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Così imparai ad essere padre

Si dice che gli uomini siano privi di un vero "istinto paterno". Ma ci sono casi della vita che dimostrano il contrario: quando si capisce cosa significhi davvero avere dei figli

È scientificamente assodato che nelle femmine di qualsiasi specie animale vi sia un forte "istinto materno", non altrettanto riscontrabile nei maschi. La femmina di molti animali deve difendere i propri cuccioli dal maschio che, altrimenti, li divorerebbe, trattandoli come qualsiasi altra preda. Nel maschio prevale, dunque, l'istinto della caccia; nella femmina, quello di protezione. Ci si deve guardare dal cinghiale femmina in compagnia dei suoi cuccioli, se si vuole evitare di essere aggrediti, per legittima difesa, anche se non si ha alcuna intenzione di far male né all'una né tanto meno agli altri. Per questo quando, nella mia amata casa in Provenza, erano arrivati, di notte, i cinghiali a devastarmi il giardino, in cerca di cibo sotto l'erba fresca di rugiada, mia moglie mi aveva subito raccomandato di non cercare di scacciarli, pena il rischio di essere attaccato e ferito dalla femmina che, nella circostanza, aveva portato i cinghialetti… al ristorante.

Una scena del film 'Solo un padre' (2008), diretto da Luca Lucini e interpretato da Luca Argentero Tutto questo non stupisce. È infatti il maschio incaricato dalla Natura a procurare il cibo, mentre è alla femmina che è affidato il compito di perpetuare la specie. Lo stesso fenomeno - ovviamente temperato dalla tradizione, dalla cultura e dalle convenzioni sociali - è riscontrabile nell'Uomo. All'attenzione, la cura, la tenerezza e persino l'amore che le bambine dedicano alla propria bambola preferita - che un bambino non potrebbe mostrare senza sollevare maliziosi dubbi sulla sua mascolinità - fanno da contrappeso la sbrigativa disinvoltura del maschio nello sfasciare i propri giocattoli e la sua primitiva aggressività nei confronti delle femmine. Né il mutamento sociologico avvenuto nella società contemporanea ha di molto sconvolto i ruoli. È vero che nella società tradizionale - che ancora ubbidiva alle consuetudini di quella contadina - la donna era, per definizione, "l'angelo del focolare", che accudiva alle faccende domestiche e allevava i figli, mentre l'uomo provvedeva a procacciare il cibo all'intera famiglia con quel surrogato della caccia che era diventata la lotta per il denaro. Ma è pur sempre un fatto che la donna contemporanea - malgrado sia diventata essa stessa cacciatrice (allo scopo di contribuire finanziariamente al mantenimento del nucleo familiare) - non ha perso ugualmente alcuna delle peculiarità che ne caratterizzano il genere, le quali rimangono quelle di assicurare la continuità della specie e di badare alla prole, malgrado oggi si chieda spesso anche al maschio di occuparsi di cambiare pannolini o di lavare i piatti.

Poiché insomma, in Natura e nella Società, le cose stanno così, debbo dire che anch'io - come ogni maschio di questo mondo - non sono stato dotato di un forte e consapevole "istinto paterno". Ad essere sincero, mentre le donne "sono" mamme, prima ancora di diventarlo mettendo al mondo un figlio, io sono diventato padre solo col tempo, quando ormai i miei figli - un maschio e una femmina, ora rispettivamente di 45 e 43 anni - erano diventati, da tempo, grandi. A contribuire alla perpetuazione delle consuetudini della classica famiglia d'altri tempi è stata anche la divisione dei ruoli o, se si preferisce, del lavoro fra me e mia moglie, di comune accordo. Io ho provveduto al sostentamento della famiglia - che, poi, per il lavoro che faccio, consiste nel leggere e nello scrivere -, contravvenendo, peraltro, a una radicata tradizione nazionale per la quale è il marito che tiene i cordoni della borsa; mia moglie s'è preoccupata del resto, che poi significa di tutto: allevare i figli, preoccuparsi della loro educazione, badare alla casa, amministrare le risorse disponibili, tenendo responsabilmente in ordine i conti (mentre io avrei una istintiva propensione a spendere!). Poiché mia moglie è stata eletta "Amministratore delegato" della famiglia, era dunque anche inevitabile e, a mio parere, persino del tutto giusto che lei disponesse del reddito familiare, salvo concordare col "padre di famiglia" le spese, diciamo così, più "impegnative".

