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Figli e nipoti di Archimede

Breve storia dei più grandi inventori italiani, da Leonardo da Vinci a Galileo, da Alessandro Volta a Meucci e Marconi. Con qualche nome rimasto quasi sconosciuto

Domenico Fetti, 'Archimede al lavoro' In principio fu Archimede, il padre di tutti gli inventori. Era greco, ma anche italiano nel senso geografico del termine. Era nato a Siracusa (che faceva parte allora della Magna Grecia) e morì a Siracusa. Fu merito suo se la città riuscì a sconfiggere le truppe del console romano Marcello nella Seconda guerra punica. Plutarco racconta che fu il re Ierone a sollecitare l'aiuto di Archimede, di cui era parente e amico, convincendolo «a preparare per lui delle macchine sia da difesa, sia da offesa, che potessero servire in qualunque tipo di assedio». Lo scienziato non si era ancora dedicato a progettare macchine da guerra: i suoi studi erano rivolti alla geometria e alla meccanica. Il re lo persuase «a rivolgere un poco della sua tecnica dalle cognizioni teoretiche alle cose concrete e a mescolare in qualche modo la speculazione coi bisogni materiali, così da renderla più evidente ai profani».
La prima dimostrazione di Archimede riguardo all'efficacia delle sue invenzioni fu quando imbarcò su un mercantile a tre alberi della flotta reale «molti uomini e il suo carico abituale, poi si sedette lontano e senza nessuno sforzo, muovendo tranquillamente con una mano un sistema di carrucole, lo fece avvicinare a sé dolcemente e senza sussulti, come se volasse sulle onde del mare». Decisive per l'esito finale dello scontro furono le catapulte. «I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l'impeto di un attacco in forze di tali proporzioni», racconta ancora Plutarco. Marcello comandava una flotta di sessanta quinquereme. Archimede «cominciò a caricare le sue macchine e a far piovere sulla fanteria nemica proiettili di ogni genere. Grandi massi di pietra cadevano dall'alto con fragore e velocità incredibili, rovesciando a terra tutti coloro che incontravano». I Romani avevano preparato a loro volta una macchina (che stavano trasportando via mare verso le mura della città): «Essa fu colpita da una pietra del peso di dieci talenti».
Tito Livio riferisce di un altro meccanismo infernale messo a punto da Archimede: «Alcune navi si accostavano più da vicino alle mura, per trovarsi al riparo dal tiro delle macchine; mediante un rampone di ferro, attaccato a una resistente catena, scagliato contro di esse dentro la prora e per effetto di un pesante contrappeso di piombo ritirandosi indietro verso terra, portata in alto la prora, alzava la nave sulla poppa; poi, lasciato cader giù improvvisamente, mandava la nave, come se precipitasse dalle mura, tra l'enorme panico dei marinai, a sbattere contro le onde con tale violenza che essa, anche se ricadeva diritta, riceveva parecchia acqua».
Mancano invece testimonianze sicure riguardo agli specchi ustori con i quali - riflettendo i raggi del sole - Archimede avrebbe incendiato altre navi romane. Ne accennò per primo Apuleio (nel 158 dopo Cristo) nell'orazione Della magia, e poi (qualche anno più tardi) Galeno. Ma gli storici ritengono che quest'ultimo si riferisse all'uso (frequente in quei tempi) di gettare pece bollente dalle mura sugli assalitori nemici.
La vittoria sui Romani consegnò alla storia il nome di Archimede, che fu soprattutto un grande ingegnere civile. Fu il primo a formulare il principio della leva («Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo»), e fu lui a scoprire il concetto di peso specifico. Il re Ierone gli aveva affidato il compito di controllare se una corona d'oro (da lui commissionata a un orefice per ringraziare gli dèi di averlo fatto diventare signore di Siracusa) fosse stata forgiata interamente con il metallo più prezioso. Il peso dell'oggetto corrispondeva, ma il re temeva che l'artigiano avesse sostituito una parte dell'oro con argento. Mentre si calava nella vasca da bagno, riflettendo su come risolvere il problema, Archimede scoprì che si versava fuori una quantità d'acqua equivalente al volume del suo corpo che vi prendeva posto. Ciò gli indicò la via per risolvere il problema, ponendo a confronto la fuoriuscita d'acqua immergendo un lingotto d'oro e uno d'argento. Fu in quell'occasione che, preso dall'entusiasmo, uscì di casa - nudo com'era - gridando in greco: «Eureka! Eureka! (Ho trovato! Ho trovato!)» .

