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Ieri, oggi e domani. Numero sei. Do,
re, mi, fa, sol, la, si. Anche le sette note? Ma no! E perché
no? Ma perché sono lì, ferme, statiche, immutabili, da quando,
attorno al 1026, Guido Monaco (alias Guido d'Arezzo), oltre ad
"inventare" il tetragramma, diede alle stampe il Micrologus, così
diffondendo la sua nuova notazione musicale. Da quell'istante il
tempo non le ha scalfite neppure di un… diesis. Ecco perché le
sette note non sono affatto un tema per "ieri, oggi... e domani".
Giusto?
Se ne siete convinti… Permettetemi, però: a parte il fatto che il
monaco aretino, appassionato cultore di canto gregoriano, parlava
di sei note (solo successivamente arrivò la settima, il si, e si
passò dalle quattro righe del tetragramma alle cinque del nostro
pentagramma), vorrei avere qualche secondo per dimostrarvi che così
non è. Cosa dovete fare? Null'altro che leggere quel che
segue.
Dintorni di Parma, ai primi dello scorso secolo. È sera, quasi
notte. Lungo una strada di campagna, bordata ai lati da alberi e
siepi, avanza, col passo incerto di chi ne ha bevuto qualcuno di
troppo, un popolano che indossa un costume da Rigoletto, e sta
urlando al mondo il suo dolore perché «Verdi è morto!» (L'avete
riconosciuta? È la scena iniziale del film Novecento, di
Bernardo Bertolucci).
Lunedì 29 gennaio 1951, ore 22. Sulla Rete Rossa di Radio Rai
(l'altra si chiamava Rete Azzurra, e solo alla fine di quell'anno
sarebbero state sostituite dal Programma Nazionale, dal Secondo e
dal Terzo), in collegamento dal Salone delle Feste del Casinò
Municipale di Sanremo, Nunzio Filogamo, coniando la mitica frase
«Cari amici vicini e lontani, buona sera, ovunque voi siate», fra
un tintinnar di stoviglie e sovrastando un brusio di sottofondo (il
pubblico è seduto ai tavoli del ristorante, in piena attività), dà
il via alla prima edizione del Festival della Canzone italiana
(giunto quest'anno alla 60a edizione, suggellata dalla presenza
della Banda dell'Arma dei Carabinieri, vedi box).
Agosto 2009. Località marittima. Un gruppetto di amici attende di
poter entrare nel ristorante prescelto, quando alcuni brani
musicali a tutto volume si diffondono nell'aria. A pochi metri di
distanza è iniziato il turno serale in una palestra ricavata su un
terrazzo vista mare, dove alcuni patiti saltano su e giù da un
materassino o corrono sui rulli, spronati da quei coinvolgenti temi
musicali.
E infine: pomeriggio di un recente giorno feriale. Una ragazza
entra nella metropolitana quasi vuota. Non si guarda neppure
attorno, si siede ed estrae dalla tasca un oggetto piatto, che
ricorda da vicino certi accendini per borsetta. Sei pronto ad
evitarle una multa (sulla metro non si può fumare!), ma lei ti
precede: collega due auricolari all'"accendino" - in realtà un
lettore di musica digitale - e si perde in un battibaleno dietro
chissà quale personalissima compilation.
Quattro spaccati della nostra storia passata e presente, un unico
comun denominatore: le sette, immutabili, note. Immutabili - loro -
è vero. Ma non il loro contesto. Per questo, ieri, oggi... e
domani: la musica.
LINGUA COMUNE. La musica. Ovvero quelle sette note combinate tra
loro in infinite ed inesauribili varianti, che è stata, è ancora, e
sarà domani, l'unico reale esperanto. L'unica "lingua" di immediata
comprensione per tutti gli esseri umani e valida, vien da pensare,
anche al di là dei confini planetari. È la musica che racconta,
meglio di ogni altro mezzo espressivo, l'evoluzione della nostra
società, il mutamento dei costumi, la diversa morale che appartiene
a ogni diversa epoca.
Si potrebbe obiettare che pure in questo campo siamo di fronte a
semplici corsi e ricorsi storici: ossia modi che si ripropongono,
integri nell'essenza, diversi nella forma esteriore. Ed è difficile
negarlo, se si pensa che gli odierni concerti, capaci di riempire
stadi o di radunare folle oceaniche su spazi sconfinati, non sono
altro che l'interpretazione attuale di pomeriggi domenicali di più
antica memoria, trascorsi a passeggio nel Parco cittadino
ascoltando la Banda Municipale.
Ma è altrettanto difficile non notare come quel che è mutato nel
tempo sia, in realtà, la fruizione della musica. I diversi
connotati da essa assunti all'interno di ogni comunità. Oggi
viviamo come immersi in un film, dove una studiata colonna sonora
sottolinea ogni atto, ogni gesto, ogni istante della nostra
giornata. Una presenza costante, per alcuni perfino persecutoria,
solo distrattamente percepita: si ritrova il sottofondo musicale al
supermercato, nell'autobus, nel grande centro commerciale, sul
treno. E se chi si cerca al telefono ha l'interno occupato, è con
opportuno divagamento musicale che siamo posti in attesa. Per non
dire del continuo dialogo intrecciato fra i cellulari, a base di
suonerie: dall'Eroica a Yellow Submarine, da
Dove sta Zazà al successo della star del momento.
Cosicché, a volte, ci si accorge della musica solo quando… non
c'è.
