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SOCIETA'
Alla ricerca del
padre
Un viaggio culturale che inizia nella
Mesopotamia di quattromila anni fa e finisce ai nostri giorni. Per
comprendere meglio l'evoluzione della figura
genitoriale
Dopo Il padre ombra (Giardini, 1988) e Onora il padre
e la madre (Bompiani, 2001), Maurizio Quilici, giornalista (ha
ricoperto il ruolo di caporedattore presso l'Agenzia Ansa per molti
anni) e fondatore dell'Istituto di Studi sulla Paternità, torna
alle stampe con Storia della paternità - Dal pater
familias al mammo (Fazi, pagg. 500, euro 23).
Si tratta di un percorso lungo e poco frequentato nella tradizione
culturale occidentale (l'autore ha necessariamente ristretto il
campo alle nostre radici), riletta alla luce del pater
familias: a volte genitore amoroso, altre padre-padrone,
complice o antagonista della sua compagna. Una figura fondamentale,
quella paterna, che può peccare per assenza o per eccessiva
presenza, ma con la quale è impossibile non confrontarsi. D'altra
parte non esiste rapporto più intenso, misterioso, pieno di
contraddizioni di quello che lega il figlio ad un genitore:
diversissimo, ma ugualmente significativo.
Maurizio Quilici affronta quindi quest'impresa partendo dalla
considerazione che la letteratura sul rapporto padre-figlio è
scarsa: «Le Storie della paternità pubblicate in Italia sono poche,
hanno un taglio molto particolare (psicoanalitico, antropologico…)
o, se storiche, sono limitate ad un particolare aspetto (ad esempio
l'autorità). Non sempre, inoltre, riflettono la storia del nostro
Paese. Per questo credo di poter affermare che il libro affronta il
tema in un'ottica nuova».
E dunque, considerato il fatto che nell'organizzazione della
famiglia e della società il padre di oggi deve necessariamente
ripensare il proprio ruolo ed essere capace di contrastare lo
stereotipo materno, tale ricerca corposa, ma piacevolmente
scorrevole, può dare molte informazioni a chi si occupa a vario
titolo di paternità, e offrire numerosi spunti di riflessione -
psicologica, giuridica, sociale - a chi voglia soltanto
approfondire l'argomento.
Analizzando quattromila anni di storia e i diversi significati che
questa figura ha assunto nel tempo, si rileva che la paternità è
una questione complessa, non racchiudibile in alcun cliché: dalla
mitologia greca al ruolo misterioso che ricopriva nella cultura
etrusca, dalla centralità nell'antica Roma alla modificazione della
sua funzione sociale col Cristianesimo, dalla nuova educazione
illuminista alla nascita della psicoanalisi, per finire alle
contestazioni giovanili del Novecento, all'emancipazione femminile,
alla più recente presa di coscienza paterna, che ha cambiato -
nella forma e nella sostanza - il rapporto di coppia.
Molte informazioni arrivano dalle fonti storiche, in particolare da
quelle greche e latine. Le notizie, però, come raccomanda anche
l'autore nella sua introduzione, vanno prese «cum grano
salis giacché motivi di schieramento politico e l'adesione a
certi canoni sociali dell'epoca possono aver portato a
forzature».
DALLA MESOPOTAMIA A ROMA. Per dare un principio a questo lungo
viaggio, Quilici prende in esame un documento mesopotamico
risalente a quattro millenni fa: si tratta del racconto di un
ragazzo che, tornando a casa, trova il padre e gli recita il
compito che ha scritto sulla sua tavoletta d'argilla. Il papà "ne
rimane contento". Successivamente arrivano i primi problemi
scolastici (e le conseguenti bastonature del povero discepolo).
Ancora il papà interviene e, accogliendo il suggerimento del
figliolo, "li risolve" invitando a casa il docente e facendogli
bellissimi regali. Un esempio perfetto di complicità tra i
due.
