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Quattro passi a Brasilia

Festeggia il suo cinquantesimo compleanno una delle più giovani capitali dell'era contemporanea, quella del Brasile: edificata nel 1960, rappresenta il trionfo della ragione e dell'efficienza sulla casualità

Poche settimane fa, ero a Parigi. E guardavo, dal Quai Voltaire, l'imponente edificio sull'altra sponda della Senna, uno dei simboli della grandeur francese. Oggi ospita il Louvre, uno dei maggiori musei mondiali. Un tempo era il Palazzo Reale. Sulla stessa riva dove mi trovavo c'è, quasi di fronte al Palazzo Reale, la dimora-chiesa del cardinale Mazarino, che di giorno attraversava la Senna per dare consigli politici a Luigi XIII e, di notte, per incontrare la regina. Con Luigi XIV, la corte si sarebbe poi trasferita nella reggia di Versailles, fuori Parigi, ancora più sfarzosa con i suoi straordinari giardini. Il "Re Sole", concentrando in un solo posto, per controllarla meglio, la Grande nobiltà ma, a differenza di quella inglese, anche estraniandola dalle attività industriali e commerciali del resto del Paese, ne avrebbe preparato la sconfitta sul piano sociale e politico solo qualche decennio dopo.

Parigi è attraversata dalla Senna, che la divide in due grandi agglomerati urbani: l'uno è la rive gauche; l'altro, la rive droite. Sulla rive droite c'è Place de la Concorde, dove Luigi XVI, sua moglie Maria Antonietta e decine di nobili e di rivoluzionari conclusero la loro vita sotto la ghigliottina; c'è piazza della Bastiglia, dove c'era la prigione presa d'assalto, e abbattuta dai rivoluzionari del 1789; ci sono i grandi boulevards fatti tracciare dal prefetto Haussman, abbattendo il dedalo di viuzze dove si temeva avrebbero potuto rifugiarsi gli eventuali rivoltosi, per consentire di collocare i cannoni della repressione in cima ad ognuno di essi e poter tirare senza ostacoli sulla folla che vi si fosse affacciata con cattive intenzioni; ci sono gli Champs Elysées, con l'arco di trionfo napoleonico, ma dai quali entrarono in Parigi anche le truppe naziste nella Seconda guerra mondiale. Sono solo alcune delle vestigia di quella che è stata - ed è ancora - la capitale di un grande Paese.

La stessa cosa si può dire per l'Inghilterra. Chi, in visita a Londra, non ha atteso il cambio della guardia davanti a Buckingham Palace, il Palazzo Reale dove si sono succeduti nei secoli i re e le regine inglesi che hanno fatto non solo la storia del proprio Paese, ma del mondo? O non ha guardato, dalla sponda opposta del Tamigi, non senza emozione, il complesso di Westminster, il Parlamento della grande democrazia liberale britannica, dove sono diventati patrimonio comune i diritti individuali, sanzionati poi formalmente, nell'89 francese, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo? Analoga sensazione di "vivere nella storia" la si ha a San Pietroburgo davanti al Palazzo d'Inverno, ultima sede degli zar, preso d'assalto dai rivoluzionari per instaurare il governo democratico di Kerenskij nel febbraio del 1917 e poi abbattuto, nell'ottobre, dai bolscevichi di Lenin per far nascere l'Unione Sovietica: la meno russa di tutte le città russe, fatta edificare da Pietro il Grande sul modello di Vienna e di Parigi da architetti italiani (come il Rastelli). La si ha a Pechino, davanti alla Città proibita, da dove gli imperatori delle varie dinastie succedutesi al potere hanno governato la Cina per oltre mille anni. A Roma, "giovane capitale", rispetto alle altre, della "Giovane Italia" nata dal Risorgimento, della quale si festeggia quest'anno il 150mo anniversario dell'Unità; ma, al tempo stesso, una delle città più antiche, con il Colosseo, i Fori Imperiali, testimoni di una civiltà millenaria, di cui noi italiani andiamo giustamente fieri.