Una realtà che circa un secolo fa sarebbe stata del tutto
inimmaginabile. Certo, per i nostri nonni, e ancor più per i
bisnonni e per i trisavoli c'erano, sì, le piccole orchestre (per
le grandi occasioni), e qualche virtuoso del violino, del
pianoforte o magari della fisarmonica. Ma il vivere la musica,
quella vera, quella che contava, voleva dire entrare in una sala da
concerto o al teatro dell'opera: un evento da celebrare.
UNA CORSA A PERDIFIATO. Poi arrivò la radio, e iniziò la lunga
metamorfosi. Senza la radio, dicono, la metamorfosi non ci sarebbe
stata. Non tanto nella prima metà del XX secolo (nel nostro Paese,
verso il 1930, essa contava attorno ai 300mila abbonati, contro i
tre e passa milioni di altri Paesi europei), quanto nel secondo
dopoguerra. Allorché, dopo un primo rilancio - dovuto anche alle
molte stazioni impiantate ex novo dal servizio Pwb
(Psychological Warfare Branch) degli Alleati - deve
rispondere all'attacco, in apparenza "mortale", mossole dall'avvio
delle prime trasmissioni televisive.
È in quel momento che tutto cambia, grazie a quelli che, all'epoca,
apparivano minuscoli strumenti: le radio portatili a transistor.
Stiamo per entrare negli anni Sessanta. Da lì a poco, in Italia, a
completare l'opera arriveranno i primi "mangiacassette"
(registratori portatili che datano dal 1965 in avanti) e nessuno
più si fermerà. Non solo si inizierà a correre, ma lo si farà a
perdifiato.
Intendiamoci: la metamorfosi trova un terreno favorevole al
massimo. L'innovazione tecnologica, nel corso dell'ultimo mezzo
secolo, è continua, incessante. Ai primi dischi a 78 giri
subentrano quelli a 45 e i cosiddetti long playing (leggi:
33 giri), così come ai fonografi a manovella si sostituiscono
dapprima i compatti (o giradischi), poi i riproduttori
stereofonici, che al vecchio piatto aggiungono le casse,
costringendo a modificare l'arredo in molte case.
Analogamente, le orchestre di Pippo Barzizza e Cinico Angelini -
"amici rivali", come si diceva un tempo, l'uno più incline al jazz,
l'altro con una cifra soprattutto melodica - che a lungo tennero
banco alla Eiar (poi Rai) vicino a proposte più classiche, vengono
via via affiancate dalle esecuzioni dirette da Arturo Toscanini, e
nondimeno dall'orchestra di Glenn Miller, che con il suo
boogie-woogie propone la prima musica da ballo frutto di
due "culture" diverse, fondendo swing e rhythm 'n'
blues.
Ma solo il transistor porterà per le vie e le piazze d'Italia,
insieme allo storico Tutto il calcio minuto per minuto che
riecheggia nei pomeriggi domenicali, in altri giorni le note di
Hit Parade (la classifica dei 45 giri più venduti,
presentata da Lelio Luttazzi) e poi, mentre al di là delle Alpi si
stanno affermando i mitici Beatles (gli "scarafaggi" di Liverpool),
quelle di Bandiera Gialla, condotta da Arbore e
Boncompagni.
Da una parte il mangiacassette diventa Stereo 8 e Walkman,
dando la stura ad un processo che arriva agli attuali lettori di
musica digitale (Mp3, iPod, e chi più ne ha più ne metta),
dall'altra ognuno comincia a costruire, registrando qua e là i
brani che più lo interessano, le proprie raccolte, seguendo i gusti
personali. Liberi, ma in parte almeno suggeriti (si può trasmettere
un motivo perché ha già successo, ma anche per farlo diventare di
successo...).
IL VECCHIO E IL NUOVO. Quel che è certo è che, oggi come oggi, la
strada aperta in quegli anni è diventata un'autostrada. Grazie alla
tecnologia digitale è possibile preparare compilations,
come ormai tutti le chiamano, con una durata di qualche ora, e per
la scelta dei brani non c'è che l'imbarazzo. Sulla Rete delle reti,
sul Web (su Internet, insomma), si può trovare tutto e il suo
contrario (dalle laudi medievali ai ritmi degli aborigeni
australiani). E "scaricare", download in gergo, è divenuto
il verbo più frequentato della nostra lingua (e qualcosa ci dice
che lo sarà sempre di più).
Un futuro, perciò, legato a doppio filo ad Internet e alle
soluzioni digitali? Non è detto! Perché, come abbiamo avuto modo di
vedere in altre occasioni, la mancanza ormai consolidata di un
pensiero unico consente ad ognuno di viaggiare con i propri ritmi,
le proprie aspirazioni e le proprie passioni. A conferma, quasi a
sorpresa, da qualche anno il vinile (sì, proprio quello dei dischi
a 78, 33 e 45 giri) sta vivendo una nuova primavera. E non solo nei
mercatini del brocantage di tutt'Europa, ma anche quando i
microsolchi sono nuovi di zecca. Piace il poterli toccare con mano,
il vedere la puntina del vecchio giradischi che riproduce il suono,
magari in stereofonia. Ovviamente, continuando ad ascoltare con
attenzione le proposte che vengono riversate via bit dalle
sempre più numerose radio (eccole di nuovo!) che trasmettono via
Web. Il vecchio e il nuovo che s'incontrano, ancora una
volta. Ieri e oggi. E domani? Anche domani.
Garantito. |