Per riflettere su cosa sia stata l'autorità paterna nella Grecia
antica, dobbiamo considerare un lungo periodo di riferimento perché
le differenze, tra la Grecia omerica (1200 a.C.), quella arcaica
(800-500) e quella delle fasi storiche successive, sono
sostanziali. Ad esempio nel periodo "romano", che termina nel 565
d.C. con la morte di Giustiniano, le trasformazioni nei costumi e
nella famiglia furono profondissimi. Ma in ogni epoca e in ogni
luogo della Grecia vi è un denominatore comune: il dominio della
cultura patriarcale, che esclude donne e minori. L'uomo comandava
su tutto: a lui spettava la decisione sulla sopravvivenza dei
neonati gracili o quella di esporre i figli indesiderati (spesso
femmine).
C'è però anche un rapporto di reciproco timore: nel Mito il
parricidio (Urano ucciso dal figlio Crono incitato dalla madre
Gaia) appare come il grande terrore degli antichi. Di conseguenza,
per ovviare a ciò, i figlicidi sono innumerevoli: se ne macchiano
senza volere Ercole e Teseo, e Agamennone non esita a sacrificare
Ifigenia per procurarsi i favori di Artemide.
Tra gli esempi migliori di rapporto padre-figlio, invece, c'è
quello di Dedalo e Icaro e, al di sopra di tutto, si staglia
l'amore di Ettore per il piccolo Astianatte: è il celebre passo
dell'Iliade in cui l'eroe troiano, con tenerezza e
orgoglio, solleva ripetutamente il piccolo, augurandosi che possa
un giorno oltrepassarlo in forza. Orgoglio di papà. L'augurio
paterno che i figli accrescano la gloria del genitore è motivo
ricorrente nell'epica e si ritroverà anche nella letteratura
successiva.
Tralasciando la misteriosa civiltà etrusca, riguardo alla quale si
conosce poco dei rapporti quotidiani e quasi nulla di quelli tra
padre e figli, sappiamo invece che la storia di Roma e il suo
dominio su tutto il mondo allora conosciuto passano in buona parte
attraverso tale figura. La paternità è stato un elemento fondante
della storia di questa civiltà: costante era l'identificazione tra
famiglia e Stato, pater familias e cittadino. Il rispetto
verso il genitore era una legge di natura e dunque il concetto di
patria potestas esprimeva un tale potere, una tale
autorità da comprendere lo ius vitae et necis, ossia il
diritto di vita e di morte sui figli, in alcuni casi realmente
applicato. Come quando Bruto fece fustigare e decapitare i suoi due
figli, colpevoli di aver forse cercato la restaurazione; o come
quando il console Manlio Torquato condannò a morte il figlio,
comandante della cavalleria, colpevole di aver trasgredito a un suo
ordine.
In casa sua il pater familias è sacerdote, compie
sacrifici agli dei e, così come in Grecia, può decidere se tenere
un figlio e riconoscerlo o liberarsene, o anche venderlo come
schiavo per onorare un debito.
L'avvento del Cristianesimo opera una rivoluzione sulla paternità
anche se, curiosamente, su due fronti opposti: da un lato, infatti,
rafforza l'autorità del padre come rappresentazione terrena di
quello celeste; dall'altro la riduce, poiché stabilisce che l'amore
di un genitore per i figli e viceversa passa in secondo piano
rispetto a quello per Dio (dal Vangelo di Matteo 10,37: «Chi ama il
padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio
o la figlia più di me, non è degno di me»).
Anche per Sant'Agostino, «si deve onorare il padre, ma si deve
obbedire a Dio. Si deve amare il genitore, ma bisogna preferirgli
il Creatore». E guai al padre che ostacola la missione religiosa
dei figli: sono molti gli esempi di santi che, rifiutati gli
affetti familiari a favore di un amore più alto e indefettibile,
vengono uccisi dai loro stessi genitori che non ne accettano la
scelta: da Santa Barbara a Santa Cristina, a Santa Caterina
d'Alessandria.
