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STORIA
La vita a Corte del primo
Re
Figlia di un tamburino dei Granatieri
di Sardegna, la Vercellana fu per oltre trent'anni la compagna
fedele di Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia. Avversata dagli
aristocratici che frequentavano la Corte, svolse con decoro e
sobrietà il suo ruolo, che fu poi ufficializzato con le nozze
morganatiche
Una vita da regina, ma senza la
corona in testa. Una vita da moglie, ma senza i diritti che di
norma competono a una moglie e (soprattutto) ai figli. Ma -
nonostante i limiti imposti dalle circostanze - Rosa Vercellana non
se la passò male, considerando soprattutto il suo punto di partenza
in un'epoca nella quale le divisioni di classe dettavano le regole
della vita sociale. Come concubina prima e come sposa dopo, la
Bella Rosina dovette sempre fare i conti con qualche pregiudizio.
Niccolò Tommaseo, testimone del tempo, raccontò (nella Cronichetta)
che «quando, per andare ai colloqui del re, si doveva passare dalle
stanze dove co' figliuoli si trovava la troppo nota Vercellese, il
Ricasoli, il Cavour, il Rattazzi tenevano diversa maniera: il
barone, senza salutare, passava alla larga, quasi scappando; il
conte faceva un inchino senza parola, e andava oltre; l'avvocato
faceva sosta per accarezzare i bambini». Al di là delle simpatie
personali, è evidente che gli aristocratici mal sopportavano la
presenza di quella popolana, figlia di un tamburo maggiore dei
Granatieri di Sardegna, che aveva catturato il cuore di Vittorio
Emanuele II. Una ragazza che, quando conobbe il principe
ereditario, era analfabeta, non conosceva le regole della buona
società, parlava solo in dialetto; aveva «un tratto alla mano, un
tanto di rustico, nessuna posa e un carattere giocondo»,
caratteristiche fondamentali per piacere a Vittorio Emanuele, il
quale ne sottolineava i pregi, dicendo: «Almeno dalla Rosina si può
desinare in maniche di camicia». Vittorio Emanuele aveva gusti
popolari (persino campagnoli) sia nelle preferenze femminili che a
tavola, dove amava i cibi semplici (in particolare i tajarin delle
Langhe, una pasta fresca, lunga e sottile, ricchissima di uova,
condita con ragù di frattaglie), pur apprezzando le ricette
sofisticatissime dello chef di Corte, Antonio Vailardi.
I Savoia si trattavano bene, dal punto di vista gastronomico, e la
Vercellana non soffrì certo a riguardo, a giudicare dalle forme che
mostrava nei dagherrotipi del tempo. Fu, probabilmente, intimidita
dall'atmosfera che si respirava nei Palazzi reali, che era cupa e
plumbea. Gli arredi erano solenni e polverosi: saloni e corridoi
grondavano di ritratti di antenati accigliati, di arazzi che
rievocavano le loro gesta eroiche, di panoplie di armi antiche.
Peggio ancora erano le abitudini di Corte, l'etichetta inflessibile
che regolava ogni attimo della giornata. Persino il re era
prigioniero degli austeri e spocchiosi maestri del cerimoniale.
Vittorio Emanuele (a differenza del padre, Carlo Alberto) non amava
affatto le cerimonie e i cerimonieri, e si dette subito da fare,
non appena salì al trono, per ridurre la quantità delle prime e
l'importanza dei secondi. Soppresse i ciambellani, le dame d'onore
e i paggi, dimostrando la sua personale avversione alle forme
esasperate di galateo.
La Rosina era al corrente della vita di Corte prima ancora di
entrare nelle grazie di Vittorio: il padre di lei - quando i due si
conobbero - comandava il presidio della tenuta di caccia di
Racconigi, che il principe frequentava assiduamente per dedicarsi
alla sua passione venatoria. Negli anni successivi - e soprattutto
dopo la morte di Maria Adelaide, la moglie (ovvero, la prima
moglie) di Vittorio Emanuele - la Vercellana ebbe l'opportunità di
frequentare tutte le residenze reali: la Reggia di Torino, le
residenze di Stupinigi e della Venaria Reale, con la dépendance de
La Mandria, dove lei abitò per un lungo periodo; e poi Palazzo
Pitti, a Firenze (dove fu fissata la capitale del Regno a partire
dal 1865) e, infine, il Quirinale, dal 1871. Ma -
contemporaneamente - si moltiplicarono le residenze destinate
direttamente a lei. Moncalieri, Fontanafredda e Sommariva in
Piemonte; la Pietraia a Firenze; un'ala della Villa Ludovisi e poi
la Villa Mirafiori a Roma. Una vita da regina, appunto, che la
ricompensò ampiamente della condizione di semiclandestinità che
dovette subire prima del matrimonio morganatico (che escluse i due
figli della coppia, Vittoria ed Emanuele Alberto, dalla successione
alla corona) celebrato nel 1869, ventidue anni dopo l'inizio della
relazione con l'allora principe ereditario. Nominata, in occasione
delle nozze, contessa di Mirafiori e Fontanafredda, la Bela Rosin
si mantenne in una posizione discreta che non le impedì, tuttavia,
di ospitare nel suo salotto ministri in carica e personalità di
spicco. Pochi, invece, furono gli aristocratici: la nobiltà nera
chiuse i cancelli e i portoni delle proprie residenze principesche,
in segno di lutto per l'offesa arrecata al pontefice e in aperta
polemica con la monarchia sabauda, che aveva conquistato Roma con
le armi in pugno.