Leonardo, l'uomo nuovo del Rinascimento

Il primo grande erede di Archimede fu Leonardo da Vinci. Il siracusano fu uno scienziato nel significato che oggi diamo al termine. Leonardo fu invece un inventore, avanti di secoli come capacità di immaginazione (e quindi talvolta visionario e persino velleitario), mosso da una curiosità sconfinata e guidato da un eclettismo ineguagliabile. La storia gli riconosce il titolo di "primo uomo moderno". Gli eruditi del suo tempo definirono Leonardo «omo sanza lettere» perché non aveva seguito studi regolari. Una rivalsa - dettata dall'invidia - nei confronti del genio che riusciva a spaziare in tutti i campi dello scibile, inventandone persino di nuovi, aprendo orizzonti allora imprevedibili. A distanza di cinque secoli si resta sbigottiti sfogliando le centinaia di fogli sui quali tracciava i disegni, con la matita, il carboncino, la punta d'argento, la sanguigna. Colorava ad acquarello o a gouache. Si serviva il più delle volte della mano sinistra, ma disegnava anche con la destra. E, intorno agli schizzi, spiegava i particolari tecnici dell'idea con la sua bizzarra scrittura che andava da destra a sinistra, e non viceversa.
Con Archimede condivise la progettazione di macchine da guerra. Negli anni trascorsi a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, si dedicò alle fortificazioni della città e alla creazione di strumenti micidiali di offesa. Ma lavorò anche a un progetto assolutamente fantascientifico di una nuova città che avrebbe dovuto avere cinquemila case di abitazione e si sarebbe sviluppata su diversi livelli per evitare che il traffico dei carri intralciasse la vita quotidiana degli abitanti. Per i poveri studiò case di legno prefabbricate e mobili che permettessero loro di trasferirsi rapidamente dove ci fosse richiesta di manodopera. E, da perfetto cortigiano, disegnò scenografie e costumi per le feste di Ludovico, e costruì marchingegni teatrali per il cambio delle scene e per ottenere effetti speciali sul palcoscenico.
Un altro particolare accomuna Leonardo ad Archimede: durante la sua permanenza a Roma, nel 1514, dedicò gran parte del suo tempo alla progettazione di enormi specchi ustori che avrebbero potuto avere sia applicazioni belliche che impiego pacifico. Qualcosa del genere dei pannelli solari, anche se questa è un'interpretazione forzata da parte degli ammiratori più fanatici del genio di Vinci.
Alla Repubblica di Venezia, in guerra con i Turchi, suggerì di sabotare la flotta nemica con un palombaro. Ne disegnò la muta e lo scafandro, con un tubo nel quale passasse l'aria indispensabile per respirare. Disegnò un salvagente, in tutto e per tutto simile alle "ciambelle" che facciamo indossare ai bambini che hanno scarsa dimestichezza con l'acqua, e progettò grandi sottomarini, ma finì per distruggerne i disegni, preoccupato dal devastante impiego bellico che avrebbero potuto avere.
Mise a punto un anemometro, progettò macchine laminatrici, un utensile per fabbricare le viti, un trattore a cingoli, una filatrice e una draga. Fu il primo a puntare un ago magnetico su un asse orizzontale, costruendo la prima bussola moderna. Progettò citofoni e ascensori. Inventò quello che oggi chiamiamo ingranaggio differenziale. In un suo foglio fu trovato anche il disegno di una bicicletta, sul quale si sono poi accaniti gli studiosi, nell'incertezza se fosse in realtà un disegno di tre secoli più tardi. Uno dei più autorevoli studiosi vinciani, il professor Augusto Marinoni, ha sempre sostenuto che si trattasse di un disegno autentico.
Appassionato di anatomia, Leonardo progettò il volo umano dopo aver studiato la dinamica degli uccelli e come spicchino il volo contro vento valutando quanto l'ala profilata li aiuti a impennarsi in volo. Facendo esperimenti con modellini di carta, previde gli avvitamenti e le cadute a foglia morta, i tuffi in picchiata, le scivolate d'aria e delineò i rimedi per evitare questi rischi. I suoi disegni più antichi fanno pensare a una libellula, o a un pipistrello. Progettò una carlinga articolata di pezzi di cuoio cuciti insieme che l'uomo-uccello avrebbe dovuto indossare: l'aviatore si sarebbe sistemato bocconi nel telaio, remando nell'aria con le ali. Un tentativo fu effettuato, non si sa se da Leonardo o da un suo assistente. Fallì miseramente, e non ci fu una replica. In seguito progettò un vero e proprio aeroplano mosso da un'elica che girava in senso orizzontale (come le pale di un elicottero). S'arrese soltanto all'incapacità di realizzare un apparato motore leggero.
Durante il suo soggiorno a Milano, Leonardo conobbe un frate francescano, Luca Pacioli, che alle preghiere preferiva la matematica, materia con la quale Leonardo aveva scarsissima confidenza. Una volta scrisse: «Non mi legga, chi non è matematico, nelli mia principi». Ma era millantato credito, come dimostra un foglio (che si trova oggi nella Biblioteca Nazionale di Madrid), nel quale redige l'inventario dei suoi scritti: «25 libri piccoli, 2 libri maggiori, 16 libri più grandi, 6 libri in cartapecora, 1 libro con coverta di camoscio verde, uguale 48». Provate a rifare la somma, e scoprirete facilmente che il totale è 50.
Il genio aveva bisogno urgente di qualche ripetizione, e Pacioli era l'uomo che faceva al caso suo. Era già molto famoso, quando si conobbero. Aveva pubblicato una Summa de arithmetica geometria proportioni et proportionalita che aveva convinto il duca Ludovico a invitarlo nella sua corte. Pacioli è il padre della contabilità aziendale: fu lui a inventare la partita doppia, un'idea che ha cambiato il mondo più di tante invenzioni che hanno garantito ai loro padri monumenti in tutte le piazze e citazioni in tutte le enciclopedie.
Quando Pacioli decise di pubblicare un trattato sulla divina proportione (la cosiddetta sezione aurea, che in matematica corrisponde al numero 1,618, importante quanto il famigerato 3,14), Leonardo accettò di illustrarlo disegnando i poliedri regolari. Era anche lui appassionato di proporzioni. Così, spiegando il suo celebre disegno dell'Uomo Vitruviano, descrisse le misure dell'uomo: «Il centro del corpo umano è per natura l'ombelico; infatti, se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi allargati, e si punta un compasso sul suo ombelico, si toccherà tangenzialmente, descrivendo un cerchio, l'estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi».

