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La cartolina recava ben visibile in alto la stampigliatura
"Cartolina postale per le Forze Armate Africa Orientale" e, al
posto del francobollo, la dicitura: "Esente da tassa per l'Italia e
sue Colonie". Era una vecchia cartolina sgualcita, color seppia, il
cui testo scritto di pugno recitava: "Compagnia Carabinieri
dell'Eritrea. Sezione di Asmara. A.O.I.". Faceva effetto, rileggere
quelle coordinate: "24 febbraio 1941 - Teniamo alto l'Onore
dell'Italia. Brigadiere Mario Petruzzi".
Francesco fu scosso da un brivido. Nella sua mente si materializzò
l'immagine del nonno che, all'interno di una caserma abbacinata dal
sole africano, chino e dimesso, scriveva questa cartolina ai suoi
cari. Nessun cedimento alla rigidità militare richiesta, nessuna
manifestazione di sentimento, nulla che non fosse un'espressione
impersonale e controllata. Mai avrebbe potuto scrivere frasi come:
"Sto bene, mi mancate", "Vi voglio bene", "Qui le cose vanno male,
gli Inglesi ci stanno costringendo a un'inevitabile resa". La
Censura sarebbe intervenuta implacabile sulla posta in franchigia
dei suoi militari.
Provò ad immaginare suo nonno all'età di trent'anni, giovane
brigadiere che aveva sposato la causa coloniale, pur non avendo
grosse possibilità di scelta.
Lo immaginava così, in bianco e nero, con il volto delle poche
fotografie ingiallite che aveva trovato molti anni prima in una
cassetta metallica a casa della nonna. Suo padre, Filippo, ne
parlava sempre pochissimo. Quando nacque, il brigadiere Petruzzi
stava combattendo in Africa e poté rivederlo solamente nel 1938,
quando tornò a casa per un breve periodo di licenza. All'epoca
aveva appena tre anni.
Era una mattina di febbraio, il brigadiere Mario Petruzzi stava
curando il prelievo dell'acqua potabile da parte dei suoi
sottoposti.
L'acqua. Un bene che non si poteva sprecare, data la scarsità di
risorse e le temperature insopportabilmente alte. Osservandoli al
lavoro, non pensava a loro come a colleghi di rango inferiore, ma
come ad amici, tutti coetanei. L'offensiva inglese aveva fiaccato
le riserve italiane, così come gli entusiasmi. Gli ufficiali non
erano in grado di gestire l'imminente disfatta e, giorno dopo
giorno, gli avamposti dovevano ritirarsi, subendo numerose
perdite.
Tutto l'esercito, ad ogni livello, era composto da giovani che poco
avevano a che vedere con la vita militare, tanto meno con la
guerra. Molti si erano arruolati perché obbligati, altri nella
speranza che, una volta finita la guerra, ci sarebbe stato un pezzo
di terra d'Africa anche per loro, dove riunire la famiglia e
provare ad essere felici. La vita in Italia era dura, in quegli
anni, e la possibilità di migliorare le proprie condizioni sociali
ed economiche faceva gola a chi aveva visto morire di stenti e
malattie parenti e amici.
Le cose, in Eritrea, non sembravano andare male. Dopotutto gli
Italiani erano sul posto da almeno una generazione e gli indigeni
non nutrivano particolari rancori nei confronti dei militari e dei
coloni che si erano insediati nel loro Paese. Tutto sommato,
avevano portato anche cose buone.
Quanto ai Carabinieri, erano amati da tutta la popolazione, tanto
dai nuovi insediati quanto dai nativi.
Qualcosa, però, cambiò repentinamente dopo che il Duce decise
l'entrata in guerra al fianco della Germania nazista, nel giugno
del 1940.
Da tempo girava voce che gli Inglesi avrebbero preso il controllo
del Paese, le forze erano maggiori e meglio organizzate, inoltre i
patrioti etiopi, armati dai Britannici, combattevano gli Italiani,
mentre gli ascari d'Etiopia, a differenza di quelli eritrei e
somali, ne disertavano i reparti.
Nel gennaio 1941, meno di un mese prima, gli Inglesi avevano
sferrato un'offensiva dal Sudan e avevano riconquistato Cassala.
Gli Italiani avevano ripiegato su Agordat e Cheren, e lì si erano
attestati. La battaglia di Cheren stava imperversando come una
tempesta. La 3a Compagnia "Carabinieri e Zaptié", appena giunta in
zona, si stava distinguendo fra le file delle truppe italiane
impegnate.
