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Le origini della Bandiera dell'Arma
risalgono al febbraio del 1894, quando re Umberto I concesse l'uso
del Tricolore nazionale alla Legione Allievi Carabinieri. "Sarà,
questo", scriveva il Ministro della Guerra nella relazione al
Sovrano, "nuovo argomento di onore e di orgoglio per un Corpo che
incarna un elevato concetto militare e politico (...)".
La consegna avvenne in forma solenne il successivo 14 marzo, a
Roma, al cospetto del Re. La sua riferibilità all'intera Arma verrà
sancita solo nel 1932, ma la Bandiera della Legione assunse da
subito un profondo significato, e fu immediatamente riconosciuta da
tutti i Carabinieri. Ad
appena un anno di vita due Medaglie di Bronzo andarono a guarnire
il vessillo "per la condotta ammirevole" tenuta dall'allora Corpo
dei Carabinieri Reali nei fatti d'arme occorsi durante la Prima
Guerra d'Indipendenza.
Il 17 luglio 1909 verrà invece conferita all'Arma la prima Medaglia
d'Argento al Valor Militare per la brillante e decisiva opera di
soccorso eseguita dai Carabinieri a Pastrengo nel 1848, in favore
del loro Sovrano. Ancorché a distanza di sessant'anni, l'eroico
episodio riceveva un riconoscimento ufficiale, concesso "per la
gloriosa carica che con impeto irrefrenabile e rara intrepidezza
eseguirono i tre squadroni di guerra dei Carabinieri Reali,
decidendo le sorti della battaglia in favore dell'esercito sardo".
Vittorio Emanuele III, nel cortile della caserma degli allievi
carabinieri a Roma, volle appendere personalmente alla Bandiera
dell'Arma la Medaglia al Valore Militare...".
PASTRENGO: IL FATTO D'ARMI. Per trattare l'evento - dall'Arma
ricordato ogni anno il 5 giugno a Piazza di Siena, mediante la
proposizione della suggestiva Carica - è necessario risalire alla
Prima Guerra di Indipendenza, a un mese dopo la dichiarazione di
guerra all'Austria (23 marzo 1848). Il successivo 30 aprile,
infatti, il feldmaresciallo Josef Radetzky, uno dei più accaniti
repressori dei moti rivoluzionari, era ben determinato a
contrastare l'avanzata italiana.
Numericamente gli austriaci, circa 8mila, erano in svantaggio,
sebbene a loro favore giocasse il fatto di avere concentrato tutti
gli effettivi tra Pastrengo e Bussolengo. Contro di essi muovevano
circa 14mila piemontesi. Una divisione doveva tentare l'aggiramento
della sinistra austriaca sopra Pastrengo. A suo sostegno marciava
la Brigata Guardie, preceduta da una Compagnia di Bersaglieri. Il
compito delle Brigate Cuneo e Regina - che formavano il centro del
dispositivo - era di puntare direttamente sopra Pastrengo. La
Brigata Piemonte, rinforzata da volontari parmensi, doveva
impegnare l'ala destra del nemico. Lo schieramento piemontese
comprendeva, inoltre, la brigata di cavalleria del generale Sala,
destinata a coprire il fianco destro da eventuali minacce
provenienti direttamente da Verona.
L'allora Corpo dei Carabinieri Reali mobilitò 434 carabinieri a
cavallo, ordinati su tre squadroni alle dipendenze del Maggiore
Alessandro Negri di Sanfront, ognuno comandato da un capitano
(Luigi Incisa di Camerana, Angelo Morelli di Popolo e Carlo Augusto
Brunetta d'Usseaux), e tre mezzi squadroni, comandati dal Conte
Avogadro di Valdenga. I primi, organizzati ciascuno su 90 uomini,
costituivano un corpo di cavalleria di riserva al servizio diretto
del re Carlo Alberto, con possibilità di impiego in azioni di
cavalleria. La scorta al Sovrano - un compito, come quello oggi
svolto nei confronti del Presidente della Repubblica, assegnato in
via esclusiva ai Carabinieri a cavallo - comportava rilevanti oneri
aggiuntivi: Egli, infatti, sempre spinto dal desiderio di operare
in prima persona, soleva incautamente posizionarsi in pieno
territorio bellico, alla testa delle proprie truppe. A chi gli
consigliava di restare dietro le quinte, il regnante rispondeva:
«Ho meco uno squadrone di Carabinieri». Tre di quegli squadroni gli
salveranno ben presto la vita e risulteranno determinanti per le
sorti di una battaglia che diverrà famosissima in tutta
Italia.
Avviate le manovre alle ore 11, i reparti giungevano rapidamente ai
piedi dell'altura di Pastrengo, sebbene la Brigata Cuneo non ci
fosse ancora: aveva dovuto rallentare la marcia a causa del terreno
melmoso sul letto del Tione. Tre ore dopo l'inizio dell'operazione,
pertanto, Carlo Alberto si portava sul colle della Mirandola al
fine di osservare la manovra della predetta Brigata, resa oltremodo
difficoltosa, in quel momento, anche dal fuoco nemico. Con lui
erano presenti il suo Stato Maggiore, personale del seguito e, al
completo, i tre squadroni di Carabinieri. Capacitatosi in breve
delle cause del ritardo, il Re spronava inaspettatamente il cavallo
e si buttava verso il pendio della collina, seguito velocemente dal
suo entourage. In poco tempo, anche grazie al tiro di una
batteria di cannoni campali, riusciva a far riprendere l'avanzata
alla Brigata, che ben presto raggiunse l'obiettivo.
A dare una svolta alla giornata contribuì un'altra iniziativa del
Sovrano: anziché far ritorno sul Colle della Mirandola, egli, per
concedersi una migliore visuale dello scenario bellico, decise di
inerpicarsi sull'altura che lo fronteggiava, il Colle di Valena. Il
Re non era stato raggiunto dalle truppe piemontesi, ma era seguito
solo dai carabinieri. Saggiamente, il maggiore Sanfront inviava in
avanscoperta una dozzina di uomini che, giunti in località Ponte di
Loo, venne fatta oggetto di scariche di fuoco nemico. Nessuno dei
militari fu ferito, ma Carlo Alberto, uditi gli spari, aveva
estratto la propria sciabola, accingendosi ad intervenire di
persona. A quel punto, temendo per l'incolumità del Sovrano, il
maggiore Sanfront, sciabola sguainata a sua volta, impartiva
l'ordine di caricare: duecentottanta carabinieri a cavallo si
precipitarono al galoppo verso la ripida collina delle Bionde,
irrompendo nella bianca schiera degli austriaci.
A sfondamento avvenuto, crebbe il morale dei piemontesi, visto
l'esito della carica appena effettuata: gli austriaci, infatti,
cedettero ben presto al loro incalzare. L'azione coraggiosa dei tre
squadroni funse da esempio per gli altri reparti, già coinvolti
nell'offensiva. Per tre volte la carica venne ripetuta, decidendo
le sorti della giornata. Il Re e il suo seguito, infatti, sfondate
le linee nemiche, procedevano rapidamente alla volta di Pastrengo:
le Brigate Cuneo e Piemonte avanzarono ai lati, travolgendo la
fiacca resistenza di due battaglioni austriaci, mentre artiglieri a
cavallo penetravano all'interno del paese, nelle cui vie interne
ingaggiavano combattimenti corpo a corpo con ussari e fanti
austriaci. Poco dopo le 4 del pomeriggio, mentre tutta la riva
destra dell'Adige si apprestava a cadere in mano piemontese, Carlo
Alberto entrava nell'abitato. |