Galileo, il padre della scienza moderna

Nelle testimonianze dei contemporanei, Galileo Galilei fu il prototipo dello scienziato moderno: vestiva in modo trasandato, aveva spesso le mani sporche di grasso, gli occhi persi nel vuoto alla ricerca di una conferma di qualche ipotesi che gli balenava nel cervello, i capelli perennemente spettinati. Il ritratto di Einstein, insomma, con tre secoli d'anticipo. Manca un'immagine mentre mostra la lingua, ma a quei tempi la fotografia non esisteva, e i ritrattisti - quand'anche il professore si fosse lasciato andare a uno sberleffo - non l'avrebbero certo immortalato in una posa del genere.
Di Galileo, invece, ci sono giunte molte immagini degli ultimi anni di vita: quando era vecchio e stanco, afflitto dagli acciacchi e mortificato dal processo per eresia. Lo scienziato - e l'inventore - era un uomo forte e vigoroso. Instancabile nel suo lavoro di ricerca, di sperimentazione, di verifica, meticoloso fino al parossismo, pignolo nel costruirsi per conto proprio gli strumenti necessari per trovare le conferme alle sue intuizioni. Applicò il suo metodo fin da giovanissimo. Era poco più che un adolescente quando, durante una funzione religiosa domenicale nella Cattedrale di Pisa, il suo sguardo fu attratto da una lampada a olio, appesa con una lunga catena al soffitto a cassettoni, proprio al centro della navata. «All'interno della chiesa una leggera corrente d'aria faceva ondeggiare le fiammelle e la lampada oscillava costantemente, avanti e indietro, con una regolarità che richiamava alla mente il battito del polso», ha raccontato un biografo di Galileo, James Reston. «Con quell'idea in testa, Galileo tornò di corsa in casa del cugino, nella strada dei mercanti. E qui cominciò a fare esperimenti con diverse lunghezze di corda e diversi pesi, finché mise a punto un rudimentale strumento che poteva misurare la frequenza e il polso di un paziente, semplicemente variando la lunghezza della corda. L'idea era semplice, elegante e ingegnosa. Il concetto poteva essere generalizzato: il pendolo era lo strumento più adatto per misurare piccoli intervalli di tempo».
Gli storici fanno risalire a quel giorno la nascita della scienza nuova: da allora la sperimentazione ha preso il posto delle teorie. Cadde così il dogma dell'aristotelismo. I filosofi e gli uomini di scienza (con una scarsissima distinzione fra gli uni e gli altri) si trinceravano dietro l'autorità del grande maestro della Grecia antica. «Ipse dixit», sottolineavano («L'ha detto lui»), per contrastare tutte le idee originali. Senza mai verificare il fondamento delle loro convinzioni.
Galileo fu il primo ad attrezzarsi un laboratorio personale con strumenti via via perfezionati: non solo le cordicelle di un pendolo rudimentale, ma anche i cannocchiali e i telescopi (con i quali scrutava il cielo, per scoprire le leggi dell'astronomia, battezzare i pianeti di Giove, studiare gli anelli di Saturno, osservare i crateri della Luna), o la bilancia idrostatica per saggiare i metalli a seconda del loro peso, o i quadranti e i compassi (che, prodotti in serie, gli fruttarono anche una buona rendita). O ancora il termometro, di cui si contese l'invenzione con l'istriano Santorio Santorio. Galileo chiamò il suo strumento termoscopio: funzionava con un gas, che si espandeva con il calore e si contraeva con il freddo. Non era particolarmente esatto: fu perfezionato qualche decennio più tardi da un fisico francese, Guillaume Amontons. Fu l'Accademia del Cimento - fondata a Firenze nel 1657 (quindici anni dopo la morte del maestro) - per volontà di due allievi di Galilei (Evangelista Torricelli e Vincenzo Viviani) ad approfondire lo studio della termoscopia, realizzando diversi strumenti, tra i quali celebri termometri presi a modello in tutto il mondo: a colonna di vetro o spiraliformi, contenenti mercurio e alcool. Un curioso termometro era quello medico "a rana", che veniva applicato al braccio del malato: nel liquido freddo dell'apparecchio galleggiavano alcune palline di vetro di diversa densità; a mano a mano che la temperatura saliva, le palline più dense andavano a fondo, e dal loro numero si poteva ricavare una indicazione sullo stato febbrile del paziente.
La passione di Galileo era tutta rivolta a quello che oggi chiamiamo bricolage: fabbricarsi gli attrezzi necessari per la sperimentazione. Quando era professore di Matematica all'Università di Padova, i suoi colleghi accademici, azzimati e parrucconi, lo trattavano con sufficienza, giudicandolo un personaggio stravagante. Capitava che Galileo trascorresse intere giornate all'Arsenale di Venezia, fra argani, cabestani e paranchi. Studiava le macchine, per verificarne i difetti e progettarne la correzione. S'aggirava fra gli artigiani e i marinai, rivolgeva loro domande, prendeva appunti, disegnava sul suo taccuino i loro strumenti per captarne i segreti. La cura e l'attenzione che riservava agli attrezzi di lavoro ne legittima l'inserimento nel Pantheon dei grandi inventori: non solo per i risultati che ottenne in questo campo specifico, ma anche per il ruolo di caposcuola da lui svolto. Thomas Alva Edison (recordman assoluto nel deposito di brevetti: oltre mille) merita certamente il titolo di più fecondo inventore della storia. Ma anche lui - senza l'insegnamento di Galileo - avrebbe ottenuto sicuramente risultati minori.
Galileo fu un maestro anche in un'arte allora sconosciuta: la comunicazione. Per confutare le teorie aristoteliche sulla caduta dei gravi, mise in scena lo spettacolo alla Torre di Pisa: per garantirsi un pubblico e far sì che ne parlasse la gente, non solo la comunità scientifica. Nel 1610 convocò i senatori di Venezia sulla sommità del campanile di San Marco, consentendo loro di incollare l'occhio sulla lente del suo cannocchiale. Da astuto venditore di se stesso, per stimolare la loro sorpresa, puntò lo strumento in orizzontale (come si fa con i bambini) per inquadrare la chiesa di Santa Giustina di Padova. E i senatori si stupirono, come i bambini. In linea d'aria, quella chiesa dista oltre trenta chilometri da Venezia, ma i senatori ne distinsero chiaramente i contorni. Poi puntò il cannocchiale su Murano (che è a due chilometri e mezzo) e i senatori distinsero le persone che passeggiavano per strada.
Pochi mesi prima di morire, Galileo ricevette nella sua casa di Arcetri, alla periferia di Firenze, un giovane, Evangelista Torricelli, raccomandato al maestro da Benedetto Castelli, il più illustre fra gli allievi di Galilei. A quell'epoca i fontanai fiorentini si lamentavano del fatto che, con le loro pompe, non riuscivano a far superare all'acqua un dislivello superiore ai dieci metri. Stimolato da Galilei, Torricelli scoprì che l'intoppo era determinato dalla pressione atmosferica. Impiegando un tubo riempito di mercurio e chiuso ad una estremità, appoggiato in verticale su un piatto contenente anch'esso mercurio, il liquido usciva dal tubo fermandosi all'altezza di 76 centimetri: la pressione dell'aria agiva sul mercurio nel piatto mantenendo il livello nel tubo, con piccole variazioni determinate, di giorno in giorno, dalle variazioni della pressione atmosferica. L'esperimento condusse Torricelli all'invenzione del barometro.