Mario aspettava il giorno in cui la sua Compagnia sarebbe stata
impiegata al fianco dell'Esercito in un'offensiva che avrebbe
dovuto respingere gli Inglesi e proteggere la strada per
Asmara.
Le giornate passavano nell'attesa di notizie dal fronte. Notizie
delle perdite. Nessuno credeva davvero di poter respingere
l'avanzata nemica, nonostante l'alacre lavoro della
Propaganda.
Asmara era una città piacevole, adagiata sul suo altopiano, in
certi momenti si poteva quasi credere di non essere in guerra.
C'era persino un cinematografo, il Cinema Impero.
A quel tempo, Mario aveva fatto amicizia con un ascaro eritreo: si
chiamava Hamid Tekle, un ragazzo di poco più di vent'anni, magro e
dinoccolato.
Nei suoi occhi scuri c'era la storia di un popolo, la sofferenza di
un Paese occupato, il delirio di Governatori e governanti, ma il
suo sorriso ingannava chiunque. Si sarebbe detto perfino che fosse
un ragazzo felice. Tuttavia il suo sguardo tradiva una certa
diffidenza, come a voler celare un segreto.
Iniziarono a trascorrere parecchio tempo, insieme. Hamid parlava un
discreto italiano. Il ragazzo raccontava dell'epopea della sua
famiglia e di quanto gli sarebbe piaciuto vivere il suo Paese in
tempo di pace, poter studiare, conoscere il mondo, andare in
Italia. Pochi anni prima, una delle sue sorelle aveva perso la
testa per un granatiere italiano. Una settimana dopo, quella stessa
sorella perse realmente la testa, decapitata da uno zio squilibrato
che, a colpi di machete, l'aveva condannata e uccisa, nella
presunzione di sapere cosa fosse successo fra i due
innamorati.
L'Eritrea poteva essere un Paese bellissimo, ma anche terribile. Le
tipiche, forti contraddizioni di un Paese africano.
Prima di Asmara, il brigadiere Petruzzi fu impiegato sull'isola di
Nocra, al largo delle coste di Massaua, dove esisteva il campo di
prigionia più grande dell'Africa Orientale Italiana. Le condizioni
dei detenuti erano miserrime, per il loro sostentamento erano
concessi solamente pochi grammi di farina, tè e zucchero, razioni
che non erano neppure garantite giornalmente. I detenuti, coperti
di piaghe e di insetti, morivano lentamente di fame, scorbuto,
dissenteria, malaria. Mario ne rimase sconvolto. Non c'era un
medico per curarli, erano costretti al lavoro forzato nelle cave di
pietra, con temperature che a volte raggiungevano i 50 gradi. Erano
ridotti a scheletri, luridi. Quelli in isolamento avevano perduto
l'uso delle gambe, costretti a vivere su tavolati alti un metro da
terra.
La mortalità era altissima. Il brigadiere cercò in ogni modo di
essere trasferito da quell'inferno, con il pretesto di desiderare
il fronte.
La fortuna parve assisterlo pochi mesi dopo, ma non per il
soddisfacimento della sua richiesta.
In un infuocato pomeriggio di maggio del 1937, Mario stava
ispezionando il razionamento dell'acqua salmastra che veniva
estratta dall'unico pozzo del campo. Due prigionieri scheletrici
tiravano stancamente la corda, dall'altro capo della quale,
attraverso la cigolante carrucola, stava salendo il secchio. Con
lui c'erano due carabinieri e un giovane tenente, che si era
fermato a dare disposizioni. La fatica degli Eritrei era lampante.
Finalmente il secchio affiorò, uno degli uomini trattenne la corda,
mentre l'altro lo afferrò per versarne il contenuto in una tanica.
Le malferme gambe cedettero di colpo, senza preavviso, come se
fosse stato previsto un appuntamento con il destino di quella
povera vita. Stramazzò rovinosamente, trascinando con sé il secchio
che si riversò sui pantaloni dell'ufficiale italiano.
Mario si affrettò a soccorrere l'uomo, ma il tenente urlò di
spostarsi. I suoi occhi azzurri erano iniettati di sangue. Estrasse
la pistola dalla fondina, la puntò alla fronte del prigioniero e
fece fuoco! Il corpo del brigadiere fremette come se fosse stato
colpito lui stesso dal proiettile. Voltandosi, il tenente ordinò di
portare via il cadavere e si allontanò con passo deciso, imprecando
contro i nativi.
