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STORIA
Donne nella storia. La Bella
Rosina
Proseguono gli incontri immaginari con
le protagoniste femminili che, per la loro eccezionale personalità,
hanno lasciato un segno nei secoli. Questo mese è la volta della
Bella Rosina
Fu davvero la sua, con Vittorio Emanuele II, la più romantica love
story dell'Ottocento?
«Lo fu, non solo per me, ma anche per Bigio, come nell'intimità
chiamavo il sovrano».
Il re, allora duca e aspirante alla successione di Carlo Alberto,
aveva parecchi anni più di lei.
«Quattordici. Io tredici, lui ventisette».
Il vostro primo incontro?
«Nel 1847 a Racconigi, il paese dove vivevo con i miei genitori, a
pochi chilometri da Torino».
Chi vi presentò?
«Uno degli aiutanti di campo di Vittorio».
Lei a che famiglia apparteneva?
«A una famiglia semplice. Mia madre era una donna di casa; mio
padre guardia del corpo di Carlo Alberto».
Fu un amore a prima vista?
«Da parte mia, certamente. E, credo, anche da parte di
Vittorio».
Lei, com'era?
«Bella, prosperosa, piena di vita».
E lui?
«Un vero macho. S'imponeva per il vigore e l'esuberanza, la
semplicità e l'affabilità. A vederlo non lo avresti detto figlio di
un sovrano così schivo, ascetico, senza slanci e senza
palpiti».
Perché Vittorio posò gli occhi su di lei?
«Li posava su tutte e le corteggiava. Era un libertino sfrenato e,
da buon libertino, aveva un debole per le lolite, meglio se
rigogliose e ruspanti. Con me fu un'altra cosa. Gli ispirai non
solo passione erotica, ma anche un'irresistibile attrazione
sentimentale. C'innamorammo subito, e nello stesso tempo. Certo il
mio aspetto esteriore di maggiorata influenzò la sua scelta».
Lei che studi aveva fatto?
«Ai miei tempi, le ragazze, specialmente se di campagna, non
studiavano. L'istruzione era riservata a un'élite borghese e
benestante. Del resto, neanche Bigio era un pozzo di scienza. Al
contrario. I soli libri che gli vidi in mano in tanti decenni di
relazione e di convivenza erano manuali militari. Aveva la guerra
nel sangue e un debole per le divise».
Quando cominciò la vostra tresca Vittorio era sposato?
«Sì, con Maria Adelaide, arciduchessa asburgica, e sua cugina
prima».
Sapeva?
«Non lo escludo. Ma ai tradimenti del marito era ormai avvezza.
Dentro di sé sicuramente ne soffriva, ma non mi risulta che gli
abbia mai fatto scenate di gelosia. Non era il tipo. Lui faceva il
galletto con tutte, e la sua posizione gli rendeva tutto più
facile».
È vero che non andava troppo per il sottile?
«Oltre che per le lolite, aveva un debole per le cameriste, come si
chiamavano allora le colf, e per le contadinotte piene e rubizze,
meglio ancora se allergiche alle abluzioni».
Lei diventò presto la favorita, l'amante in carica. Prima di lei ce
n'erano state altre?
«Sì, un'attrice di una certa fama, Laura Bon, che gli diede una
figlia».
Quando ruppe con Laura?
«Quando conobbe me. La Bon era un fior di donna, ma con un
carattere impossibile. E Bigio non sopportava le sue sfuriate, le
sue rimostranze, le sue pretese».
Lei, Rosina, dove viveva?
«Per un breve periodo vissi a Torino. Poi, mi trasferii in una
grande villa a Moncalieri, a un tiro di scoppio dalla capitale
sabauda».
Con che frequenza vi vedevate?
«Quando Maria Adelaide era ancora viva, spossata da sette
gravidanze, Bigio veniva da me nei momenti liberi. Poi, rimasto
vedovo, ci si cominciò a incontrare con quotidiana
frequenza».
Anche lei gli diede dei figli?
«Sì, due, che lui amava più di quelli legittimi. E non lo
nascondeva».
Come li chiamaste?
«Vittoria e Alberto. Purtroppo Bigio non poté, come avrebbe voluto,
riconoscerli, ma non gli fece mancare nulla e si comportò sempre
con loro come il più premuroso e affettuoso dei padri».
I torinesi erano al corrente della vostra relazione?
