CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2010 > Gennaio > STORIA

Donne nella storia. La Bella Rosina

Proseguono gli incontri immaginari con le protagoniste femminili che, per la loro eccezionale personalità, hanno lasciato un segno nei secoli. Questo mese è la volta della Bella Rosina

Fu davvero la sua, con Vittorio Emanuele II, la più romantica love story dell'Ottocento?
«Lo fu, non solo per me, ma anche per Bigio, come nell'intimità chiamavo il sovrano».
Il re, allora duca e aspirante alla successione di Carlo Alberto, aveva parecchi anni più di lei.
«Quattordici. Io tredici, lui ventisette».
Il vostro primo incontro?
«Nel 1847 a Racconigi, il paese dove vivevo con i miei genitori, a pochi chilometri da Torino».
Chi vi presentò?
«Uno degli aiutanti di campo di Vittorio».
Lei a che famiglia apparteneva?
«A una famiglia semplice. Mia madre era una donna di casa; mio padre guardia del corpo di Carlo Alberto».
Fu un amore a prima vista?
«Da parte mia, certamente. E, credo, anche da parte di Vittorio».
Lei, com'era?
«Bella, prosperosa, piena di vita».
E lui?
«Un vero macho. S'imponeva per il vigore e l'esuberanza, la semplicità e l'affabilità. A vederlo non lo avresti detto figlio di un sovrano così schivo, ascetico, senza slanci e senza palpiti».
Perché Vittorio posò gli occhi su di lei?
«Li posava su tutte e le corteggiava. Era un libertino sfrenato e, da buon libertino, aveva un debole per le lolite, meglio se rigogliose e ruspanti. Con me fu un'altra cosa. Gli ispirai non solo passione erotica, ma anche un'irresistibile attrazione sentimentale. C'innamorammo subito, e nello stesso tempo. Certo il mio aspetto esteriore di maggiorata influenzò la sua scelta».
Lei che studi aveva fatto?
«Ai miei tempi, le ragazze, specialmente se di campagna, non studiavano. L'istruzione era riservata a un'élite borghese e benestante. Del resto, neanche Bigio era un pozzo di scienza. Al contrario. I soli libri che gli vidi in mano in tanti decenni di relazione e di convivenza erano manuali militari. Aveva la guerra nel sangue e un debole per le divise».
Quando cominciò la vostra tresca Vittorio era sposato?
«Sì, con Maria Adelaide, arciduchessa asburgica, e sua cugina prima».
Sapeva?
«Non lo escludo. Ma ai tradimenti del marito era ormai avvezza. Dentro di sé sicuramente ne soffriva, ma non mi risulta che gli abbia mai fatto scenate di gelosia. Non era il tipo. Lui faceva il galletto con tutte, e la sua posizione gli rendeva tutto più facile».
È vero che non andava troppo per il sottile?
«Oltre che per le lolite, aveva un debole per le cameriste, come si chiamavano allora le colf, e per le contadinotte piene e rubizze, meglio ancora se allergiche alle abluzioni».
Lei diventò presto la favorita, l'amante in carica. Prima di lei ce n'erano state altre?
«Sì, un'attrice di una certa fama, Laura Bon, che gli diede una figlia».
Quando ruppe con Laura?
«Quando conobbe me. La Bon era un fior di donna, ma con un carattere impossibile. E Bigio non sopportava le sue sfuriate, le sue rimostranze, le sue pretese».
Lei, Rosina, dove viveva?
«Per un breve periodo vissi a Torino. Poi, mi trasferii in una grande villa a Moncalieri, a un tiro di scoppio dalla capitale sabauda».
Con che frequenza vi vedevate?
«Quando Maria Adelaide era ancora viva, spossata da sette gravidanze, Bigio veniva da me nei momenti liberi. Poi, rimasto vedovo, ci si cominciò a incontrare con quotidiana frequenza».
Anche lei gli diede dei figli?
«Sì, due, che lui amava più di quelli legittimi. E non lo nascondeva».
Come li chiamaste?
«Vittoria e Alberto. Purtroppo Bigio non poté, come avrebbe voluto, riconoscerli, ma non gli fece mancare nulla e si comportò sempre con loro come il più premuroso e affettuoso dei padri».
