prende in consegna una scorta di soldati armati. Giunti in albergo,
siamo sottoposti a controlli severissimi da parte dei militari
armati che presidiano ogni piano. Ma non ce ne stupiamo:
l'ubicazione del Pakistan in un'area strategica tanto sensibile,
sotto il profilo politico, comporta l'inevitabile e opportuna
adozione di incisive misure di sicurezza.
Paese completamente diverso dall'India, in prevalenza di
popolazione musulmana, il Pakistan ha circa 163 milioni di abitanti
su un territorio di oltre 800mila chilometri quadrati. Islamabad è
una città particolare, costituita da una vasta zona residenziale
costruita nel verde, con grandi viali, e da quartieri più popolari,
dove però non sono presenti le baraccopoli di Delhi, ma abitazioni,
in genere piccole, di colore bianco, più o meno dignitose, con
povere attività commerciali ed artigianali. Le strade sono
scarsamente frequentate. Le donne vestono il tradizionale burka,
rigorosamente nero. I costumi sono austeri. La popolazione locale
parla urdu e inglese.
Si comprende subito che la realtà sociale pakistana è
completamente diversa da quella indiana, di certo molto più aperta
e tollerante. Per le loro caratteristiche etniche, religiose,
culturali, economiche e sociali, nonché per i differenti sistemi
politici, i due Paesi esprimono modelli di vita non assimilabili.
Ma anche il Pakistan non manca di mistero e di fascino. È
auspicabile che, in un futuro prossimo, uno Stato così importante
possa essere una meta sicura per i turisti, senza il timore di
attentati.
Nel viaggio di ritorno, mentre siamo in volo, annoto questi pochi
appunti e già provo un grande senso di nostalgia. Poi, stanco,
chiudo gli occhi per cercare di riposare, e nell'assopirmi rivedo,
come in un sogno, il dolce sorriso e lo sguardo luminoso dei tanti
bambini che ho incrociato sulle strade asiatiche. Occhi neri e
profondi, ardenti e teneri. Impossibili da
dimenticare. |
Carmine Adinolfi
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