«E come avrebbero potuto non esserlo? La capitale piemontese era
piena di chiese e di caserme, ma anche di pettegolezzi. Poi il
boccone era troppo ghiotto perché tutti non ne godessero».
E non fece scandalo?
«Il popolino ne era orgoglioso: una sua figlia diventata la
favorita del sovrano. La piccola borghesia era incuriosita, ma
giudicava senza malanimo».
Mentre l'aristocrazia?
«Non tollerava che il figlio di Carlo Alberto, monarca algido e
irreprensibile, che indossava il cilicio, avesse ed ostentasse la
propria amante. E non un'amante di rango. No: una contadina, figlia
di un piccolo ufficiale dell'esercito».
E il Governo?
«Contrarissimo».
E il Primo Ministro Cavour?
«Il più ostile, pur non essendo uno stinco di santo. Era anche lui
un donnaiolo, ma sceglieva sempre dame altolocate. In amore, e
nell'alcova, era uno snob».
Il Conte fece qualche mossa contro di lei?
«Eccome. E non glielo perdonerò mai».
Cosa fece?
«Ordinò un'inchiesta, dalla quale risultò una mia tresca con un
gioielliere. Insieme avremmo fatto "gozzoviglie"».
Lei, ovviamente, smentì.
«La mia risposta sconcertò tutti e a tutti chiuse la bocca».
Cosa disse?
«Dissi che "tanta era la foga e la frequenza degli abbracciamenti"
di Vittorio, che mi sfiniva. Anche se avessi voluto, dove avrei
trovato le energie per tradirlo con un altro, sia pure
gioielliere?».
Come la prese Cavour?
«Basito dalla mia affermazione, tacque. Ma un'altra delusione al
Primo Ministro la diedero le risultanze dell'inchiesta che Bigio in
persona aveva affidato a Urbano Rattazzi».
Che cosa appurò?
«Che erano tutte balle».
E il gioielliere?
«Gozzovigliava, sì, ma con un'altra».
Quando Vittorio restò vedovo, lei ne divenne di fatto la
moglie.
«Il nostro rapporto diventò molto più facile, i nostri incontri
sempre più frequenti. Io me ne stavo con i figli in una delle tante
tenute e Bigio, re quando nel 1849 Carlo Alberto abdicò, passava le
giornate a corte a svolgere le mansioni di sovrano. Poi mi
raggiungeva ed eravamo una famiglia felice».
A questo punto, l'aristocrazia le aprì le porte?
«Se ne guardò bene. Diciamo che mi sopportava perché ero, di fatto,
la compagna di Vittorio, ma il mio giro era un altro».
Quale?
«Quello dei miei parenti e dei miei amici».
Questi, chi erano?
«Anche ministri, specialmente di sinistra, ufficiali di alto grado,
professionisti di rango, alti burocrati».
Come passava la giornata?
«Mi occupavo della casa, dei figli, avevamo spesso ospiti e io
stessa presiedevo alla preparazione dei pranzi e delle cene. Ho
sempre avuto un debole, come del resto Bigio, per la buona tavola.
La mia era sempre imbandita e non le dico che leccornie passava il
"convento"».
Nel 1870 la capitale si trasferì da Torino a Firenze.
«E mi trasferii anch'io, in una bellissima villa a una decina di
chilometri dal centro. Nella Città del Giglio non mi trovai male,
ma stavo meglio a Torino».
E quando la corte traslocò a Roma, la nuova capitale d'Italia, dopo
la presa di Porta Pia?
«Andai anch'io nell'Urbe, ospite di Villa Mirafiori, sulla via
Nomentana».
Lei era già moglie morganatica.
«Ha fatto bene a ricordarmelo».
Come andò?
«Eravamo a San Rossore (nel 1869), Bigio stava malissimo e, in
punto di morte, mi sposò con rito religioso».
Ma non morì.
«No. Miracolosamente si riprese. Grazie ad alcuni bicchieri di
Porto».
Terapia un po' eccentrica.
«Evidentemente, nel caso di Vittorio, efficace».
Come finì la vostra storia d'amore?
«Solo la morte poteva separarci».
Chi ghermì per primo?
«Bigio, nel 1878. Aveva solo cinquantotto anni. Spirò a Roma, al
Quirinale».
E lei, quando si congedò dal mondo?
«Sette anni dopo».
Dove?
«A Pisa, ospite di mia figlia
Vittoria». |
Roberto Gervaso
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