|
|
Home > L'Editoria >
Il Carabiniere >
Anno 2010 >
Febbraio
>
REPORTAGE
La Florida che non ti
aspetti
Tre milioni di ettari di foresta
tropicale, solcati da un fitto intrico di canali, fiumi, laghi. È
il Parco di Everglades, terra selvaggia e affascinante, paradiso
per uccelli e alligatori
Chi non ha sentito parlare della Florida? Il paradiso a stelle e
strisce, dove regna incontrastata l'eterna primavera. In genere si
identifica in Miami o nelle Isole Keys, in Cape Canaveral con le
sue avveniristiche rampe spaziali o in quel Paese delle Meraviglie
chiamato Disneyworld. Pochi, pochissimi, invece, conoscono
l'esistenza di Everglades, il più gustoso "boccone" che questo
Stato americano possa offrire agli amanti della natura. Un parco
nazionale che si estende per circa tre milioni di ettari
nell'estrema punta meridionale della Florida.
È uno dei numerosi parchi protetti degli Stati Uniti, ma non
assomiglia a nessun altro, in America e nel mondo. Le
caratteristiche che lo rendono "unico" sono il clima caldo e umido
e la rete fittissima di canali e stagni formata dalle acque del
Golfo del Messico che si insinuano per miglia e miglia
nell'interno, creando un vero e proprio fiume, largo 80 chilometri
e profondo solo pochi centimetri, che scorre lentissimamente dal
lago Okeechobee verso Sud, grazie ad un'impercettibile pendenza,
che sull'intero percorso verso la Florida Bay è di appena quattro
metri. Perciò Everglades è chiamato anche il "fiume d'erba": una
continua mescolanza di acqua e vegetazione, che si accende con i
colori dei fiori tropicali.
Paradiso di innumerevoli specie di uccelli, tra i più rari e belli
del mondo, Everglades è un paesaggio primitivo e inalterato, che si
rivela a poco a poco. La sua bellezza infatti è spesso nascosta, ma
ad ogni passo si possono fare meravigliose scoperte. Questo
territorio non presenta, a uno sguardo superficiale, particolarità
straordinarie rispetto ad altri luoghi del Pianeta. È una fertile
pianura macchiata di boschi e laghi, orlata di litorali sabbiosi e
digradante, verso sud, in una vasta area di paludi e canali abitati
da alligatori e zanzare. Innamorarsene a prima vista sembrerebbe
impossibile: eppure questo è esattamente quel che succede a molti.
Accadde a Ernest Hemingway, che vi restò a vivere per una decina
d'anni. Accadde al miliardario Henry Flagler, che alla fine
dell'Ottocento fece prolungare il ramo ferroviario della East Coast
fino a Miami e poi, non contento, all'età di 75 anni, s'imbarcò
nell'impresa folle di far giungere i binari fino a Key West,
lanciando i treni in mezzo al mare.
Questa terra è, in realtà, uno specchio della natura nella sua
dimensione più selvaggia, vitale, primordiale. Gli elementi
naturali, qui, non danzano il minuetto, ma un travolgente ballo
tropicale. La Florida si protende nel mare come un gioiello
incastonato da bianche spiagge di sabbia finissima, reso luminoso e
sfaccettato da oltre 30mila laghi e bagnato da circa 1.700 corsi
d'acqua. Paludi verdi si estendono all'infinito; 17 sorgenti
termali fumigano fra palme e mangrovie. Ma su ogni cosa domina, per
quasi tutto l'anno, un sole dorato, tanto che nella parte
meridionale del Paese l'inverno praticamente non esiste, mentre
nelle zone centrali può esserci al massimo qualche giorno
freddo.
In più, tutta la costa orientale è lambita dal possente flusso
della Corrente del Golfo, che porta nell'Atlantico le calde acque
in movimento sotto il sole bruciante della costa messicana. Le
coste che si affacciano sul Golfo del Messico diedero un tempo
ricovero a pirati e a vascelli di filibustieri. Oggi queste rade,
questi antichi scali, sono popolati di barche a vela e a motore, da
cui una varietà incredibile di personaggi pesca dall'alba al
tramonto, sorvegliata a vista da numerose colonie di uccelli golosi
di pesce.
