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In autostrada con l'elefante

Alla scoperta di India e Pakistan, Paesi dalle infinite contraddizioni, dove anche la povertà viene ammantata dalla bellezza e dal tenero sorriso dei bambini

Il nostro viaggio inizia a Roma, dalla quale partiamo per Nuova Delhi Una strada indiana con un volo Alitalia: è la prima volta che andiamo così lontano, l'emozione è forte, ma anche l'entusiasmo. Finalità del viaggio: conoscere le principali problematiche di due grandi Paesi, l'India e il Pakistan, siti in un'area molto delicata sotto il profilo strategico. Giunti in India, alle 22 circa, troviamo sistemazione presso l'hotel dopo qualche problema nel recupero dei bagagli. Il primo impatto in aeroporto ci offre subito la dimensione della realtà locale: i controlli sono severi, si temono attentati.

Già al pullman ci rendiamo conto che la vita, nel subcontinente asiatico, non è facile: vecchi taxi ed altri mezzi di trasporto si contendono i turisti in arrivo. I conducenti litigano cercando di prendere le valigie di probabili clienti. Giovanissimi ci implorano di consentire loro di aiutare a caricare, naturalmente in cambio di qualche rupia. È difficile sottrarsi, ma è impossibile accontentare tutti.

Arrivando in albergo, dopo pochi chilometri, ci ritroviamo in un contesto lussuoso, che certo contrasta con le tristi realtà appena intraviste. Non restiamo insensibili di fronte alle forti contraddizioni che emergono nell'osservare quel mondo così affascinante, ricco di povertà e opulenza, ma anche di tanta dignità.

Il giorno seguente ci rechiamo ad Agra, dove visitiamo le rovine dell'antica città di Fatehpur Sikri, storica capitale dell'impero Moghul, ed il Tajmahal, incredibile mausoleo di marmo, cangiante come seta, eretto da un sovrano alla memoria del suo amore perduto. Migliaia di persone, ogni giorno, visitano quei luoghi, capolavori di arte unici al mondo e preziose testimonianze di una civiltà millenaria, ma soprattutto luoghi densi di spiritualità, capaci di donare a chi ne partecipi il sostegno necessario a superare le difficoltà connesse al quotidiano esercizio della sopravvivenza. Non possiamo non essere colpiti da quell'atmosfera così particolare, dove è la semplicità di espressione a dare forza ai sentimenti.

Le immagini di vita quotidiana appartengono ad un mondo a noi sconosciuto, ricco di fascino. Viaggiare sulle strade indiane, però, è come vivere un'avventura nella savana. Il pericolo è costantemente in agguato. La "guida" ci spiega che in India, per circolare, non occorrono regole: è sufficiente avere un clacson e freni in ottime condizioni. Variopinti camion, bus, autovetture e altri mezzi di trasporto, tutti o quasi degli anni Cinquanta, corrono senza osservare alcun limite né rispettare la propria corsia, ma zigzagando irresponsabilmente. Il rischio di un frontale è costante, e il timore di tutti è che, nella migliore delle ipotesi, le nostre coronarie non reggeranno.
Ai mezzi ruotati si uniscono animali, in particolare mucche, libere di circolare anche in città, al pari delle scimmie, nonché qualche elefante e, naturalmente, migliaia di persone, che a piedi, in bicicletta o trainando carretti carichi di frutta, verdura e altro, procedono, pure loro, incrociandosi in una corsa frenetica. Sembra un formicaio dai mille colori, che in parte rendono meno triste, addirittura viva e gioiosa, una realtà tanto tormentata. È l'armonia che scaturisce dal caos, che inspiegabilmente realizza un miracoloso equilibrio.