Dunque, non ho mai avuto nei confronti dei miei figli quella particolare attenzione - ad esempio, nel giocarci assieme - e quel trasporto che molti altri padri pur hanno per un barlume di "istinto paterno". Loro non se ne sono mai lamentati, anzi hanno preferito un padre sul quale sapere di contare sempre ma, al tempo stesso, che non li ossessionasse con una presenza troppo soffocante. Solo qualche anno fa - erano già oltre la trentina - avevano chiesto alla madre perché avessi manifestato l'intenzione di portarli allo zoo, alla loro età. Mia moglie mi aveva amabilmente rimproverato di non averlo fatto quand'erano piccoli, come fanno tanti padri più diligenti di me. Ed io, traducendo il rimprovero in paradosso, avevo telefonato ai miei figli: «Vostra madre vuole che vi porti allo zoo». Naturalmente, con mia moglie, avevano riso alla conferma che ero un marito e un padre che amava più il lato grottesco della paternità che quello convenzionale.

Ciò non toglie, però, che in un particolare momento della nostra vita, io non abbia avvertito, forte e dolorosamente, l'"istinto paterno". Era il giorno di Pasqua di tredici anni fa. Sul nostro prato, sotto gli alberi secolari di casa e gli ombrelloni, c'erano una quarantina di ospiti a colazione. All'improvviso mia figlia, trentenne, madre da poco, si sentì male. Fortunatamente, fra gli amici, c'era un grande clinico, che non tardò a diagnosticare il malore: aneurisma cerebrale. Fu trasportata da un'ambulanza all'ospedale locale, che confermò la diagnosi e chiamò un elicottero per trasferirla a Nizza, dove avrebbe dovuto essere operata. Sono diventato padre vedendola caricare sull'elicottero come fosse morta, pensando d'averla perduta.

Poi, il viaggio in macchina a Nizza - non so ancora adesso come sia riuscito a guidare -, accompagnati dall'amico clinico. Il consulto con i medici e il responso (relativamente) ottimistico: l'emorragia si era arrestata, restava il pericolo che si riacutizzasse, ma avrebbero cercato di evitare l'operazione, troppo intrusiva e foriera di possibili menomazioni; c'era un medico che aveva studiato negli Stati Uniti e adottava, in questi casi, un metodo del tutto nuovo: risaliva dalla femorale con una sonda lungo il corpo, arrivava al cervello e suturava l'aneurisma. È quello che avrebbero fatto. Quando l'amico, che volle assistere all'intervento, ci disse che tutto era andato per il meglio e che non ci sarebbero state conseguenze, io capii (finalmente!) che cosa vuol dire essere padre.

Compresi anche perché mia figlia - malgrado le raccomandazioni dei medici - abbia voluto mettere al mondo un altro figlio un anno dopo, facendomi così capire che cosa voglia dire essere nonno. Il piccolo nacque prematuro, di sette mesi, dovette subire due operazioni e restare un mese in terapia intensiva - ancora a Nizza: nella nostra famiglia le cose piacevoli (il matrimonio di mia figlia) e i guai (il parto complicato) succedono sempre lì - e ne uscì con la previsione che non sarebbe stato un bambino come gli altri. Quando aveva poco meno di un anno, diagnosticarono la possibilità che fosse sordo e che quindi, forse, sarebbe stato anche muto. Per dirmelo mi chiamarono al telefono mentre facevo colazione: mi ritrovai, da solo, a piangere al tavolo di un ristorante. Anche ad una visita successiva, la diagnosi fu infausta: sollecitato a ripetere ciò che gli veniva comunicato attraverso un apparecchio (la parola "topolino"), il bimbo tacque. Ma poi, una volta in macchina - rivelando di avere lo stesso gusto per lo sberleffo del nonno -, eccolo che, ridendo, ripete più volte alla madre, affranta: «Topolino, topolino, topolino...».

È un ragazzino sveglio come un grillo, mio nipote. Lo stesso che, dopo la prima lezione di catechismo, ha voluto vedermi per dirmi: «Sai nonno, delle cose che non capisco io non mi fido; ad esempio, questa questione di Dio». Invece Dio esiste, eccome! La sua stessa vita lo dimostra.
Piero Ostellino