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Vino prodotto con le stesse uve che coltivavano gli antichi romani
farà da testimonial dell'Italia nelle ambasciate ospiti del nostro
Paese. Vigneti cresciuti all'interno degli scavi di Pompei, con le
stesse varietà per cui si optava più di duemila anni fa, saranno
impiegati per ottenere vini quali l'aglianico, lo sciascinoso e il
piedirosso. E ancora: prodotti tipici realizzati ricreando
coltivazioni che fiorivano nella città vesuviana e nel circondario
prima dell'eruzione devastante del 69 d.C. Sono solo alcune tra le
iniziative che legano gli scavi di Pompei ad esperimenti per
riprodurre l'agricoltura e i sapori dei nostri antenati. Un modo
per promuovere la biodiversità e impiegare i circa 66 ettari
dell'area archeologica, 44 dei quali sono occupati da rovine,
mentre il restante è terreno coltivabile.
Discipline come l'archeoagricoltura e l'archeoculinaria sono
impiegate per individuare, nella miriade di reperti organici
ritrovati, le tracce di prodotti e sapori dell'epoca. Semi,
pollini, frammenti vegetali e residui di cibi, conservati per
millenni sotto la lava, vengono così analizzati oggi dal
Laboratorio di Ricerche Applicate della Soprintendenza di Pompei.
Analisi scientifiche che, con l'aiuto di fonti letterarie e
archeologiche, permettono di conoscere la quotidianità dei romani,
almeno a tavola...
IL KETCHUP DELL'ANTICHITÀ. Una cucina molto diversa dalla nostra,
quella dei latini, sulla quale troneggiavano un gusto sapido e un
odore intenso di mare: quello del garum, una salsa di pesce così
onnipresente nei piatti dell'epoca che nessun autore antico si è
preoccupato di descriverne il sapore. Potremmo dire che il garum
fosse il ketchup dell'antichità, tanto era diffusa la sua aggiunta
in ogni pietanza. La ricetta ci è stata tramandata da numerosi
autori classici, e la sua lettura può lasciare perplessi. «Dagli
intestini dei pesci e dalle altre interiora che si dovrebbero
buttare via, dopo averli fatti macerare col sale affinché ci sia
quel tipico sangue marcio delle cose che imputridiscono, si
ricavava anche un altro tipo di squisita salsa, che si chiamava
"garo". Questa un tempo si otteneva dal pesce, che i greci
chiamavano garon», scrive Plinio il Vecchio nella sua Naturalis
Historia.
Di primo acchito sembra esserci ben poco di invitante, eppure
questo liquido dall'aroma pungente e dal sapore deciso era
considerato dai romani una leccornia. Un prodotto prezioso che
animava i traffici commerciali del Mediterraneo e che faceva
scrivere allo stesso Plinio: «Quasi nessuna altra salsa, tranne gli
unguenti, comincia ad avere un prezzo più alto, anche tra le
famiglie nobili. La Mauritania e anche la Carteia della Betica
catturano gli sgombri che provengono dall'Oceano, a nient'altro
utili. Clazomene, Pompei e Leptis sono apprezzate per il garum».
Insomma, un condimento pregiato, per i ricchi uno status symbol.
Petronio, nel Satyricon, descrive sulla tavola di Trimalcione un
immenso vassoio con una lepre e agli angoli quattro statuette che
versano del garum su una guarnitura di pesci. Un trionfo che la
dice lunga su quanto la salsa fosse apprezzata.
DISTILLATO DI MARE. «Il garum entra in tutte le ricette romane, sia
della cucina popolare che della cucina aristocratica», spiega
Annamaria Ciarallo, Direttrice del Laboratorio di Ricerche
Applicate della Soprintendenza di Pompei. «Uno dei motivi è che
anticamente non c'era l'abitudine a salare i cibi. Il sale era un
bene preziosissimo e usarlo per insaporire i piatti sarebbe costato
troppo. La salamoia, invece, era un modo per condire le pietanze
riutilizzando il sale che era servito per la conservazione dei
cibi. Il trasporto e la conservazione del sale, tra l'altro, non
erano semplici, perciò questo liquido così sapido facilitava le
cose. Inoltre, consentiva di riutilizzare gli scarti del pesce. I
romani non buttavano via niente. Come del resto molte altre culture
antiche».
