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La Florida che non ti aspetti

Tre milioni di ettari di foresta tropicale, solcati da un fitto intrico di canali, fiumi, laghi. È il Parco di Everglades, terra selvaggia e affascinante, paradiso per uccelli e alligatori

Alligatori nel Parco di Everglades Chi non ha sentito parlare della Florida? Il paradiso a stelle e strisce, dove regna incontrastata l'eterna primavera. In genere si identifica in Miami o nelle Isole Keys, in Cape Canaveral con le sue avveniristiche rampe spaziali o in quel Paese delle Meraviglie chiamato Disneyworld. Pochi, pochissimi, invece, conoscono l'esistenza di Everglades, il più gustoso "boccone" che questo Stato americano possa offrire agli amanti della natura. Un parco nazionale che si estende per circa tre milioni di ettari nell'estrema punta meridionale della Florida.

È uno dei numerosi parchi protetti degli Stati Uniti, ma non assomiglia a nessun altro, in America e nel mondo. Le caratteristiche che lo rendono "unico" sono il clima caldo e umido e la rete fittissima di canali e stagni formata dalle acque del Golfo del Messico che si insinuano per miglia e miglia nell'interno, creando un vero e proprio fiume, largo 80 chilometri e profondo solo pochi centimetri, che scorre lentissimamente dal lago Okeechobee verso Sud, grazie ad un'impercettibile pendenza, che sull'intero percorso verso la Florida Bay è di appena quattro metri. Perciò Everglades è chiamato anche il "fiume d'erba": una continua mescolanza di acqua e vegetazione, che si accende con i colori dei fiori tropicali.

Paradiso di innumerevoli specie di uccelli, tra i più rari e belli del mondo, Everglades è un paesaggio primitivo e inalterato, che si rivela a poco a poco. La sua bellezza infatti è spesso nascosta, ma ad ogni passo si possono fare meravigliose scoperte. Questo territorio non presenta, a uno sguardo superficiale, particolarità straordinarie rispetto ad altri luoghi del Pianeta. È una fertile pianura macchiata di boschi e laghi, orlata di litorali sabbiosi e digradante, verso sud, in una vasta area di paludi e canali abitati da alligatori e zanzare. Innamorarsene a prima vista sembrerebbe impossibile: eppure questo è esattamente quel che succede a molti. Accadde a Ernest Hemingway, che vi restò a vivere per una decina d'anni. Accadde al miliardario Henry Flagler, che alla fine dell'Ottocento fece prolungare il ramo ferroviario della East Coast fino a Miami e poi, non contento, all'età di 75 anni, s'imbarcò nell'impresa folle di far giungere i binari fino a Key West, lanciando i treni in mezzo al mare.

Questa terra è, in realtà, uno specchio della natura nella sua dimensione più selvaggia, vitale, primordiale. Gli elementi naturali, qui, non danzano il minuetto, ma un travolgente ballo tropicale. La Florida si protende nel mare come un gioiello incastonato da bianche spiagge di sabbia finissima, reso luminoso e sfaccettato da oltre 30mila laghi e bagnato da circa 1.700 corsi d'acqua. Paludi verdi si estendono all'infinito; 17 sorgenti termali fumigano fra palme e mangrovie. Ma su ogni cosa domina, per quasi tutto l'anno, un sole dorato, tanto che nella parte meridionale del Paese l'inverno praticamente non esiste, mentre nelle zone centrali può esserci al massimo qualche giorno freddo.

In più, tutta la costa orientale è lambita dal possente flusso della Corrente del Golfo, che porta nell'Atlantico le calde acque in movimento sotto il sole bruciante della costa messicana. Le coste che si affacciano sul Golfo del Messico diedero un tempo ricovero a pirati e a vascelli di filibustieri. Oggi queste rade, questi antichi scali, sono popolati di barche a vela e a motore, da cui una varietà incredibile di personaggi pesca dall'alba al tramonto, sorvegliata a vista da numerose colonie di uccelli golosi di pesce.

In tutti gli Stati Uniti non c'è altra regione che sia tanto frequentata da pescatori e "marinai della domenica", e non solo perché il territorio è circondato da tre parti dal mare, ma perché ben 6.500 kmq della sua superficie interna sono costituiti da acqua. Ciò si spiega col fatto che uno strato di sabbia copre un sottosuolo formato da argille e calcare che, col tempo, tendono a dissolversi, provocando la formazione di inghiottitoi e depressioni che si riempiono di acqua piovana. Nessuna località della Florida, inoltre, dista più di 100 chilometri da acque di mare, che spesso si confondono con quelle dei numerosi corsi sotterranei.

Questo mondo liquido ospita più di 1.000 varietà di vegetali, centinaia di specie di uccelli, di pesci, di rettili, mammiferi, anfibi, invertebrati, insetti. Tutti devono la loro esistenza alle periodiche piene del vastissimo lago Okeechobee, che nelle stagioni della pioggia tracima e invade, attraverso un caratteristico intrico di canali, tutta la lingua meridionale della Florida, fino al mare. Sulle limpide acque, solcate dagli enigmatici alligatori, quasi immobili nel loro costante e impercettibile fluire, svolazzano e sguazzano gli aironi, le cicogne, gli ibis, i cormorani, le spatole rosa, e qualche raro esemplare di flamingo.

Tra i volatili che popolano la terra delle mangrovie, però, il più noto è certamente il pellicano, che passa le sue giornate effettuando fantastiche battute di pesca, con l'esplorazione a grandi voli circolari, seguiti da una rapida picchiata e dal tuffo. Gli uccelli sono spesso solitari, soprattutto quando devono procurarsi il cibo, ma i pellicani, più furbi e organizzati degli altri, conoscono anche un sistema di pesca collettivo, che consiste nel disporsi a semicerchio e nel dirigersi verso acque basse, battendo furiosamente zampe ed ali e richiudendo pian piano il giro, finché le prede non sono a portata di becco.

