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L'OPINIONE
Così imparai ad essere
padre
Si dice che gli uomini siano privi di
un vero "istinto paterno". Ma ci sono casi della vita che
dimostrano il contrario: quando si capisce cosa significhi davvero
avere dei figli
È scientificamente assodato che nelle
femmine di qualsiasi specie animale vi sia un forte "istinto
materno", non altrettanto riscontrabile nei maschi. La femmina di
molti animali deve difendere i propri cuccioli dal maschio che,
altrimenti, li divorerebbe, trattandoli come qualsiasi altra preda.
Nel maschio prevale, dunque, l'istinto della caccia; nella femmina,
quello di protezione. Ci si deve guardare dal cinghiale femmina in
compagnia dei suoi cuccioli, se si vuole evitare di essere
aggrediti, per legittima difesa, anche se non si ha alcuna
intenzione di far male né all'una né tanto meno agli altri. Per
questo quando, nella mia amata casa in Provenza, erano arrivati, di
notte, i cinghiali a devastarmi il giardino, in cerca di cibo sotto
l'erba fresca di rugiada, mia moglie mi aveva subito raccomandato
di non cercare di scacciarli, pena il rischio di essere attaccato e
ferito dalla femmina che, nella circostanza, aveva portato i
cinghialetti… al ristorante.
Tutto questo non stupisce. È infatti il maschio incaricato dalla
Natura a procurare il cibo, mentre è alla femmina che è affidato il
compito di perpetuare la specie. Lo stesso fenomeno - ovviamente
temperato dalla tradizione, dalla cultura e dalle convenzioni
sociali - è riscontrabile nell'Uomo. All'attenzione, la cura, la
tenerezza e persino l'amore che le bambine dedicano alla propria
bambola preferita - che un bambino non potrebbe mostrare senza
sollevare maliziosi dubbi sulla sua mascolinità - fanno da
contrappeso la sbrigativa disinvoltura del maschio nello sfasciare
i propri giocattoli e la sua primitiva aggressività nei confronti
delle femmine. Né il mutamento sociologico avvenuto nella società
contemporanea ha di molto sconvolto i ruoli. È vero che nella
società tradizionale - che ancora ubbidiva alle consuetudini di
quella contadina - la donna era, per definizione, "l'angelo del
focolare", che accudiva alle faccende domestiche e allevava i
figli, mentre l'uomo provvedeva a procacciare il cibo all'intera
famiglia con quel surrogato della caccia che era diventata la lotta
per il denaro. Ma è pur sempre un fatto che la donna contemporanea
- malgrado sia diventata essa stessa cacciatrice (allo scopo di
contribuire finanziariamente al mantenimento del nucleo familiare)
- non ha perso ugualmente alcuna delle peculiarità che ne
caratterizzano il genere, le quali rimangono quelle di assicurare
la continuità della specie e di badare alla prole, malgrado oggi si
chieda spesso anche al maschio di occuparsi di cambiare pannolini o
di lavare i piatti.
Poiché insomma, in Natura e nella Società, le cose stanno così,
debbo dire che anch'io - come ogni maschio di questo mondo - non
sono stato dotato di un forte e consapevole "istinto paterno". Ad
essere sincero, mentre le donne "sono" mamme, prima ancora di
diventarlo mettendo al mondo un figlio, io sono diventato padre
solo col tempo, quando ormai i miei figli - un maschio e una
femmina, ora rispettivamente di 45 e 43 anni - erano diventati, da
tempo, grandi. A contribuire alla perpetuazione delle consuetudini
della classica famiglia d'altri tempi è stata anche la divisione
dei ruoli o, se si preferisce, del lavoro fra me e mia moglie, di
comune accordo. Io ho provveduto al sostentamento della famiglia -
che, poi, per il lavoro che faccio, consiste nel leggere e nello
scrivere -, contravvenendo, peraltro, a una radicata tradizione
nazionale per la quale è il marito che tiene i cordoni della borsa;
mia moglie s'è preoccupata del resto, che poi significa di tutto:
allevare i figli, preoccuparsi della loro educazione, badare alla
casa, amministrare le risorse disponibili, tenendo responsabilmente
in ordine i conti (mentre io avrei una istintiva propensione a
spendere!). Poiché mia moglie è stata eletta "Amministratore
delegato" della famiglia, era dunque anche inevitabile e, a mio
parere, persino del tutto giusto che lei disponesse del reddito
familiare, salvo concordare col "padre di famiglia" le spese,
diciamo così, più "impegnative".