Quella notte, Mario non riuscì a dormire. Contò i minuti che
l'avrebbero diviso dalla richiesta di essere messo a rapporto dal
Comandante della Compagnia.
Il suo senso della legalità gli impediva di accettare che un fatto
di tale gravità potesse essere dimenticato tra le scartoffie di una
guerra assurda. Nell'esporre i fatti, la sua testimonianza fu
accolta con sufficienza, come se l'abitudine all'orrore avesse reso
ormai plausibile ogni atto, anche l'omicidio. Ben presto, si rese
conto che le sue parole non avrebbero portato a nulla. Iniziò a
scrivere un memoriale con le informazioni e le testimonianze
raccolte difficoltosamente: il suo nuovo nemico era la garanzia
d'impunità. Da lì a poco, il brigadiere Petruzzi fu trasferito ad
Asmara.
Era una giornata come tante altre, tutto, lì, rischiava di essere
qualcosa "come tante altre"; Hamid cercò Mario con lo sguardo,
mentre usciva dal Quartier Generale italiano. Appena lo vide, gli
si fece incontro: solo lui avrebbe potuto esaudire un desiderio
cullato da tempo.
«Mario, voglio andare al cinema!».
«Al cinema? Hanno sospeso le proiezioni, amico mio. Al fronte ci
sono uomini che muoiono».
«Mario, ti prego! Io voglio andare al cinema!».
«Sai che non è possibile, Hamid! Ed io non posso farci
nulla».
Il ragazzo abbassò lo sguardo, sconsolato. Mario gli poggiò una
mano amica sulla spalla.
«Mario, presto gli Inglesi saranno qui e con loro i ribelli
partigiani e gli Etiopi. Per noi sarà la fine», disse Hamid con gli
occhi ricolmi di lacrime.
Nelle parole del giovane c'era la consapevolezza di chi sa con
certezza quello che dice, di chi non vede oltre il domani, perché
sa che il domani non ci sarà.
Mario non dormì per due notti, pensando alla richiesta dell'amico.
Il terzo giorno cercò il custode del cinema. Non fu facile
trovarlo. L'uomo era un italiano di mezza età, burbero e poco
incline al dialogo. Il brigadiere dovette dare fondo a tutte le sue
capacità persuasive, a parecchi denari e a qualche informazione,
per poterlo convincere.
Alcuni giorni dopo, Mario incontrò Hamid. Era triste come mai prima
d'ora, aveva quasi perduto il desiderio di parlare. Le notizie da
Cheren erano scoraggianti, qualcuno iniziava a fare i bagagli e a
mettersi in viaggio per Massaua.
Mario sorrise emozionato. «Amico mio, vieni con me: ti porto in un
posto speciale!».
«Un posto speciale?», ripeté il ragazzo con scarso
entusiasmo.
«Vedrai».
Quando furono davanti all'ingresso del Cinema Impero, Hamid volse
lo sguardo all'amico italiano, con gli occhi di chi aveva capito.
Mario gli fece cenno di tacere e lo invitò a seguirlo in una
stradina laterale. Si trovavano nel cosiddetto "Campo cintato", il
centro di Asmara, rigorosamente vietato agli Eritrei dalle severe
leggi razziali. Giunti all'entrata di servizio, Mario guardò
l'orologio.
«Dovremmo esserci».
Una manciata di minuti dopo, la porta si aprì. Il custode non disse
nulla e fece cenno di entrare in fretta, poi chiuse i battenti alle
spalle dei due amici. Fece strada nel buio, fino ad una successiva
porta. L'aprì e gli occhi di Hamid si illuminarono a far luce, il
suo bianco sorriso disegnò una mezzaluna nell'oscurità.
«Grazie, Mario!».
I due si accomodarono. Erano padroni della platea vuota, da soli al
centro della sala. Mario aveva portato via due piccoli pacchetti di
gallette e un po' di cioccolato.
Hamid non stava nella pelle.
«Adesso cosa succede?».
«Guarda! E non parlare».
Improvvisamente, il grande schermo s'illuminò, colpito da un fascio
di luce proveniente dalle loro spalle.