Grattacieli modernissimi, ville residenziali immerse nel verde e circondate da viali e giardini ben curati del centro di Delhi, eredità della cultura coloniale inglese, vengono sostituiti, nelle periferie e lungo il nostro itinerario, da fatiscenti baracche realizzate con lamiere, tavole, cartoni o, nelle situazioni "migliori", con una povera e precaria muratura. Di tanto in tanto è possibile vedere mucchi di sterco secco di vacca, utilizzato dai più poveri come combustibile per scaldarsi nei mesi freddi o per cucinare. La necessità, infatti, costringe gli "ultimi" a ricercare qualsiasi mezzo di sopravvivenza.

Tanti, i più sfortunati, trasferitisi dalle campagne in città alla ricerca di un lavoro (circa un migliaio al giorno), vivono e dormono lungo le strade, avendo per materasso la nuda e polverosa terra e per tetto il cielo. "Randagi" come i molti cani che ne condividono gli spazi, spesso attraversati da scarichi maleodoranti, attendono fiduciosi improbabili aiuti, riparandosi dal caldo e dal freddo con pochi stracci. Gli infiniti colori delle vecchie case, dei taxi, dei lunghi abiti delle giovani indiane vestite come splendide dee dell'antica Grecia, sembrano volere nascondere le tante miserie di gente che ogni giorno deve, con la fantasia, trovare il modo e i mezzi per vincere i morsi della fame.

Qualcuno ci dice che l'India, con oltre un miliardo di persone, è un Paese in via di sviluppo, nel quale i cittadini, di culture e religioni diverse, convivono non sempre pacificamente, ma in uno Stato che comunque tende ad affermare i principi della democrazia. Noi non ne dubitiamo: si percepisce subito di essere in un grande Paese, con tanta voglia di crescere, non solo economicamente. Sembra impossibile, eppure quella gente, priva di tutto, ha forse una ricchezza che noi "fortunati", provenienti da un mondo dove l'opulenza offende ogni giorno la povertà, non riusciremo mai a cogliere. È la ricchezza immensa della "fede" che concede, a chi la possieda, la speranza in un avvenire migliore, la voglia di vivere, di lottare. Quanta dignità cogliamo nei loro comportamenti e nei loro sguardi!

La "guida" ci spiega che non bisogna fare la carità ai bambini, ma solo ai vecchi poveri e ammalati, per costringere i primi a reagire alla loro disperata condizione, ricercando soluzioni dignitose per vivere. Facile a dirsi! Ma come si può restare insensibili di fronte alla piccola mano tesa di chi, indossando pochi stracci, o addirittura nudo, privato in origine di ogni cosa, senza averne alcuna colpa, indica il vuoto del proprio stomaco, implorando la tua carità?

Il viaggio di ritorno da Agra diventa un incubo. Il conducente del pullman è fin troppo estroso nella guida del mezzo, su quelle strade affollate di uomini e animali. L'assenza di segnaletica ci porta a fare un itinerario non noto all'autista, attraverso un'area rurale. È quasi sera. Il cielo si arricchisce dei colori del tramonto, con mille sfumature. Sembra un mondo fatato, ricco di mistero, che lo rende ancora più affascinante. Il buio della notte cala lentamente oscurando il verde delle campagne, dove misere case danno segni di vita solo attraverso fuochi accesi, come lumini tremolanti. Poveri contadini, rientrando dal lavoro a piedi o con piccoli carri di legno, ci osservano stanchi, in tutta la loro magrezza, meravigliati dalla nostra presenza. Ingiustificata. In tanta povertà, però, i protagonisti assoluti restano i bambini che, con occhi vivaci e bianchissimi sorrisi, ci salutano a distanza.

Cerco di rifugiarmi in un sogno dal quale potermi risvegliare in un mondo dove almeno i ragazzini non debbano soffrire. Ma la corsa del mezzo su quella strada sterrata e piena di buche ci scuote violentemente, quasi a volerci imporre di continuare ad osservare, di conoscere per non dimenticare e diventare così testimoni di tanta miseria. Ci rendiamo conto, allora, che nessuno di quei lumini ondeggianti nella notte appartiene alla lampada di Aladino: la realtà, impariamo, è ben diversa dai sogni.

(continua)
Carmine Adinolfi