|
|
Home > L'Editoria >
Il Carabiniere >
Anno 2010 >
Febbraio
>
ANNIVERSARI
Il Poeta del
pianoforte
Iniziano il 21 febbraio le celebrazioni
per il bicentenario della nascita di Fryderyk Chopin, il musicista
polacco che seppe incarnare al meglio lo spirito del
Romanticismo
Ci voleva proprio il mistero che grava fitto sulla sua data di
nascita, per conferire a Chopin un fascino "notturno" pari a quello
delle sue composizioni, per avvolgere il suo nome in un alone di
romantica indefinitezza. Un musicista dal profilo fin troppo
comune, si direbbe, questo figlio di un oriundo francese,
professore di lettere al Liceo di Varsavia, e di un'istitutrice
polacca. Un ragazzo educato secondo le possibilità di una famiglia
modesta, che riuscì a frequentare la Scuola di Musica di Varsavia
grazie agli sforzi fatti dai genitori per elevare la propria
condizione sociale - non proveniva da una delle culture dominanti
del momento, Chopin, non era figlio o nipote di musicisti, né
godette della protezione di uomini illustri, secondo il cliché più
consolidato del musicista di professione -, che grazie a loro poté
seguire le lezioni di pianoforte del ceco Wojciech Zywny, e che non
fu nemmeno un enfant prodige del livello di Mozart. Al massimo un
musicista precoce, ché se è vero che a sette anni aveva già suonato
in pubblico la sua prima Polacca suscitando l'interesse della buona
società di Varsavia, e se a 17, quando frequentava il terzo anno
del Liceo cittadino, fu salutato da un insegnante del calibro di
Jozef Elsner come un «genio della musica», è anche vero che, per un
figlio dell'Ottocento, saper comporre musica a quell'età era
tutt'altro che straordinario.
Ed ecco allora che a stendere un manto di eccezione sulla figura di
un artista che di non comune ebbe solo la propria capacità di far
risuonare nelle partiture tutta la gamma delle passioni e dei
sentimenti umani, ci hanno pensato i biografi, imbastendo una
puntigliosa diatriba sulla sua data di nascita.
22 febbraio 1810. Questo il giorno indicato dal certificato di
battesimo di Fridericum Franciscum, datato il 23 aprile dello
stesso anno. 1° marzo 1810, attestano invece le lettere scritte da
Chopin ai suoi familiari, dalle quali si evince come fosse quella
la data in cui egli festeggiava, nell'intimità, il suo compleanno.
A complicare ulteriormente la faccenda, poi, si è aggiunto Julian
Fontana, amico prediletto di Chopin nonché suo primo biografo, che
divulgò un'altra data ancora: quella del 1° marzo 1809. Un giorno
prima rispetto a quel 2 marzo 1809 che invece è stato inciso sul
monumento funebre dedicato al musicista e inaugurato a Varsavia nel
1880.
Circonfuse da un alone di dubbio sono anche le origini di Chopin,
contese da almeno tre nazioni: la natale Polonia, naturalmente, ma
anche la Francia da cui proveniva il padre e in cui uno Chopin
maturo avrebbe raccolto i suoi massimi successi e conosciuto il più
grande amore della sua vita in una scrittrice che amava firmarsi
con lo pseudònimo maschile di George Sand, e persino la Germania,
della quale, secondo autorevoli studiosi, sarebbero stati originari
i suoi avi da parte di padre.
E non c'è dubbio che molteplice fu sempre, almeno dal punto di
vista musicale, l'anima dell'autore dei Notturni, che fu Fryderyk
Franciszek a Varsavia e Frédéric François a Parigi, che scrisse
danze popolari che affondavano le loro radici nel "dialetto"
musicale polacco ma anche valzer capaci di far volare alta la più
autentica tradizione austro-ungarica, che faceva "cantare" le sue
melodie con lo stesso virtuosismo di un tenore belliniano,
componeva Preludi che annunciavano solo se stessi e Notturni che se
da una parte sembravano tradurre la prosopopea beethoveniana nel
linguaggio più intimo e raccolto del salotto borghese, vera cassa
di risonanza dell'arte chopiniana, dall'altra anticipavano già di
lontano le aeree "impressioni" di Debussy, le ritmiche ossessioni
di Ravel.
"Cannoni sepolti dai fiori", definì Robert Schumann le composizioni
di Chopin in uno dei tanti, entusiastici articoli pubblicati sulle
pagine della Neue Zeitschrift für Musik, vera e propria Bibbia
della critica musicale ottocentesca. E non stupisce che fosse
proprio il maestro del Davidsbündler, il musicista che aveva
cercato di riprodurre l'infinito nei suoi pentagrammi, che aspirava
a tradurre in temi e controtemi quell'anelito romantico che faceva
sospirare d'inadeguatezza tutti gli adepti del nuovo verbo
romantico, uno dei più convinti sostenitori di Chopin: "Signori,
giù il cappello: un genio!", aveva scritto a proposito delle
Variazioni Op. 2 su un tema del Don Giovanni, facendo confondere
d'imbarazzo lo stesso Chopin. Mentre Schumann, infatti, per
raggiungere il suo scopo aveva sentito il bisogno di ricorrere alla
letteratura e alla "didascalia", scrivendo Lieder, poemi sinfonici
e pezzi per pianoforte che trovavano la propria giustificazione
estetica nel loro essere il ritratto musicale di contadini allegri
e cavalieri selvaggi, luminose giornate di maggio o violenti
temporali estivi, Chopin aveva saputo emanciparsi da tutto questo,
componendo musica "assoluta", autonoma da ogni espressività che non
fosse quella ottenibile con sette simboli neri e con tutte le loro
possibili, pressoché infinite combinazioni.