Mario aveva pagato un extra per non vedere i soliti film di
propaganda come Il cammino degli eroi o Sentinelle di bronzo, ma fu
sorpreso quanto l'amico africano quando apparve il titolo sullo
schermo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. I ragazzi risero e si
divertirono, increduli di poter essere proprio lì, per un attimo
dimentichi della guerra.
Improvvisamente tornò il buio, il custode irruppe in platea e,
bisbigliando, gli ordinò concitatamente di darsela a gambe. Mario e
Hamid scapparono veloci come saette nel buio, fuori del
cinematografo. Quindi, nella stradina laterale, ripresero a correre
il più veloce possibile.
Quando furono a una certa distanza, si buttarono per terra dietro
un muretto di sassi, si guardarono fisso negli occhi, stremati e
con il fiatone, e scoppiarono a ridere a crepapelle.
Gli alamari della divisa di Mario brillavano al sole quasi quanto
l'incontenibile sorriso di Hamid.
Non avrebbero mai saputo il perché di quella brusca interruzione e
di quella fuga. Mario pensò che in realtà il custode avesse
inventato tutto per timore di essere scoperto e per intascare i
soldi senza dover rischiare troppo.
In quel momento, Hamid cambiò umore e decise di rivelare il suo
segreto.
Prima di Asmara, era stato a Massaua, dove sbarcavano le truppe
italiane.
Le donne del porto raccontavano di un ufficiale particolarmente
violento, sostenevano che si comportasse con loro come se tutto gli
fosse concesso.
Lo chiamavano Tzaedà Bequarià, per la sua pelle bianca, i capelli
biondi e gli occhi azzurri. Hamid finì per incontrarlo. Si trovò
faccia a faccia con lui e con la sua ferocia.
Quel pomeriggio, incurante di essere notato, stava trascinando
fuori da un'abitazione del quartiere indigeno una ragazza
visibilmente sconvolta e implorante aiuto. Alla vista dell'ascaro,
non esitò a minacciarlo con la pistola che teneva in pugno. Hamid
comprese che, se fosse intervenuto, avrebbe rischiato la vita.
Alcuni giorni dopo, una prostituta impaurita gli rivelò della
scomparsa di una ragazza, aggiungendo che non era stata la prima.
Non poté fare a meno di ripensare a quanto aveva visto e allo
sguardo rivoltogli da quell'uomo prima di dileguarsi.
Mario comprese che l'iniziale diffidenza dell'amico, in realtà, era
paura. Nei suoi occhi, rivide il volto di quel ragazzo ucciso per
avere versato accidentalmente dell'acqua e gli tornò in mente quel
nome: tenente De Nardis. Forse era solo un'analogia, ma se così non
fosse stato, il suo memoriale avrebbe reso giustizia anche per quei
crimini rimasti impuniti. Il rapporto redatto era stato
segretamente affidato ad un commilitone imbarcatosi il 18 febbraio
sulla nave coloniale Eritrea, decisa a sfuggire al blocco marittimo
imposto dagli Inglesi.
«Mario, vorrei vedere finire il film!».
Lui lo guardò con tenerezza, quel giovane ascaro non aveva mai
visto un film, né mai era stato in un cinema, prima di
allora.
Gli ascari furono ribattezzati "Leoni d'Eritrea", ma in realtà
erano ragazzi innocenti che avevano giurato fedeltà fino alla morte
a una Nazione che non avevano mai visto.
Francesco non sapeva nulla di queste storie, non poteva sapere
realmente cosa ci fosse dietro quella cartolina che sorreggeva con
delicatezza, temendo di sciuparla.
Quante emozioni, vicende, momenti di gioia alternati ad attimi di
tragedia.
I giorni successivi trascorsero con l'ansia di doversi trovare
improvvisamente investiti dall'ondata britannica.
Mario fremeva, voleva andare al fronte, iniziava a sentirsi
inutile. Non che amasse la guerra, o che fosse un invasato
militarista, ma non poteva sopportare il pensiero che i suoi
commilitoni fossero a cento chilometri di distanza, a morire sotto
il fuoco nemico, senza che lui potesse fare nulla.
Nel frattempo, Asmara era stata sottoposta a continui
bombardamenti, che l'avevano colpita in modo indiscriminato. Molte
furono le vittime civili.
I Carabinieri, nel confortare la popolazione e impedire atti di
sciacallaggio, cercarono di evitare che la situazione potesse
degenerare.
