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Domenica. Il sole deve ancora sorgere laggiù, oltre la collina: a
far capolino è giusto la prima luce dell'aurora, eppure in
quell'appartamento (quarto piano, palazzina D) filtra già da un po'
un diffuso chiarore. Segno inequivocabile di una concreta attività.
Meglio: di un frenetico agitarsi. Ogni componente la famiglia si è
infatti scaraventato giù dal letto in un batter d'occhio al primo
trillo di sveglia - come mai accade in un giorno di festa -,
"toilettato" in men che non si dica, ed ora eccolo impegnato
nell'ultimo check-up (leggi: controllo) prima della partenza. Conto
alla rovescia: l'orologio scorre inesorabile... tre, due, uno, via!
Di corsa: tutti intruppati nell'ascensore. Poi, dentro la berlina
di papà. Infine, sull'autostrada. L'obiettivo? Arrivare al grande,
sconfinato parcheggio dell'outlet ("solo" 183 chilometri da casa)
almeno dieci minuti prima dell'orario d'apertura! Perché oggi al
villaggio c'è la "grande" inaugurazione dell'altrettanto "grande" -
tutto maggiorato, da queste parti - stagione dei saldi. Ognuno
controlla il proprio cronometro: missione compiuta! Corre l'Anno di
Grazia 2010.
Il tutto, sotto lo sguardo ironico, e che solo alla fine si
scioglie in un sorriso a mezza bocca, del nonno. L'unico ad aver
lasciato in sospeso fino all'ultimo la partecipazione alla "grande"
(sic!) avventura. Ed è difficile obiettare alcunché quando, più
tardi, spiegherà il motivo di quello sguardo, motiverà quel
sorriso: in quei minuti, stamani, a lui è parso di rivivere i tempi
raccontati dal suo, di nonno; l'eccitazione, identica all'odierna,
che si viveva in casa, e nel paese, nei giorni immediatamente
precedenti la grande fiera. Quella che da secoli si replicava, e
ancora si replica, giù in valle, proprio di fronte
all'Abbazia.
Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole. Conclusione, del resto,
scontata per lui, che dei vichiani corsi e ricorsi storici è un
sostenitore. Per il nonno la storia sempre si ripete, assumendo
solo nuove forme, così da adeguarsi a ciò che (esteriormente)
l'epoca richiede. Nella sostanza, nulla muta. Non cambiano le
necessità di fondo, che hanno trasformato i nostri avi, trasformano
noi e trasformeranno i nostri figli in acquirenti; non cambia il
modo in cui soddisfare le proprie esigenze: prima quelle
essenziali, poi, via via, quelle legate alla gratificazione
personale. Non cambiano le necessità del venditore, che deve
vincere la concorrenza: e dunque deve saper creare sempre una nuova
emozione, saper coinvolgere il cliente, per farlo, così, sentire
protagonista nella scelta e nella decisione dell'acquisto,
dandogli, nel contempo, l'impressione di potersi appoggiare al
commerciante stesso, alla sua professionalità, alla sua capacità di
scegliere fior da fiore, assicurandogli la qualità del
prodotto.
Una convinzione, questa dell'augusto genitore, che spiegherebbe, a
suo dire, anche certe mode ricorrenti e le continue scoperte da
parte delle generazioni più giovani di vecchie modalità, la
rivalutazione di atteggiamenti e pratiche che solo fino a poco
prima erano considerate out, passate, squallide, screpolate: cose -
per dirla con parole anch'esse un po' vetuste - «da matusalemmi».
Ricorsi, dunque. O forse, ancor meglio, ritorni. Che abbia ragione
il nonno? Proviamo a dare un'occhiata.
DUE COSTANTI. Un'occhiata limitata, s'intende. Gli spunti, in
realtà, sarebbero infiniti. Lo spazio ci consente di farne nostri
un paio, non di più. Il che vuol dire che non potremo essere
esaustivi, e ce ne scusiamo.
Partiamo comunque da una considerazione. A ben guardare quel che
accadeva ieri, quel che avviene oggi e ciò che potrebbe succedere
domani, troviamo due costanti che si snodano negli anni. Da un
lato, qualcosa che assomiglia tanto alla conferma di un'avvenuta
evoluzione ininterrotta: chi abita un po' fuori mano può
testimoniare che, se in effetti, come abbiamo avuto già modo di far
notare, dalle nostre strade sono scomparsi il vetraio e l'arrotino,
i venditori ambulanti hanno ancora un preciso, riconosciuto ruolo.