Un gusto quasi ancestrale, che nasce dall'esigenza di conservare i
cibi. Esigenza che fino a pochi decenni or sono anche da noi ha
caratterizzato la cucina, in particolare delle classi popolari.
Così non meraviglia il fatto che dell'antico garum esistano ancora
oggi eco nella cucina tradizionale. Cetara è un borgo di pescatori
della Costiera Amalfitana. Qui da tempo immemorabile si produce la
colatura di alici, una salsa dal colore ambrato simile al garum.
Certo, non ci sono le interiora e gli scarti del pesce, ma la
lavorazione, e probabilmente il gusto, hanno molto dell'antica
salsa romana. «Le alici prive della testa ed eviscerate vengono
messe sotto sale in un piccolo tino di legno. Poi il tutto è
sottoposto alla pressione d'un grosso peso e lasciato maturare per
quattro mesi. Alla fine si pratica un foro sul tino e si spilla il
percolato che si è raccolto sul fondo». A parlare è Gina Ferrigno,
che a Cetara lavora in un laboratorio artigianale di conserve
ittiche.
La colatura appena prodotta che gocciola dal tino dà l'idea di
qualcosa di prezioso e con l'odore evoca immediatamente il mare.
«Probabilmente l'originaria funzione della colatura era proprio
quella di evocare i profumi e il sapore del mare», spiega Ferrigno.
«Si dice che essa, una volta prodotto secondario delle alici sotto
sale, fosse impiegata per la cena di Natale dei più poveri. Chi non
poteva permettersi le vongole e gli altri frutti di mare per gli
spaghetti, si arrangiava così». In cucina la natura intensa di
questa specie di "distillato di mare" si fa subito sentire. Basta
versarne un cucchiaino nel soffritto di aglio, prezzemolo e
peperoncino e gli odori virano verso il pungente del pesce e il
secco del sale. Una salsa così sapida che da sola riesce a
insaporire gli spaghetti rigorosamente cotti in acqua senza
sale...
CUCINA E MEDICINA. «Per i romani il garum era anche un medicinale.
E questo non deve stupire», spiega la professoressa Ciarallo.
«Molto spesso nell'antichità cucina e medicina andavano a
braccetto. Secondo le fonti scritte, il garum serviva per curare i
morsi dei cani e, addirittura, dei coccodrilli, per far guarire le
ustioni e le ulcere della bocca. Evidentemente ci si affidava al
potere del sale, convinzione rimasta fino a poco tempo fa nella
cultura popolare. Ricordo, tra i classici rimedi della nonna,
l'usanza di mettere un granello di sale sui denti che facevano
male».
Non mancano notizie storiche di un impiego veterinario del garum.
Lucio Giunio Moderato Columella, vissuto a Roma dal 4 al 70 d.C.,
oltre a celebrarne il gusto, lo suggerisce come rimedio per la
pestifera labes, una malattia mortale che contagiava le cavalle.
Bisognava versarlo nelle narici dell'animale in dosi dai 2 ai 3
litri. L'impiego non era semplice. E, visti i costi del prodotto,
nemmeno economico.
Addirittura si pensa che si ricorresse al garum per insaporire
l'acqua, come un moderno sciroppo, e che i viaggiatori non fossero
mai sprovvisti di una fiaschetta per condire il cibo. La parte
solida che derivava dalla lavorazione della salsa, chiamata allec,
non veniva gettata, ma era utilizzata come cibo. Una sorta di crema
da accompagnare e spalmare sul pane, spesso unico companatico dei
poveri.
TESTIMONIANZE. Pompei era, come riferito da Plinio, una piazza
molto apprezzata per il garum, e il territorio circostante offriva
la materia prima indispensabile. Forte era il legame della città
alle pendici del Vesuvio con il mare. Sulla costa, nei pressi della
foce del fiume Sarno, sorgeva il porto e poco distante c'erano le
Saline d'Ercole. Non sono mai stati ritrovati i resti di queste
antiche vasche di evaporazione per la produzione di un bene tanto
prezioso. La loro presenza, tuttavia, è riferita anche dalla
memoria del luogo, che ancora oggi chiama Porta di Sale la via che
collega Torre Annunziata a Ercolano. Quanto al pesce, il mare era
ricchissimo di specie e alcuni mosaici e affreschi pompeiani ne
danno diretta testimonianza.