Glieli aveva insegnati il ceco Zwyny, i segreti della
"modulazione", ossia di quella possibilità che la musica offre al
suo cultore di rivelarsi duttile come cera sotto le sue mani, di
offrire un tracciato sempre variabile grazie alla magia di una nota
naturale che si fa bemolle, di un tempo rigorosamente scandito
dalle oscillazioni del metronomo che si trasforma in un "rubato"
nel quale non conta più solo quello che è indicato sul pentagramma,
ma la sensibilità dell'esecutore che infonde vita alla partitura,
rendendola sempre uguale e sempre diversa. E sugli insegnamenti del
suo primo maestro si sarebbero innestati poi gli esempi di Paganini
e Bellini, Liszt e Berlioz, portando uno Chopin ormai adulto a
sperimentare tutte le possibilità aperte dalla sua formazione
interculturale, conquistando i salotti di Parigi con le sue musiche
ora colme di gioia ora cariche di tristezza, dense ora di un
nazionalismo sentimentale e devoto, ora di una rassegnata
autocommiserazione per un destino che non era stato certo generoso,
con lui come con la sua patria tormentata soggetta al giogo
dell'impero russo, divenuto ancora più opprimente dopo il
fallimento della Rivoluzione di Novembre.
Aveva raggiunto il successo ancora in vita, il musicista che faceva
impazzire il bel mondo europeo, con dalla sua la critica più
influente, ma aveva mancato l'appuntamento più importante, quello
con l'amore, infatuandosi prima di una contessa, Maria Wodzinska,
che non volle saperne di sposarlo per via di una condizione sociale
inferiore alla propria, e poi della tempestosa George Sand, cui
pure fu unito da un "amore compiuto", come la Sand stessa lo
definì, ma che aveva un carattere troppo diverso dal suo, forse
troppo appassionato e inquieto per rimanergli accanto fino alla
fine della sua giovane vita, minata dalla tubercolosi e consacrata
alla musica.
E quelle traversie, quei tormenti esistenziali di cui rende conto,
tra gli altri, l'interessante libro appena pubblicato da Piero
Rattalino, Chopin racconta Chopin (Laterza), nel quale è il
musicista stesso a narrare la sua vita, ricostruita dall'autore
attraverso le lettere di lui, Chopin le tradusse in un'arte spesso
umbratile e malinconica, ma anche pervasa da un'energia e da una
vitalità che tanto fanno pensare a quella poesia leopardiana cui
non a caso è stata più volte associata. Ma non è al Leopardi
prostrato e sconfitto dal crollo delle sue illusioni, quello del
Sabato del villaggio o dell'affranta A Silvia, che si può
paragonare Chopin, quanto piuttosto a quello, ribelle e combattivo,
della Ginestra. Un pessimismo non dolente ripiego su se stesso e su
quella cosmica infelicità di cui ogni essere umano è partecipe per
il solo fatto di essere venuto al mondo, ma eroica ribellione
contro un destino ingiusto.
Ecco perché il vero Chopin non è quel musicista "debole e
malaticcio", lezioso e svenevole che una certa tradizione ci ha
voluto tramandare, autore di stucchevoli composizioni per
signorine, ma il musicista epico e drammatico che nelle Sonate,
nelle Polacche o nelle Ballate sa unire il rigore formale alla
libertà emotiva, la ricerca timbrica a quella melodica, esplorando
tutte le possibilità "sinfoniche" del pianoforte - non fu forse il
direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler ad ammettere di invidiare
Chopin ai pianisti? - e anticipando persino il cromatismo pittorico
di Wagner. È lo Chopin del finale della quarta Ballata, in cui si
realizza la perfetta fusione tra il registro intimistico e quello
titanico della sua espressione musicale, dello Scherzo n. 2 in Si
minore, con la sua sconcertante varietà di stili, o del quarto
tempo della Sonata n. 2 in Si bemolle minore (la cosiddetta Marcia
funebre), con il suo ardito, modernissimo sperimentalismo. È lo
Chopin che interpreti come Arthur Rubinstein o Alfred Cortot hanno
saputo rendere al meglio sulla tastiera, e quello di cui parla
Massimo Mila in uno dei più interessanti passaggi della sua Breve
storia della musica, là dove scrive, riprendendo il paragone con
Leopardi, che: "Opere come le ultime Mazurke, gli ultimi Preludi,
suggeriscono l'impressione che Chopin andasse evolvendo verso
un'arte più complessa (…). Non diversamente Leopardi terminò la sua
produzione poetica nella Ginestra, schiudendo - con quel suo
inedito senso di solidarietà umana contro la cieca natura - una
finestra sopra un mondo nuovo, più virile, forse, dell'antico,
comunque capace di padroneggiare e superare il dolore".
Il dolore, alla fine, parve vincere sul potere salvifico dell'arte,
ponendo fine alla breve vita di Chopin a Parigi, il 17 ottobre del
1849. Ma l'ultima parola l'avrebbe avuta la capacità ch'egli aveva
mostrato di tradurre la sofferenza in suono, il dramma in poesia
pura. E mentre le due città della sua vita (la breve parentesi
inglese, poco prima della morte, non aveva fatto che intristirne
l'animo e fiaccarne il fisico) se ne divisero le spoglie - il suo
corpo riposa a Parigi, a Père Lachaise, a Varsavia il suo cuore,
nella chiesa di Santa Croce - le sue note sarebbero rimaste immuni
da ogni inutile sciovinismo, divenendo cittadine del
mondo. |
Maria Mataluno
|
|
|