Una mattina, impegnato in un servizio di pattuglia misto, Mario
notò sopraggiungere una campagnola. Nell'atto di salutare
militarmente, gli si gelò il sangue nelle vene: sotto i suoi occhi
stava passando il neo-promosso capitano De Nardis. Avrebbe
sostituito il maggiore Ambrosi, morto di malaria. Nella sua mente
si affollarono i ricordi, i timori, le preoccupazioni per il tempo
a venire. L'auto sparì oltre le sagome annerite delle case
distrutte.
Arrivò il 26 marzo 1941, un caporalmaggiore attraversò il campo
correndo e bussò con veemenza alla porta dell'ufficio del
Comandante dello Squadrone di Cavalleria. Mariolo seguì con lo
sguardo, poco distante, mentre un carabiniere e altri camerati
stavano discutendo di un moschetto che si era inceppato. Da lì a
qualche secondo, il capitano gridò:
«Adunata! Adunata!».
I militari, smarriti, si resero conto che era successo qualcosa di
grave.
Dopo due mesi di combattimenti senza tregua, Cheren era caduta in
mano agli Inglesi. Lo sconforto prese il sopravvento, lo sguardo
dei soldati era interrogativo: cosa sarebbe successo, adesso?
Il capitano ordinò di tenersi pronti, in attesa di disposizioni
dall'alto.
Mario sentì che era giunto il momento, anche se non l'aveva certo
immaginato così. Ormai sembrava di doversi difendere da una fine
certa.
Pensò a tutti i volti amici che erano partiti nel corso delle
precedenti settimane per Cheren e gli si strinse un groppo alla
gola.
Il capitano dispose d'informare il Comandante della Compagnia
Carabinieri, affidando al brigadiere Petruzzi un dispaccio
urgente.
Mario pensò a Hamid: doveva informarlo di quanto stava accadendo.
Dopo averlo cercato invano per mezza Asmara, lo incontrò presso il
vecchio cimitero, chino su una tomba, silenzioso.
«Hamid?».
«Mario», fece lui, voltandosi.
«Ci sono novità, Hamid, novità poco piacevoli».
«So già tutto, Mario. Stavo pregando sulla tomba dei miei avi
perché ci proteggano».
«Hamid, dobbiamo prepararci a combattere! Solo i nostri moschetti
possono difenderci dal nemico!».
«Quanto vorrei vedere finire quel film!».
«Ma non è possibile, lo sai! Non c'è tempo, adesso, per il cinema.
Avremo tempo dopo, quando tutto sarà finito, quando tornerà la pace
su questa terra».
Hamid osservò Mario fisso negli occhi, in silenzio.
«Avrei voluto vederlo finire».
«Non è possibile, Hamid», rispose con un filo di voce, senza
lasciare spazio a repliche. «Torno al campo, faresti bene a fare lo
stesso».
Due giorni dopo, arrivò l'ordine di ritirare a Massaua.
Mario si sentì come il topo che rifugge dal gatto, sentiva lo
spazio intorno a sé sempre più ridotto, sentiva che l'aria stava
diventando sempre più calda e si respirava sempre più a fatica. Nel
giro di pochissimo, la Compagnia mosse alla volta del porto
eritreo. Anche Hamid dovette partire.
Massaua aveva un clima diverso da Asmara e il mare sembrava poter
restituire un po' di serenità allo spirito.
Non c'era entusiasmo, fra le truppe, e anche qui le informazioni
che arrivavano non erano incoraggianti.
Mario e Hamid trascorsero un intero pomeriggio al porto, con i
piedi a bagno, a fumare sigarette "Africa" rimediate allo spaccio
trovato in abbandono. Nessuno dei due fumava, ma chissà per quale
motivo, sentivano che era giunto il momento di provare. Così, per
scoprire cosa si sentiva. Così, perché non si sa mai.
Francesco trovò un paio di alamari in filigrana d'argento. Erano
consunti, ossidati, ma ancora vividi nella memoria. Pensò a suo
padre Filippo, ai rari momenti in cui aveva parlato del suo lavoro,
delle sue piccole indagini di Stazione, uno di quei Comandi di
paese accoccolati sulle colline di un'Italia che doveva mettersi
alle spalle decenni di guerra. Anch'egli aveva scelto di servire la
Patria vestendo la divisa che era stata del padre, sebbene in
epoche diverse, vivendo la ritrovata pace fino a che la Storia
ritornò sui propri passi, presentandogli anni di piombo e
terrorismo. Qualcuno disse, a proposito dei Carabinieri: «Siamo gli
unici a fare la guerra in tempo di pace».