I torinesi erano al corrente della vostra relazione?
«E come avrebbero potuto non esserlo? La capitale piemontese era piena di chiese e di caserme, ma anche di pettegolezzi. Poi il boccone era troppo ghiotto perché tutti non ne godessero».
E non fece scandalo?
«Il popolino ne era orgoglioso: una sua figlia diventata la favorita del sovrano. La piccola borghesia era incuriosita, ma giudicava senza malanimo».
Mentre l'aristocrazia?
«Non tollerava che il figlio di Carlo Alberto, monarca algido e irreprensibile, che indossava il cilicio, avesse ed ostentasse la propria amante. E non un'amante di rango. No: una contadina, figlia di un piccolo ufficiale dell'esercito».
E il Governo?
«Contrarissimo».
E il Primo Ministro Cavour?
«Il più ostile, pur non essendo uno stinco di santo. Era anche lui un donnaiolo, ma sceglieva sempre dame altolocate. In amore, e nell'alcova, era uno snob».
Il Conte fece qualche mossa contro di lei?
«Eccome. E non glielo perdonerò mai».
Cosa fece?
«Ordinò un'inchiesta, dalla quale risultò una mia tresca con un gioielliere. Insieme avremmo fatto "gozzoviglie"».
Lei, ovviamente, smentì.
«La mia risposta sconcertò tutti e a tutti chiuse la bocca».
Cosa disse?
«Dissi che "tanta era la foga e la frequenza degli abbracciamenti" di Vittorio, che mi sfiniva. Anche se avessi voluto, dove avrei trovato le energie per tradirlo con un altro, sia pure gioielliere?».
Come la prese Cavour?
«Basito dalla mia affermazione, tacque. Ma un'altra delusione al Primo Ministro la diedero le risultanze dell'inchiesta che Bigio in persona aveva affidato a Urbano Rattazzi».
Che cosa appurò?
«Che erano tutte balle».
E il gioielliere?
«Gozzovigliava, sì, ma con un'altra».
Quando Vittorio restò vedovo, lei ne divenne di fatto la moglie.
«Il nostro rapporto diventò molto più facile, i nostri incontri sempre più frequenti. Io me ne stavo con i figli in una delle tante tenute e Bigio, re quando nel 1849 Carlo Alberto abdicò, passava le giornate a corte a svolgere le mansioni di sovrano. Poi mi raggiungeva ed eravamo una famiglia felice».
A questo punto, l'aristocrazia le aprì le porte?
«Se ne guardò bene. Diciamo che mi sopportava perché ero, di fatto, la compagna di Vittorio, ma il mio giro era un altro».
Quale?
«Quello dei miei parenti e dei miei amici».
Questi, chi erano?
«Anche ministri, specialmente di sinistra, ufficiali di alto grado, professionisti di rango, alti burocrati».
Come passava la giornata?
«Mi occupavo della casa, dei figli, avevamo spesso ospiti e io stessa presiedevo alla preparazione dei pranzi e delle cene. Ho sempre avuto un debole, come del resto Bigio, per la buona tavola. La mia era sempre imbandita e non le dico che leccornie passava il "convento"».
Nel 1870 la capitale si trasferì da Torino a Firenze.
«E mi trasferii anch'io, in una bellissima villa a una decina di chilometri dal centro. Nella Città del Giglio non mi trovai male, ma stavo meglio a Torino».
E quando la corte traslocò a Roma, la nuova capitale d'Italia, dopo la presa di Porta Pia?
«Andai anch'io nell'Urbe, ospite di Villa Mirafiori, sulla via Nomentana».
Lei era già moglie morganatica.
«Ha fatto bene a ricordarmelo».
Come andò?
«Eravamo a San Rossore (nel 1869), Bigio stava malissimo e, in punto di morte, mi sposò con rito religioso».
Ma non morì.
«No. Miracolosamente si riprese. Grazie ad alcuni bicchieri di Porto».
Terapia un po' eccentrica.
«Evidentemente, nel caso di Vittorio, efficace».
Come finì la vostra storia d'amore?
«Solo la morte poteva separarci».
Chi ghermì per primo?
«Bigio, nel 1878. Aveva solo cinquantotto anni. Spirò a Roma, al Quirinale».
E lei, quando si congedò dal mondo?
«Sette anni dopo».
Dove?
«A Pisa, ospite di mia figlia Vittoria».
Roberto Gervaso