Dunque, non ho mai avuto nei confronti dei miei figli quella
particolare attenzione - ad esempio, nel giocarci assieme - e quel
trasporto che molti altri padri pur hanno per un barlume di
"istinto paterno". Loro non se ne sono mai lamentati, anzi hanno
preferito un padre sul quale sapere di contare sempre ma, al tempo
stesso, che non li ossessionasse con una presenza troppo
soffocante. Solo qualche anno fa - erano già oltre la trentina -
avevano chiesto alla madre perché avessi manifestato l'intenzione
di portarli allo zoo, alla loro età. Mia moglie mi aveva
amabilmente rimproverato di non averlo fatto quand'erano piccoli,
come fanno tanti padri più diligenti di me. Ed io, traducendo il
rimprovero in paradosso, avevo telefonato ai miei figli: «Vostra
madre vuole che vi porti allo zoo». Naturalmente, con mia moglie,
avevano riso alla conferma che ero un marito e un padre che amava
più il lato grottesco della paternità che quello
convenzionale.
Ciò non toglie, però, che in un particolare momento della nostra
vita, io non abbia avvertito, forte e dolorosamente, l'"istinto
paterno". Era il giorno di Pasqua di tredici anni fa. Sul nostro
prato, sotto gli alberi secolari di casa e gli ombrelloni, c'erano
una quarantina di ospiti a colazione. All'improvviso mia figlia,
trentenne, madre da poco, si sentì male. Fortunatamente, fra gli
amici, c'era un grande clinico, che non tardò a diagnosticare il
malore: aneurisma cerebrale. Fu trasportata da un'ambulanza
all'ospedale locale, che confermò la diagnosi e chiamò un
elicottero per trasferirla a Nizza, dove avrebbe dovuto essere
operata. Sono diventato padre vedendola caricare sull'elicottero
come fosse morta, pensando d'averla perduta.
Poi, il viaggio in macchina a Nizza - non so ancora adesso come sia
riuscito a guidare -, accompagnati dall'amico clinico. Il consulto
con i medici e il responso (relativamente) ottimistico: l'emorragia
si era arrestata, restava il pericolo che si riacutizzasse, ma
avrebbero cercato di evitare l'operazione, troppo intrusiva e
foriera di possibili menomazioni; c'era un medico che aveva
studiato negli Stati Uniti e adottava, in questi casi, un metodo
del tutto nuovo: risaliva dalla femorale con una sonda lungo il
corpo, arrivava al cervello e suturava l'aneurisma. È quello che
avrebbero fatto. Quando l'amico, che volle assistere
all'intervento, ci disse che tutto era andato per il meglio e che
non ci sarebbero state conseguenze, io capii (finalmente!) che cosa
vuol dire essere padre.
Compresi anche perché mia figlia - malgrado le raccomandazioni dei
medici - abbia voluto mettere al mondo un altro figlio un anno
dopo, facendomi così capire che cosa voglia dire essere nonno. Il
piccolo nacque prematuro, di sette mesi, dovette subire due
operazioni e restare un mese in terapia intensiva - ancora a Nizza:
nella nostra famiglia le cose piacevoli (il matrimonio di mia
figlia) e i guai (il parto complicato) succedono sempre lì - e ne
uscì con la previsione che non sarebbe stato un bambino come gli
altri. Quando aveva poco meno di un anno, diagnosticarono la
possibilità che fosse sordo e che quindi, forse, sarebbe stato
anche muto. Per dirmelo mi chiamarono al telefono mentre facevo
colazione: mi ritrovai, da solo, a piangere al tavolo di un
ristorante. Anche ad una visita successiva, la diagnosi fu
infausta: sollecitato a ripetere ciò che gli veniva comunicato
attraverso un apparecchio (la parola "topolino"), il bimbo tacque.
Ma poi, una volta in macchina - rivelando di avere lo stesso gusto
per lo sberleffo del nonno -, eccolo che, ridendo, ripete più volte
alla madre, affranta: «Topolino, topolino, topolino...».
È un ragazzino sveglio come un grillo, mio nipote. Lo stesso che,
dopo la prima lezione di catechismo, ha voluto vedermi per dirmi:
«Sai nonno, delle cose che non capisco io non mi fido; ad esempio,
questa questione di Dio». Invece Dio esiste, eccome! La sua stessa
vita lo dimostra. |
Piero Ostellino
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