Tra gli abitatori di Everglades c'è anche l'airone azzurro maggiore, che costruisce il suo nido sugli alberi, ad una ventina di metri dal suolo: ama la compagnia di altri uccelli, specialmente dell'airone bianco e della garzetta. Lo spettacolo delle colonie di queste ultime due specie è veramente affascinante, soprattutto quando, sorpresi da un'imbarcazione, questi aggraziati uccelli si spostano con la loro innata eleganza, senza fretta, pedalando nell'acqua bassa, per poi alzarsi in volo, il collo ripiegato curiosamente all'indietro.

Dopo una avventurosa esplorazione di Everglades, ci si può fermare a pranzo all'Oyster House Restaurant, lungo la Strada 29, proprio fuori del Parco. Una costruzione bassa, in stile coloniale, con grandi ventilatori che pendono dal soffitto e tante foto di uomini che lottano con gli alligatori. Qui, per la prima volta, si invertono le leggi di Madre Natura: non sono più gli alligatori che mangiano gli uomini, ma gli uomini che mangiano questi temibili cugini dei coccodrilli. Un piatto da leccarsi i baffi è certamente la coda di alligatore tagliata in minuscoli cubetti fritti e conditi da una spremutina di limone. Così, tra un sorso di birra, uno squisito cubetto e le pittoresche storie di uomini e alligatori che racconta Robert Miller, il proprietario del locale, si può trascorrere un interessantissimo pomeriggio.

«Vicino a Clermont», inizia Miller, «vivevano un uomo, sua moglie e sua figlia. Coltivavano e vendevano uva. Quando la vigna era ancora giovane, trovarono un piccolo alligatore e decisero di tenerselo. Col passare degli anni l'animale divenne sempre più socievole e mansueto, proprio come un cane da guardia. Trascorreva il suo tempo in giardino, davanti alla casa, dormendo sotto un cespuglio, ma quando arrivava un cliente o un visitatore si svegliava immediatamente, dando l'allarme coi suoi versi rauchi. Poi si dirigeva verso la vigna, dove la famiglia stava lavorando, e non smetteva di grugnire finché non vedeva uno di loro dirigersi verso la casa. Allora tornava sotto il cespuglio e riprendeva il suo sonnellino. Era soprattutto la donna che si prendeva cura di lui, tanto che se si assentava per più di due ore, lui si innervosiva. Pur di starle vicino, imparò persino ad aprire le porte di rete metallica che davano accesso alla vigna. Finché una volta, quando lei si ammalò gravemente, venne trovato quasi morto di fame ai piedi del suo letto».

È sempre Robert a spiegarci che per gli indiani della Florida l'alligatore ha sempre rappresentato qualcosa di veramente importante, un animale da temere e rispettare, quasi con venerazione: come gli indiani del West dipingevano figure rupestri di bufalo, così quelli della Florida scolpivano e dipingevano le fattezze dell'alligatore.

«Albert De Vane, un mio vecchio amico ormai scomparso, mi raccontava sempre storie di indiani e alligatori», racconta ancora Robert. «Billy Bowlegs (bowlegs = gambe ad arco), un vecchio indiano Seminole, ad esempio, gli aveva raccontato che i suoi nonni raccoglievano le uova di alligatore dai nidi e le bollivano o le arrostivano nella cenere. Prima di consumarle, però, si faceva una prova: le uova venivano messe nell'acqua, e solo quelle che affondavano venivano mangiate, mentre le altre venivano riposte nel nido».

Ma gli aneddoti sugli alligatori non sono finiti. La memoria di Robert, a questo proposito, è un pozzo senza fondo. «Alcuni anni fa, uno scrittore e naturalista locale, Tom Helm, stava esplorando con un amico una zona della Florida settentrionale. I due si fermarono per trascorrere la notte in una radura; poche ore dopo, Helm si svegliò e capì che c'era qualcosa che non andava. Allungò la mano dietro di sé e sentì qualcosa, come una valigia grande e fredda. Anche dall'altra parte della "valigia", l'amico di Helm si stava agitando. Una sola parola d'intesa e i due schizzarono fuori dai rispettivi lati della tenda, mentre un alligatore che aveva cercato un po' di calore corse via con la loro tenda sul dorso!».

Robert è inarrestabile, con le sue storie: «L'ultima che vi voglio raccontare me l'ha riferita Joe Culbreath. Si tratta di un fatto accaduto a lui stesso. Una sera era accampato sulle sponde di un grande stagno vicino a Tampa, quando gli venne in mente di provare a pescare. Si tolse tutti i vestiti eccetto il gilet, per portare sigari ed esche, ed il cappello per gli ami. Quando giunse dove l'acqua gli arrivava ai fianchi, mise il piede su un grosso tronco ruvido. Cominciò a tirare la lenza. Dopo un po' abboccò un grande pesce, e mentre lo tirava, il tronco cominciò a muoversi. Un grande alligatore, il "tronco", aveva visto il pesce e aveva deciso di... cenare. Le cose successero molto in fretta. L'alligatore cominciò ad inseguire il pesce, con Joe sul dorso. Il pesce nuotò via e saltò sulla terraferma. Joe cadde sul dorso dell'alligatore a causa di un ramo che avevano incrociato. Ma riuscì a raggiungere ugualmente la riva e a prendere il "suo" pesce!».
Valerio Barbieri