Ecco. Queste, con altre ancora (Madrid, Lisbona, Washington, eccetera), sono le capitali "antiche", figlie tutte della storia del proprio Paese. Quelle che, personalmente, più amo. Poi ci sono le capitali "giovani", figlie dello sviluppo politico, economico e tecnologico, e costruite per rispondere alle esigenze amministrative dello Stato contemporaneo. Tanto appaiono anacronistiche, sotto il profilo funzionale, le capitali "antiche", con i loro edifici che mal si adattano alle domande della odierna Pubblica Amministrazione, altrettanto sono funzionali quelle "giovani". Tanto sono cariche di "memorie" le prime, tanto ne sono totalmente prive le seconde.

La più famosa di queste ultime è Brasilia - costruita in 41 mesi, dal 1956 al 1960, e diventata capitale il 21 aprile 1960 -, della quale si festeggiano quest'anno i cinquant'anni della nascita. Una città che deve La Cattedrale di Brasilia la sua esistenza a un articolo della Costituzione del 1891 - che prescriveva il trasferimento altrove della capitale, Rio de Janeiro, che lo era dal 1763 - e il cui luogo di fondazione, individuato solo nel 1922, si dice fosse comparso in sogno a san Giovanni Bosco, il fondatore dell'Ordine dei Salesiani.

Brasilia è una città in tutto e per tutto "pianificata" - con l'obiettivo economico di sviluppare la parte centrale del Paese e con quello tecnologico di realizzare la massima efficienza funzionale -, che poco o nulla lascia alla spontaneità, e persino al disordine, con i quali si sono sviluppate le capitali "antiche" e che ne costituiscono anche l'indubbio fascino. Il piano urbanistico lo si deve alle teorie di un grande architetto, Le Corbusier, massima espressione della cultura collettivistica e pianificatrice della sua epoca; la progettazione degli edifici pubblici a un altro grande maestro dell'architettura contemporanea, anch'egli figlio di quella stessa cultura, Oscar Niemeyer.

La progettazione del contesto abitativo e l'intero piano urbanistico già dicono del principio che sottostava alla costruzione di Brasilia. Un luogo dove nulla fosse lasciato al caso e la localizzazione dei servizi e degli stessi abitanti ubbidisse a rigorosi parametri di pura razionalità. La sua planimetria è a forma di croce. Si è previsto, e programmato, dove avrebbero dovuto sorgere le zone residenziali, quelle commerciali, ospedaliere, industriali e bancarie. La popolazione meno abbiente è stata dislocata in città satelliti lontane, collegate con la capitale da un rapido sistema di comunicazione. Una sorta di fusoliera di aereo contiene i ministeri, la sede del Governo, il Senato e la Camera dei deputati, nonché un'avveniristica Cattedrale. Le abitazioni della zona residenziale, secondo il "piano", non dovevano superare i sei piani. Le ali della fusoliera, lunghe sette chilometri, sono collegate fra loro da un viale ad alta velocità e tramite un sottopassaggio sopra il quale hanno trovato posto la stazione ferroviaria e altri edifici adibiti a servizi.

Come tutte le costruzioni della Ragione, prive di quel tanto di "irrazionale ragionevolezza" che caratterizza la vita degli uomini in carne ed ossa, Brasilia ha manifestato, ben presto, agli occhi dei suoi stessi estimatori, quale fosse il suo difetto maggiore: una città costruita a misura d'uomo, ma fondamentalmente priva di umanità. E a rivelare il paradosso è stata l'assenza di luoghi e di condizioni nei quali i suoi abitanti potessero, puramente e semplicemente, camminare. Attraversata da strade che assomigliano ad autostrade, dove le auto corrono ad alta velocità, la capitale ha finito con apparire, non solo agli occhi dei suoi critici, ma anche a quelli degli stessi abitanti che vi dovevano vivere, una sorta di capolavoro della mente, ma privo di cuore. Così, contravvenendo al principio che l'ha originariamente ispirata - una funzionalità "tecnica" tanto spinta da trascurare il fattore umano -, vi si è sopperito nel modo meno funzionale, ma più ragionevole: con migliaia di strisce pedonali.

La capitale del Brasile - con tutte le sue innovazioni urbanistiche che non mancano di limiti umani - è, in fondo, l'espressione di quella stessa proiezione verso un futuro governato dal razionalismo esasperato che ha segnato il Novecento delle grandi scoperte. Le strisce pedonali sono la rivincita degli uomini che chiedono solo di essere liberi di vivere la propria vita. Anche solo "facendo quattro passi".
Piero Ostellino