Marconi e Meucci, maghi delle telecomunicazioni

Oggi che siamo tutti - in ogni angolo del mondo - dipendenti dalla tecnologia delle comunicazioni a distanza (radio, televisione, telefoni e telefonini, Internet) dovremmo inchinarci di fronte alla genialità di due italiani che, nell'arco di poco più di vent'anni (fra il 1871 e il 1895), dettero il via alla più grande rivoluzione della storia. I due ebbero destini profondamente diversi: il primo morì povero e disperato lontano dalla Patria, il secondo fu osannato in tutto il mondo, ricevette onori, e dimostrò straordinarie capacità imprenditoriali che gli garantirono anche una indiscutibile agiatezza. Antonio Meucci fu il protagonista sfortunato; Guglielmo Marconi quello che raccolse grandi frutti.
Nel 1871 (il 28 dicembre) Meucci, emigrato da molti anni negli Stati Uniti, registrò un brevetto per un anno (non aveva i soldi per una concessione di più lunga durata) per un apparecchio descritto così: «È un diaframma vibrante che altera la corrente di un magnete elettrizzato. Queste variazioni di corrente, trasmettendosi all'altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente, riproducendo la parola». Insomma: il telefono. L'aveva sperimentato comunicando dal proprio laboratorio, in cantina, con la moglie, costretta al letto da un'infermità. Un anno più tardi rinnovò il brevetto con 10 dollari prestati da amici generosi. Ma poi fu costretto a lasciarlo decadere, non essendo più in grado di sostenere la spesa. Nel 1876 lo scozzese Alexander Graham Bell depositò a sua volta un brevetto (a copertura totale) per un apparecchio similare, e divenne per tutti l'inventore del telefono. Una vertenza legale con l'italiano fu vinta da Bell nel 1887. Due anni dopo Meucci morì, in miseria com'era sempre vissuto, arrabattandosi come sapevano fare certi italiani impegnandosi in mille mestieri diversi prima di inventare - senza fortuna - il suo "telegrafo parlante". Soltanto nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti ha reso giustizia a Meucci, riconoscendogli il merito dell'invenzione.
Guglielmo Marconi aveva appena ventuno anni quando avviò, nella villa paterna di Pontecchio (in provincia di Bologna), gli esperimenti di telegrafia senza fili. Furono quelli i primi passi della radio. Per realizzare il suo primo apparecchio, Marconi si avvalse di un oscillatore a sfere simile a quello progettato qualche tempo prima da un altro inventore italiano, Augusto Righi. A differenza di Meucci, Marconi seppe sfruttare al meglio la sua invenzione. Nel giro di pochissimo tempo la comunità scientifica italiana ne era stata messa al corrente, e ci volle un tempo ancora minore perché lo sapessero anche all'estero.
L'Italia, tuttavia, non era il luogo adatto per commercializzare l'idea. E, su pressione della madre, Guglielmo non esitò a trasferirsi in Inghilterra, al fine di realizzare i propri progetti. Negli anni seguenti, moltiplicò esperimenti e dimostrazioni, e in pochissimo tempo la radio divenne una realtà. Per merito della costanza con la quale impose le sue idee. Ripeteva spesso a chi lo adulava: «Genio è una parola priva di senso. Non esistono i geni, esistono soltanto persone tenaci».
Pochi anni dopo l'invenzione della radio, un altro italiano, monsignor Luigi Cerebotani, ideò un apparecchio - il teletipografo - per la trasmissione di testi in telegrafia aritmica, antenata della telescrivente. Nel 1855, un altro religioso, don Giovanni Caselli, aveva presentato in pubblico il pantelegrafo, un sistema di trasmissione elettrica di testi e disegni: l'antenato del fax. E in quello stesso anno l'avvocato novarese Giuseppe Ravizza progettò il cembalo scrivano, che altro non era se non una primitiva macchina per scrivere.