La strada per Asmara era aperta, gli Inglesi entrarono in città il
1° aprile 1941. Le informazioni che arrivavano dalla capitale
facevano presagire una fine imminente. Alcune navi già si
approssimavano al porto di Massaua, probabilmente qualcuno avrebbe
deciso per la ritirata. Molti lo speravano.
I resti del Battaglione "Uork Amba", un centinaio di alpini e due
ufficiali, riuscirono a sfuggire alla cattura percorrendo circa
cento chilometri di zona montana per arrivare ad Asmara, ripiegando
ulteriormente per raggiungere Massaua. Nei loro occhi, Mario scorse
la disperazione, l'incapacità di accettare quel che avevano vissuto
a Cheren.
Cercò di avere notizie dei Carabinieri della 3a Compagnia, ma
ricevette solamente rispettosi silenzi e assordanti sguardi
d'orrore.
Dopo pochi giorni, gli Inglesi furono a Massaua.
Nella mattina del 6 aprile, il tiro dell'artiglieria fiaccò le
difese italiane, quindi la fanteria avanzò nel tentativo di
prendere la città. Gli scontri furono durissimi e ci furono momenti
in cui sembrava che la fine fosse davvero vicina. Fu deciso
l'impiego in avanscoperta degli ascari. Il plotone fu riunito,
indottrinato alla meglio e mandato a morire contro le truppe
nemiche.
Mario cercò con lo sguardo il volto di Hamid. Lo individuò molto
distante. Non poteva immaginare cosa stesse provando. Sembrava
attento, mentre ascoltava gli ordini del capitano De Nardis, la sua
espressione era tesa, rigida, appariva fiero nella sua divisa
cachi, il moschetto '91 e un tarbush rosso fiammante calcato in
testa.
Quando il plotone si mosse, Hamid si voltò, cercando con sguardo
febbrile l'amico italiano: finalmente aveva dato un nome al volto
di chi, anni prima, aveva terrorizzato Massaua. La polvere,
sollevata da un'improvvisa folata di vento, impedì ai loro sguardi
di raggiungersi, mentre l'ordine perentorio non lasciava tempo alla
speranza. Alcune ore dopo gli ascari, partì un plotone di
Granatieri. Gli scontri furono violentissimi e via radio giungevano
continue richieste di rinforzi.
In serata, gli Inglesi avevano sopraffatto le Forze italiane e la
mattina successiva proposero una tregua per discuterne la resa.
Mario fu inviato con il personale di scorta alla delegazione che
avrebbe rifiutato ogni trattativa: l'ordine era di resistere!
Quando giunsero in prossimità della Delegazione inglese, poterono
vedere i prigionieri raccolti all'interno di un caravanserraglio.
Da una parte c'erano i Granatieri, più distante gli ascari.
Mario aveva il cuore che batteva convulsamente, il suo sguardo
correva veloce fra le file degli indigeni per trovare il suo
amico.
Improvvisamente lo vide: era seduto in terra, non sembrava ferito,
tuttavia era sporco, stanco, annichilito.
Dopo la trattativa senza esito, gli Inglesi liberarono i soldati
italiani, che ebbero salva la vita, mentre gli Eritrei furono
lasciati nelle mani dei partigiani del Negus. Gli ascari furono
presi con violenza dagli Etiopi, fatti alzare con le baionette
puntate nelle costole.
La Delegazione italiana mosse per tornare al campo base. Sotto la
vigilanza britannica, Mario cercò di non perdere di vista Hamid,
sporgendosi dal tendone del camion che passava vicino ai
prigionieri ascari. Il ragazzo alzò lo sguardo mesto e incrociò
quello dell'amico. Lo riconobbe triste e affranto, poi,
improvvisamente, le sue labbra si schiusero, si rivolgeva
ineluttabilmente a Mario, mentre venivano fatti allineare tutti
contro il muro del caravanserraglio.
Hamid sorrise. Le raffiche delle mitraglie e moschetti etiopi
risuonarono nella silenziosa mattina di aprile con il loro rumore
stridulo di ferraglia. Hamid cadde a terra, con i suoi vent'anni,
esanime. Le urla di Mario non poterono nulla, sul camion che si
allontanava le sue lacrime erano taglienti come lame sul viso
scottato dal sole.
La sua mente corse a quella richiesta non esaudita: «Quanto vorrei
vedere finire quel film», e il dolore fu violento, nel sapere di
non avere potuto assecondare quel desiderio innocente.