In tutti gli Stati Uniti non c'è altra regione che sia tanto
frequentata da pescatori e "marinai della domenica", e non solo
perché il territorio è circondato da tre parti dal mare, ma perché
ben 6.500 kmq della sua superficie interna sono costituiti da
acqua. Ciò si spiega col fatto che uno strato di sabbia copre un
sottosuolo formato da argille e calcare che, col tempo, tendono a
dissolversi, provocando la formazione di inghiottitoi e depressioni
che si riempiono di acqua piovana. Nessuna località della Florida,
inoltre, dista più di 100 chilometri da acque di mare, che spesso
si confondono con quelle dei numerosi corsi sotterranei.
Questo mondo liquido ospita più di 1.000 varietà di vegetali,
centinaia di specie di uccelli, di pesci, di rettili, mammiferi,
anfibi, invertebrati, insetti. Tutti devono la loro esistenza alle
periodiche piene del vastissimo lago Okeechobee, che nelle stagioni
della pioggia tracima e invade, attraverso un caratteristico
intrico di canali, tutta la lingua meridionale della Florida, fino
al mare. Sulle limpide acque, solcate dagli enigmatici alligatori,
quasi immobili nel loro costante e impercettibile fluire,
svolazzano e sguazzano gli aironi, le cicogne, gli ibis, i
cormorani, le spatole rosa, e qualche raro esemplare di
flamingo.
Tra i volatili che popolano la terra delle mangrovie, però, il più
noto è certamente il pellicano, che passa le sue giornate
effettuando fantastiche battute di pesca, con l'esplorazione a
grandi voli circolari, seguiti da una rapida picchiata e dal tuffo.
Gli uccelli sono spesso solitari, soprattutto quando devono
procurarsi il cibo, ma i pellicani, più furbi e organizzati degli
altri, conoscono anche un sistema di pesca collettivo, che consiste
nel disporsi a semicerchio e nel dirigersi verso acque basse,
battendo furiosamente zampe ed ali e richiudendo pian piano il
giro, finché le prede non sono a portata di becco.
Tra gli abitatori di Everglades c'è anche l'airone azzurro
maggiore, che costruisce il suo nido sugli alberi, ad una ventina
di metri dal suolo: ama la compagnia di altri uccelli, specialmente
dell'airone bianco e della garzetta. Lo spettacolo delle colonie di
queste ultime due specie è veramente affascinante, soprattutto
quando, sorpresi da un'imbarcazione, questi aggraziati uccelli si
spostano con la loro innata eleganza, senza fretta, pedalando
nell'acqua bassa, per poi alzarsi in volo, il collo ripiegato
curiosamente all'indietro.
Dopo una avventurosa esplorazione di Everglades, ci si può fermare
a pranzo all'Oyster House Restaurant, lungo la Strada 29, proprio
fuori del Parco. Una costruzione bassa, in stile coloniale, con
grandi ventilatori che pendono dal soffitto e tante foto di uomini
che lottano con gli alligatori. Qui, per la prima volta, si
invertono le leggi di Madre Natura: non sono più gli alligatori che
mangiano gli uomini, ma gli uomini che mangiano questi temibili
cugini dei coccodrilli. Un piatto da leccarsi i baffi è certamente
la coda di alligatore tagliata in minuscoli cubetti fritti e
conditi da una spremutina di limone. Così, tra un sorso di birra,
uno squisito cubetto e le pittoresche storie di uomini e alligatori
che racconta Robert Miller, il proprietario del locale, si può
trascorrere un interessantissimo pomeriggio.
«Vicino a Clermont», inizia Miller, «vivevano un uomo, sua moglie e
sua figlia. Coltivavano e vendevano uva. Quando la vigna era ancora
giovane, trovarono un piccolo alligatore e decisero di tenerselo.