La prima casa che Rosa considerò veramente sua fu la Villa
Mirafiori (sulla via Nomentana, accanto a Villa Torlonia), fatta
costruire apposta per lei. I lavori per la realizzazione
dell'edificio erano stati avviati subito dopo il trasferimento
della capitale a Roma. La progettazione dei giardini fu affidata al
giardiniere di casa Savoia, Emilio Richter, che curò ogni dettaglio
per rendere gradevole l'ambiente e ricchissima la cornice della
villa costruita nello stile neorinascimentale allora in voga
(soppiantato negli anni successivi dalla cosiddetta architettura
umbertina, che riprendeva lo stile in voga a Torino). La facciata
principale, con loggia a terrazza, ha tre grandi aperture ad arco
su colonne, decorate da bellissime vetrate a raffinate decorazioni
floreali. Dal vestibolo prende forma la scala, anticipata da due
colonne. I pavimenti sono a mosaico e graniglie di marmi. Il
palazzo fu decorato con abbondanza di stucchi (dei quali
sopravvivono alcuni esempi nello spazio d'ingresso), vetrate,
camini in marmo pregiato, affreschi con soggetti naturali. Nel
Salone dei Pappagalli sono rappresentati anche altri animali
esotici che adornano il soffitto. Altre sale recano decorazioni a
tempera in stile: oggi utilizzate quali aule universitarie, da
quando la Villa è divenuta sede della Facoltà di Lettere e
Filosofia dell'Università La Sapienza. Il parco è circondato da
alberi secolari quali pini marittimi, palme, cedri del Libano,
sequoie, un bel canneto di bambù.
A Villa Mirafiori la Vercellana confermò le sue qualità migliori:
svolgeva in modo impeccabile il ruolo di moglie del re, con
semplicità ma anche con assoluto decoro. In presenza di ospiti,
dedicava grande attenzione alla scelta degli abiti da indossare, e
trascorreva parecchio tempo davanti allo specchio per truccarsi.
Provvedeva personalmente al ménage domestico. Curava il menu
quotidiano, badando alle preferenze di sua maestà: i tajarin, il
ministrone di fagioli, il pollo all'aglio, le lumache, il filetto
al pepe. E la cacciagione, che non mancava quasi mai in tavola.
Capitava spesso che la selvaggina fosse quella cacciata da Sua
Maestà (e anche da lei, che era un'eccellente cavallerizza e -
quando poteva - partecipava personalmente alle battute).
Vittorio Emanuele le rimase sempre affezionatissimo, e fece di
tutto per convincere i figli di primo letto a giudicarla con
simpatia. Nel 1864 scrisse una lettera alla figlia Clotilde (andata
in sposa, per ragioni dinastiche, a un cugino dell'imperatore
Napoleone III) nella quale giurava di non aver amato «in questo
mondo che la tua santissima madre e poi questa, a cui un terribile
destino e un grande amore da ambo le parti mi unì; cercai, cercammo
da principio tutti e due varie volte di separarci, ma circostanze
strane ci riunivano sempre malgrado noi». Aggiungeva: «Quando tu
sposasti il principe, credetti mio dovere prevenirlo, ma già esso
sapeva tutto, anzi dissi a lui che la considerasse mia moglie,
perché se non l'era ancora, lo sarebbe un giorno, avendole io data
la parola, prima della guerra del '59, di non sposarne altra». E
confessava: «Ora bisogna che io ti dica una cosa che ti parrà
strana, ma pure è così: la Rosa, spinta da un sentimento di alta
delicatezza, mai mi parlò di matrimonio, temendo di far cosa
contraria all'onor suo spingendomi a ciò e tutte le volte che io ne
parlai, mi disse di temere di far dispiacere ai miei figli,
preferire la morte a quello che si potesse dire un giorno, che essa
fu quella che mi spinse a un passo falso». Il ritratto di una
coppia borghese, legata da un affetto assolutamente sincero. I
biografi raccontano che la sera, quando non avevano ospiti in casa,
lui raccontava a lei gli affari di Stato dei quali s'era occupato
nel corso della giornata; e lei lo metteva al corrente
dell'andamento degli studi dei figli, delle gioie e delle
preoccupazioni che le procuravano. Fossero vissuti ai giorni
d'oggi, avrebbero guardato insieme la televisione, e si sarebbero
appisolati sul divano del salotto mentre andava in onda l'ennesima
puntata di uno sceneggiato televisivo. I figli avrebbero voluto che
lei fosse sepolta nel Pantheon, accanto al marito. La ragion di
Stato lo impedì. E allora fecero costruire per lei un mausoleo: una
copia in sedicesimo del tempio romano che ospita le spoglie del
primo re d'Italia. |
Benedetto Testa
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