Quelli che hanno misurato la febbre...

Negli stessi anni in cui Galileo Galilei metteva a punto il suo termoscopio, un medico istriano, Santorio Santorio, realizzò il primo termometro medico, lo stesso strumento che utilizziamo ancora oggi (sia pure con molte modifiche, l'ultima delle quali ha riguardato la messa al bando del mercurio) quando non ci sentiamo troppo bene e - passando una mano sulla fronte - nutriamo il dubbio di avere un'alterazione della temperatura corporea (uno dei sintomi più trasparenti di malattia). Santorio stabilì anche il metodo per misurare la febbre, che sarebbe stato perfezionato nella seconda metà del XVIII secolo con la valutazione fra i 36 e i 37 gradi centigradi della temperatura corporea normale.
Nel 1882 Carlo Forlanini (un medico al quale sono stati intitolati molti ospedali italiani), fratello dell'ingegnere Enrico Forlanini (progettista del primo elicottero) pubblicò sulla Gazzetta degli ospedali e delle cliniche i risultati di un suo lavoro che prospettava una nuova cura contro la tubercolosi e le altre malattie polmonari, basata sull'immissione di azoto nella cavità pleurica (fra il polmone e la parete toracica). Il polmone interessato si affloscia e viene messo a riposo in modo che la caverna causata dalla tbc possa cicatrizzarsi. Era nato in questo modo il pneumotorace.
Nel 1894 un annuncio sulla Gazzetta Medica di Torino comunicò la notizia della realizzazione di uno strumento fondamentale, rimasto inalterato fino ai giorni nostri: lo sfigmomanometro, che serve a misurare la pressione del sangue. Il progetto era di un medico, Scipione Riva Rocci, che aveva perfezionato apparecchi con la stessa funzione, ma estremamente più complicati. L'idea chiave era nel bracciale gonfiabile con il quale si esercita la pressione sul braccio del paziente. Il valore della pressione viene poi letto su una scala graduata.
In anni più recenti la medicina italiana ha riscosso grandi successi con altri ricercatori. Basti citare i due Nobel: Camillo Golgi (nel 1906) per le scoperte sulla struttura del neurone, e Rita Levi Montalcini (1986) per la scoperta del fattore di crescita nervosa.

...e quelli che hanno cambiato musica

Si definiva "artefice d'istrumenti musici" o - più semplicemente - "maestro di violini". E a lui gli storici attribuiscono la costruzione (e, quindi, l'invenzione) del primo vero violino. Gasparo Bertolotti, meglio conosciuto come Gasparo da Salò (il paese sul Garda in cui era nato), intorno al 1565 avviò la produzione, nella sua bottega artigiana di Brescia, di strumenti la cui forma e il cui stile musicale differivano notevolmente da quelli di un altro affermatissimo strumento a corda, la viola. Questa, suonata tenendola diritta, aveva sei corde, fondo piatto e spalle inclinate, mentre il violino - come tutti sanno - si suona appoggiandolo al mento e al petto, ha quattro corde, fondo convesso e spalle più squadrate. Il violino ha un tono più penetrante e brillante della viola, anche perché le sue corde, fatte di budello, sono più spesse e tese.
Gasparo, agli inizi, fu agevolato dal fatto di avere un nonno possidente di greggi che produceva corde musicali in budello di pecora, e di essere figlio di un musico di alto livello, che si esibiva con gli strumenti a corda. Lo zio fu primo maestro di cappella, il cugino Bernardino fu violinista e trombonista prima a Ferrara, alla corte musicale degli Estensi, successivamente a Mantova, presso Vincenzo Gonzaga, e poi a Roma, come "Musico di Sua Santità il Papa nel Castello di S. Angelo". La forma del violino di Gasparo fu modificata successivamente dai due più celebri liutai di Cremona: Niccolò Amati e Antonio Stradivari (considerato ancor oggi il più grande di sempre nel suo mestiere).
Un altro italiano entrato di diritto nella storia degli strumenti musicali fu Bartolomeo Cristofori, il costruttore di clavicembali che inventò il Gravicembalo con il piano e il forte, poi chiamato semplicemente fortepiano, precursore del pianoforte.
A quell'epoca i compositori avvertivano la necessità di uno strumento più ampio e possente, che rendesse sonorità maggiori e le graduasse e che, all'occorrenza, valesse a riassumere e a sintetizzare l'orchestra. L'invenzione di Cristofori si basava sulla sostituzione dei saltarelli del clavicembalo con martelletti, indipendenti dai tasti e mossi da una contro-leva a bilancia avente due movimenti, uno anteriore, che spingeva in alto il martelletto inviandolo a percuotere la corda, ed uno posteriore, che faceva calare lo smorzo attaccato all'altra estremità della contro-leva, restando così libera la corda di vibrare al colpo del martelletto. Cessata l'azione del tasto, avveniva naturalmente il contrario: ricadeva il martelletto e, invece, lo smorzo tornava in su, raggiungendone la corda e facendone cessare le oscillazioni. Cristofori, per evitare che il martelletto, percossa la corda, vi si fermasse ostacolandone le vibrazioni, vi applicò una molla che lo faceva ricadere subito su se stesso e che si chiamò scappamento. Lo stesso Cristofori inventò anche il sistema dello spostamento della tastiera, in virtù del quale il martelletto percuoteva una sola corda anziché due, corrispondente quindi al moderno pedale del piano.