Col passare degli anni l'animale divenne sempre più socievole e
mansueto, proprio come un cane da guardia. Trascorreva il suo tempo
in giardino, davanti alla casa, dormendo sotto un cespuglio, ma
quando arrivava un cliente o un visitatore si svegliava
immediatamente, dando l'allarme coi suoi versi rauchi. Poi si
dirigeva verso la vigna, dove la famiglia stava lavorando, e non
smetteva di grugnire finché non vedeva uno di loro dirigersi verso
la casa. Allora tornava sotto il cespuglio e riprendeva il suo
sonnellino. Era soprattutto la donna che si prendeva cura di lui,
tanto che se si assentava per più di due ore, lui si innervosiva.
Pur di starle vicino, imparò persino ad aprire le porte di rete
metallica che davano accesso alla vigna. Finché una volta, quando
lei si ammalò gravemente, venne trovato quasi morto di fame ai
piedi del suo letto».
È sempre Robert a spiegarci che per gli indiani della Florida
l'alligatore ha sempre rappresentato qualcosa di veramente
importante, un animale da temere e rispettare, quasi con
venerazione: come gli indiani del West dipingevano figure rupestri
di bufalo, così quelli della Florida scolpivano e dipingevano le
fattezze dell'alligatore.
«Albert De Vane, un mio vecchio amico ormai scomparso, mi
raccontava sempre storie di indiani e alligatori», racconta ancora
Robert. «Billy Bowlegs (bowlegs = gambe ad arco), un vecchio
indiano Seminole, ad esempio, gli aveva raccontato che i suoi nonni
raccoglievano le uova di alligatore dai nidi e le bollivano o le
arrostivano nella cenere. Prima di consumarle, però, si faceva una
prova: le uova venivano messe nell'acqua, e solo quelle che
affondavano venivano mangiate, mentre le altre venivano riposte nel
nido».
Ma gli aneddoti sugli alligatori non sono finiti. La memoria di
Robert, a questo proposito, è un pozzo senza fondo. «Alcuni anni
fa, uno scrittore e naturalista locale, Tom Helm, stava esplorando
con un amico una zona della Florida settentrionale. I due si
fermarono per trascorrere la notte in una radura; poche ore dopo,
Helm si svegliò e capì che c'era qualcosa che non andava. Allungò
la mano dietro di sé e sentì qualcosa, come una valigia grande e
fredda. Anche dall'altra parte della "valigia", l'amico di Helm si
stava agitando. Una sola parola d'intesa e i due schizzarono fuori
dai rispettivi lati della tenda, mentre un alligatore che aveva
cercato un po' di calore corse via con la loro tenda sul
dorso!».
Robert è inarrestabile, con le sue storie: «L'ultima che vi voglio
raccontare me l'ha riferita Joe Culbreath. Si tratta di un fatto
accaduto a lui stesso. Una sera era accampato sulle sponde di un
grande stagno vicino a Tampa, quando gli venne in mente di provare
a pescare. Si tolse tutti i vestiti eccetto il gilet, per portare
sigari ed esche, ed il cappello per gli ami. Quando giunse dove
l'acqua gli arrivava ai fianchi, mise il piede su un grosso tronco
ruvido. Cominciò a tirare la lenza. Dopo un po' abboccò un grande
pesce, e mentre lo tirava, il tronco cominciò a muoversi. Un grande
alligatore, il "tronco", aveva visto il pesce e aveva deciso di...
cenare. Le cose successero molto in fretta. L'alligatore cominciò
ad inseguire il pesce, con Joe sul dorso. Il pesce nuotò via e
saltò sulla terraferma. Joe cadde sul dorso dell'alligatore a causa
di un ramo che avevano incrociato. Ma riuscì a raggiungere
ugualmente la riva e a prendere il "suo"
pesce!». |
Valerio Barbieri
|
|
|