E quando nel piccolo centro inizia a risuonare il loro classico
richiamo, i clienti non mancano di certo. Ebbene, cosa sono questi
venditori se non i moderni epigoni di quegli ambulanti che, nei
tempi andati, a primavera e in autunno passavano di paese in paese
prendendo vere e proprie "ordinazioni", rispettate, seppure nel
tempo, con assoluta correttezza? Quanti i corredi, quanti gli
arredi ottenuti grazie a loro! Si trattava di personaggi presenti
nella storia minuta di ogni dove, che andavano di comune in comune,
acquistando in un luogo e rivendendo in un altro. Con un minimo
ricarico per il "disturbo". I prodotti li trovavano presso negozi
dedicati o da specifici artigiani, la cui fama viaggiava oltre le
colline. Ed erano prodotti quasi sempre di qualità, per gli
standard dell'epoca. Si dirà: ieri va bene, oggi forse, ma domani?
Le zone di loro pertinenza vanno scomparendo. Probabile, ma
possiamo esserne proprio sicuri?
Andiamo oltre, allora. E recuperiamo la seconda costante. Qui,
prima di proseguire, è necessario ricordare come, da tempo
immemore, l'umanità si divida in due grandi gruppi: quanti abitano
in campagna e quanti in città. Ebbene, anche il commercio ha
seguito questi due binari. Da una parte, per le campagne, i
venditori ambulanti; dall'altra, risposte diverse per le esigenze
della città. I mercati, le fiere, nacquero proprio per rispondere
alle esigenze "cittadine". E col progressivo irrobustirsi degli
agglomerati urbani, vennero create nel tempo soluzioni sempre più
specifiche e dedicate, ma senza mai tradire l'idea all'origine
delle fiere millenarie. Che per questo sono tutt'ora vitali e
attraenti.
Crescendo le popolazioni delle città, dapprima alcuni ambulanti si
trasformano in "stanziali" e danno origine a quelli che oggi
chiamiamo negozi al dettaglio: agli albori più che altro degli
empori dove trovare di tutto e poi, via via, specializzati per
tipologia di prodotti (alimentari, casalinghi, vestiario, e così di
seguito). Ma è proprio il continuo espandersi delle cinte urbane a
far rinascere l'esigenza di un mercato composito quale è una fiera:
a differenza di quelle classiche, però, desiderata e voluta
permanente e stabile. Da qui, in breve, si arriverà all'apertura
dei grandi magazzini (vedi box), termine legato alla prima insegna
storicamente apparsa ad individuarli (i Magasins de Nouveautés,
aperti in Francia nel 1830) e mantenuto anche in Italia per una
certa inclinazione ai francesismi presente, com'è noto, all'epoca
nella nostra società.
La formula piacque allora e continua ancora a piacere agli abitanti
delle città, anche per il suo sapersi trasformare e adattare al
portafogli e alle esigenze di ciascuno: ieri come oggi. Non è un
caso che accanto a proposte indirizzate ad una borghesia
medio-alta, già nella seconda metà del XIX secolo appariranno
strutture dedicate ai ceti popolari e meno abbienti: i cosiddetti
"magazzini ad unico prezzo", nati negli Stati Uniti e sbarcati
sulla Penisola negli anni Trenta dello scorso secolo. Una
suddivisione in larga parte ancor oggi valida, nonostante il prezzo
unico sia un ricordo ormai ingiallito.
E la conferma che la formula funzioni, e che continui, e continuerà
a lungo, a riscuotere successo, la abbiamo osservando due elementi:
il primo, come utilizzando lo stesso schema nasceranno i
supermercati, destinati poi a diventare ipermercati, a ribadire
così la costante capacità di adattamento del mondo del commercio
alle esigenze delle varie epoche; il secondo, esempio più eclatante
proprio di quest'ultima capacità, che grandi magazzini e
supermercati sono da sempre, e oggi più di ieri, i fulcri attorno
ai quali far nascere e articolare i mall, ovvero, in italiano, i
centri commerciali. Dei quali, sia detto per inciso, il modello più
seguito e adottato, quello cioè che raccoglie un gran numero di
negozi sotto un unico, grande tetto, pare sia stato ispirato dalla
milanese Galleria Vittorio Emanuele II, che data, nientemeno,
1865!
Per un certo verso, dunque, possiamo dire che il nonno ha ragione:
non vi è nulla di nuovo sotto il sole: cambiano le forme, non certo
la sostanza. Anche se...
(1. continua)
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