Alessandro Volta e le scoperte sull'energia

Prima di Edison, di Bell e di Marconi, gli uomini che sulle loro invenzioni (vere o fasulle, come è stato ormai decretato per lo scozzese che strappò a Meucci il merito della nascita del telefono) costruirono la loro fortuna, ci fu un altro scienziato che ebbe riconoscimenti internazionali: Alessandro Volta, l'inventore della pila elettrica. L'annuncio fu spettacolare. Volta lo dette nel 1800 nella sede prestigiosa della Royal Society di Londra. Quel piccolo dispositivo aprì l'era dell'elettricità, senza la quale la nostra vita di tutti i giorni sarebbe totalmente diversa: niente lampadine, niente radio, niente televisione, niente elettrodomestici. Volta aveva impiegato i dieci anni precedenti a contestare un altro italiano, Luigi Galvani, che aveva scoperto l'elettricità animale con i suoi esperimenti sulle rane. A differenza di Galvani, che era un professore refrattario al potere e destinato a morire in miseria, Volta era un uomo di mondo. Napoleone Bonaparte gli offrì una posizione di riguardo nella Repubblica Cisalpina e lo riempì di denaro e titoli nobiliari (il più singolare dei quali fu quello di "re degli elettricisti"). Ma anche gli altri governi europei gli tributarono onori e riconoscimenti. Nonostante l'enorme successo, Alessandro Volta rimase una persona modesta e con i piedi per terra. In una lettera scrisse: «Io non m'invanisco a segno di credermi di più di quel che sono; e alla vita agitata da una vana gloria preferisco la tranquillità e dolcezza della vita domestica».
Per la sua scoperta, Volta aveva utilizzato inizialmente delle vaschette con acqua e sale unite fra loro da archi di metallo con le estremità di rame e di alluminio (o zinco), immerse nei recipienti accostati. Il sistema funzionava, ma Volta lo perfezionò rimpiazzando gli archi metallici e i contenitori con una serie di dischetti - sovrapposti e a contatto fra loro - di rame, zinco e cartone imbevuto di acqua e sale. La pila rappresentò il primo passo verso la rivoluzione energetica che ha contrassegnato gli ultimi due secoli. Gran parte delle invenzioni successive sono figlie di quello strumento, che ha davvero modificato la vita sul nostro Pianeta.
Ma altri italiani hanno contribuito allo sviluppo di quell'idea. Nel 1858, quando aveva appena diciassette anni, il pisano Antonio Pacinotti, costruì il primo modello di una macchina elettromagnetica, l'anello di Pacinotti. Interrotte le ricerche l'anno successivo, per combattere nella Seconda guerra d'indipendenza, Pacinotti realizzò un modello perfezionato della sua invenzione: una dinamo che poteva funzionare da motore elettrico. Dal 1881 fino alla morte (nel 1912) Pacinotti tenne la cattedra di Fisica all'Università di Pisa, la stessa che aveva occupato il padre. Anche Pacinotti - come Meucci - subì un furto di idee. Nel 1865, a Parigi, illustrò la sua macchina all'ingegnere belga Zénobe Théophile Gramme, che si affrettò a depositare il brevetto di un apparecchio molto simile a quello di Pacinotti.
Un destino analogo toccò pochi anni dopo a un altro illustre studioso italiano: Galileo Ferraris. Professore di Fisica all'Università di Torino, Ferraris era un appassionato studioso di elettrotecnica. Nel 1885 enunciò il principio teorico del campo magnetico rotante. Aveva scoperto che quando si dispongono due elettromagneti perpendicolarmente fra loro, si genera al loro interno un campo magnetico rotante, in grado cioè di far ruotare un cilindro di rame collocato in esso. In pratica, Ferraris aveva inventato i moderni motori elettrici a induzione. Nel 1887 realizzò un esemplare del suo motore predisposto per uso industriale, munito di un albero rotante che poteva essere collegato ad alcune macchine utensili. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti, il fisico Nikola Tesla brevettò il suo motore elettrico e ingiustamente gli fu attribuita la paternità dell'invenzione già realizzata dallo scienziato italiano.
Con l'energia - nelle sue varie forme - hanno avuto a che vedere altri tre importanti studiosi italiani. Il primo, in ordine di tempo, fu Ascanio Sobrero, inventore (nel 1846) della nitroglicerina, negli anni in cui Alfred Nobel inventò la dinamite. Medico, Sobrero studiò anche le patologie che colpivano gli operai che lavoravano alla fabbricazione degli esplosivi. E nel 1942 il premio Nobel per la Fisica Enrico Fermi realizzò la prima pila atomica, per la quale ottenne il brevetto tredici anni più tardi. Il passo successivo fu la costruzione e il lancio delle prime due bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, che chiusero la Seconda guerra mondiale.