L'8 aprile i Britannici sferrarono un ultimo, decisivo attacco.
Mentre le truppe inglesi entravano in città e raggiungevano le
postazioni italiane, i soldati cercavano di abbozzare l'ultima,
estrema resistenza.
Si lottava fianco a fianco, Granatieri e Alpini, Carabinieri e
Zaptié. Il sangue aveva per tutti lo stesso colore.
Mario vedeva cadere i suoi commilitoni come mosche, nascosto dietro
un muretto. Sentiva i proiettili fischiargli vicino. Riuscì a
vedere oltre la strada uno spiraglio di salvezza, un camerata gli
indicava la via di fuga per la ritirata: era arrivato l'ordine di
ripiegare.
Mario contò fino a dieci, poi si lanciò di scatto oltre il muretto,
corse il più veloce possibile, stando basso per ridurre il profilo
utile al nemico, mentre il tiro italiano copriva la sua fuga.
Ancora pochi metri, poi un dolore improvviso al fianco sinistro,
sotto l'ascella. Il fiato gli si fermò in gola, ruzzolò per terra.
Il sangue usciva dalla bocca a colpi di tosse, Mario non riusciva a
muoversi, poté solamente stendersi e voltarsi sulla schiena.
Sentiva gli spasmi della morte che lo stava raggiungendo. Sopra di
lui, il cielo era azzurro, neppure una nube. Il sole incendiava la
terra battuta della strada. Faceva caldo, ma Mario iniziava a
sentire freddo.
Nella scatola, oltre la cartolina, Francesco intravide una busta,
diversa dalle altre per il suo aspetto particolarmente formale. Era
stata aperta moltissimi anni prima, con palese delicatezza, come a
voler dilatare il tempo per non conoscerne troppo presto il
contenuto. Non era nonno Mario, a scriverla. Il mittente era
impresso a caratteri di tipografia. Come se la Storia non fosse
ancora scritta, portò le mani tremanti al lembo sgualcito e lo
sollevò.
Il brigadiere Mario Petruzzi era ancora lì, steso sulla polverosa
terra rossa, con la vista offuscata, i rumori ovattati degli ultimi
colpi sparati e le urla dei feriti che imploravano aiuto. Pensò che
aveva atteso a lungo la possibilità di combattere, pensò che era
arrivato a farlo solamente quando ormai il suo Comando aveva
abbandonato ogni speranza di vittoria, non solo: di
sopravvivenza.
Una leggera brezza spirò dal mare verso l'entroterra, lambendogli
il profilo.
Mario voltò il capo e vide correre intorno a sé uomini in divisa
cachi, coi pantaloni corti e il turbante. Era la V Divisione di
Fanteria indiana del generale Heath.
Riprese ad osservare il cielo. Quanto era bello, il cielo
d'Eritrea! Gli tornò alla mente il sorriso di Hamid. Pensò a sua
moglie Annarosa, al piccolo Filippo, di soli sei anni, che non
aveva visto nascere e che aveva incontrato solamente una volta.
Chiuse gli occhi ricolmi di lacrime, pensò a loro, credette di
abbracciarli.
Un ritaglio di giornale giaceva ingiallito fra gli oggetti
contenuti nella scatola dei ricordi. Si trattava di fatti
giudiziari legati al periodo coloniale, una notizia del 3 maggio
1950. "L'ex ufficiale De Nardis, del contingente italiano in
Eritrea, condannato per crimini di guerra sulla scorta di un
memoriale redatto dal brigadiere Mario Petruzzi, nel 1937,
determinante quanto la deposizione di uno dei carabinieri testimoni
del fatto, reduce dell'epopea della nave Eritrea". Mario non aveva
mai dimenticato, sebbene si trovasse in teatro di guerra, di
essere, prima che un militare e un soldato, un tutore della
legalità, un carabiniere.
Un alito di vento spettinò i capelli di Mario, depositando una
sottile patina di rossa terra d'Africa sul suo volto, come a
carezzarlo, come ad affermarne l'appartenenza, come a manifestare
la propria gratitudine, quella di una Nazione, di un Popolo, di una
terra.
Francesco sorreggeva con mani tremanti la lettera contenuta in una
busta dello Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, che annunciava
il triste evento alla famiglia Petruzzi.
Ancora una volta, solamente fredde parole di
circostanza.
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