DAL MEDIOEVO AL RINASCIMENTO. Non molto diverso dal potere paterno
della antica Roma, quello che esercitavano i padri del Medioevo e
del Rinascimento. Parlando di potere non ci si riferisce solamente
all'esercizio di una potestà familiare, "privata", ma ad un potere
sancito, avallato (o viceversa scoraggiato) dal sistema delle leggi
e dal costume sociale. Il padre è il perno sul quale ruota l'asse
familiare: i figli escono di minorità a 18 o 25 anni, tuttavia
nulla li sottrae all'autorità paterna, neanche una famiglia loro
(ricordiamo che era sempre il padre a decidere, in base a suoi
calcoli, con chi dovessero sposarsi i figli, spesso giovanissimi: a
dodici anni una ragazza poteva già essere data in moglie). Nel
Medioevo, inoltre, il padre decideva anche dei divorzi. Ma c'è una
novità: anche lui poteva essere interdetto qualora avesse dissipato
i beni della famiglia.
Non sono rari, anche in questo periodo, casi di padri assassini che
si alternano ad altri che sacrificarono la loro vita per i figli.
Chi non ricorda, dalla Divina Commedia dantesca, quel
padre la cui bocca «...sollevò dal fiero pasto?» (i figli, ndr). E
mentre Cecco Angiolieri canta nei suoi sonetti il desiderio di
parricidio: "S'i' fosse morte, andarei a mi' padre; s'i' fosse
vita, non starei con lui", Beatrice Cenci (e siamo già in pieno
Rinascimento) uccise veramente e non soltanto nei versi di una
poesia, subendo poi un processo che la condannò a morte, il crudele
padre Francesco.
DAL SEICENTO AL DUEMILA. È però sul finire del Seicento che avviene
un cambiamento importante all'interno del nucleo familiare: i
rapporti sono sempre meno formali e il potere del padre non è più
così oppressivo (scrive John Locke nei Pensieri
sull'educazione: "Il padre, quando suo figlio sia cresciuto e
in grado di comprenderlo, farà bene a intrattenersi familiarmente
con lui e perfino a chiederne il parere e a consultarlo in quelle
cose di cui egli ha qualche conoscenza").
Nel Settecento c'è un ulteriore indebolimento dell'autorità
paterna: l'infanzia comincia ad essere oggetto di attenzione e il
diritto di natura conduce alla madre, che ha l'opportunità di
esprimere la sua opinione sul futuro dei figli e non solo di
occuparsene nei primi anni per poi affidarli al marito. Il diritto
del genitore non viene negato, ma deriva dal vivere civile e dalle
sue leggi.
Nell'Ottocento, dopo la Rivoluzione e Napoleone, che avevano
gettato ventate innovative in ogni campo, la Restaurazione politica
si avverte anche nella famiglia: si cerca di riportare il padre su
quel piedistallo che il pensiero di Rousseau, Voltaire e tanti
altri sembrano aver fatto vacillare. Allontanando i padri dalla
famiglia e facendo cessare quell'elemento fondante dell'autorità
che era la trasmissione del sapere, dell'arte o del mestiere, anche
la Rivoluzione industriale aveva minato un terreno già fragile. "Si
sfalda la famiglia patriarcale", scrive Quilici, "e ha inizio la
rottura antropologica tra l'uomo e la cultura maschile
preesistente". Arriviamo velocemente al Novecento: le due guerre
mondiali, con milioni di padri al fronte e le madri costrette a
svolgere due ruoli in famiglia e ad affacciarsi al mondo del
lavoro, porteranno a grandi passi verso profondi mutamenti in seno
alla famiglia.
A fine anni '60 scompare il padre e nasce il
papà. Con la legge 8 febbraio 2006 n. 54, si afferma poi
un termine nuovo: bigenitorialità, parola ovvia solo in apparenza.
Il concetto è ben più significativo per il corollario che lo
supporta: la pari rilevanza e necessità di padre e madre - pur con
le diversità di comportamento, ruoli e funzioni legate all'identità
- per un corretto, equilibrato sviluppo dei figli. Ma questa è
tutta un'altra storia. Ne parleremo in un altro e più approfondito
articolo. |
Eugenia Mattioni
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