Si accendono i motori: gli italiani sono in testa

Nell'invenzione del motore a scoppio c'è lo zampino di due italiani. Nel 1843 un giovane professore di Fisica nelle scuole superiori di Volterra, che era anche entrato nell'Ordine dei Padri Scolopi, ebbe l'idea di impiegare il gas metano come energia motrice. Si chiamava Eugenio Barsanti, ed era originario di Pietrasanta. Dopo aver ottenuto i primi risultati incoraggianti, associò nell'impresa un amico, Felice Matteucci, esperto fisico e idraulico. Nel 1853 i due depositarono all'Accademia dei Georgofili una memoria sui risultati ottenuti; l'anno successivo il governo granducale di Toscana concesse loro il brevetto dell'invenzione. Nello stesso anno, fu avviata nella Fonderia del Pignone di Firenze la costruzione della prima macchina a gas. Due anni dopo la macchina fu esposta e fatta funzionare nella sede delle Officine della Ferrovia Maria Antonia. Nel 1857 il Pignone fabbricò altri due esemplari della macchina a gas, e altri ancora furono successivamente costruiti da un'officina svizzera.
Enrico Forlanini (fratello del medico Carlo, come abbiamo visto) fu un pioniere nel campo aeronautico e navale. Nel 1877 realizzò il prototipo dell'elicottero: un modellino dotato di due eliche controrotanti basate sui disegni della vite aerea di Leonardo da Vinci, del peso di 4 chilogrammi, che si sollevò, con la sola forza di un motore di 1,5 cavalli, a 13 metri di altezza, restando in aria per 20 secondi. Quasi trent'anni più tardi, lo stesso Forlanini sperimentò nelle acque del lago Maggiore un canotto a elica (o idrottero), capace di sollevarsi di mezzo metro sulle onde e raggiungere la velocità di 82 chilometri orari, con la spinta di un motore di 100 cavalli. Dall'idrottero sarebbero nati in seguito due mezzi ancora oggi in uso: l'aliscafo e l'idrovolante. Qualche anno prima, l'ingegnere lombardo aveva costruito il suo primo dirigibile, capostipite di una serie di mezzi impiegati dalle nostre Forze armate nella Grande Guerra.
Mezzo secolo dopo il primo esperimento di Forlanini, un elicottero con a bordo un pilota si levò dalla pista dell'aeroporto romano di Ciampino. A progettarlo fu l'ingegnere Corradino d'Ascanio (lo stesso che firmò nel dopoguerra la Vespa, il primo scooter della storia). L'elicottero di d'Ascanio, il primo realizzato al mondo, disponeva di un motore da 90 cavalli, e restò in volo per quasi nove minuti, salendo fino alla quota di 18 metri.
Un altro genio dei motori fu Alessandro Anzani. Dopo aver gareggiato come ciclista, Anzani si dedicò al motociclismo, laureandosi Campione del mondo nel 1906. Poi aprì un'officina in Belgio, dove avviò la costruzione di motori. Nel 1907 inventò e mise a punto il primo vero motore per aerei, destinato a diventare il capostipite dei motori a stella. Con uno di tali motori Louis Blériot (nel 1909) trasvolò la Manica.

Max Remondino