Da Pompei arrivano anche testimonianze materiali sul garum. In uno
dei decumani della città sepolta dalla lava si trova quello che
doveva essere il laboratorio di un certo Umbricio Scauro, noto
commerciante: la "Casa del garum". Lì sono state trovate sette
anfore con all'interno residui ben conservati del prezioso
condimento. Il professor Alfredo Carannante, dell'Università
Orientale di Napoli, con la supervisione della professoressa
Ciarallo, ha studiato tali residui, concludendo che per quel garum
erano state impiegate quasi esclusivamente boghe, note anche come
vope, pesciolini che vivono in branchi a media profondità, anche se
spesso si avvicinano alla costa. «È vero», dice la Ciarallo, «le
indagini hanno permesso di accertare che le boghe erano largamente
utilizzate per la salsa, tanto che la loro percentuale in essa
raggiunge circa il novantacinque per cento del totale delle specie
ittiche». Le altre varietà di pesci ritrovate nei resti pompeiani -
sardine, alose, acciughe e spigole - confermano la ricetta di
Plinio per il garum.
STORIA E LEGGENDA. Lo studio del professor Carannante amplia la
conoscenza della gastronomia e della vita quotidiana romane, ma è
anche una conferma del 24 agosto come data plausibile per la
distruttiva eruzione del Vesuvio del 69 d.C. Tra i ritrovamenti
pompeiani della "Casa del garum", infatti, non ci sono tracce di
prodotto liquido, in quanto questo è evaporato con le altissime
temperature provocate dall'eruzione. In alcuni contenitori, però,
sono rimaste tracce solide di lische e teste di pesci, segno che si
trattava di garum non ancora pronto e in macerazione. Plinio, nella
sua Naturalis Historia, dice che la macerazione non durava più di
un mese, e le boghe vengono pescate in gran quantità proprio in
estate. «Dunque, i risultati delle analisi», conclude la Ciarallo,
«ribadiscono, seppure per via indiretta, che l'eruzione si verificò
in agosto o nei primi giorni di settembre».
Forse la memoria di quell'antica lavorazione dell'officina di
Umbricio Scauro è arrivata direttamente alla Costiera Amalfitana.
Cetara non dista che qualche decina di chilometri dall'antica
Pompei. D'altra parte, la conservazione delle alici sotto sale è
una pratica tipica del piccolo borgo di pescatori e la stessa
lavorazione è tradizionale anche nei paesi di mare alle pendici del
Vesuvio. «Un'altra leggenda raccontata a Cetara vuole una scoperta
casuale della colatura», spiega Ferrigno. «Si parla di un convento
di monaci dove si lavoravano le alici sotto sale. I recipienti di
legno per il prodotto erano conservati su degli stipiti. Per caso,
da un fondo non perfettamente aderente, si è versato un po' di
questo liquido e un monaco più curioso degli altri l'ha voluto
assaggiare». Oltre alla già citata ricetta per gli spaghetti, la
colatura è usata per condire le verdure. Una sorta di esaltatore di
gusto molto simile all'impiego che ne facevano i romani, e che
suggella il connubio tra mare e prodotti dell'entroterra, tipico
della cucina delle popolazioni costiere.
Fortissimo è, ovviamente, il legame tra il garum e la costa. Nel
citato passo di Plinio, dove si elencano i più rinomati luoghi di
produzione della salsa, ci sono località che corrispondono alle
odierne Lebda, in Libia, Kilizman, in Turchia, e l'area degli scavi
di Baelo Claudia, in Spagna. Qui è stato scoperto un edificio nei
pressi della spiaggia, progettato per ottenere il massimo della
produttività di garum. Una grande fabbrica vicina al porto da dove
salpavano le navi con le anfore colme di salsa. Tra quelle
ritrovate a Pompei, alcune portano iscrizioni latine che, tradotte,
recitano: "Garum di sgombri prodotto da Scaurus, nell'officina di
Ninhtus", oppure: "Garum di alici invecchiato tre anni. Prodotto da
Gaius Calpurnius Placidus". Indicazioni di origine che confermano
il "culto" romano di quel percolato. Un po' come se un archeologo
del futuro si imbattesse in una nostra cantina e nelle sue
etichette di vini da
intenditori.
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