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SPECIALE
Cantastorie su due
ruote
Un simbolo della cultura siciliana
raccontato dalla viva voce di Giuseppe e Michele Donato, ultimi
esponenti di una dinastia bagherese di pittori di carretti, e del
loro concittadino Rosario Mineo, carradore per
hobby
Le antesignane del carretto siciliano
sono quelle carrozze, lettighe e portantine che nel Settecento
lasciavano a bocca aperta i viaggiatori stranieri che si recavano a
visitare la Sicilia.
Riservati ai nobili, erano gli unici mezzi di trasporto atti a
percorrere le impraticabili trazzere dell'epoca. Le lettighe, in
particolare, erano assurte al rango di veri capolavori: imbottite
di damasco e velluto, erano adorne di dipinti riproducenti
ghirlande di fiori, stemmi, leggende bibliche o mitologiche, figure
allegoriche. Sulle fiancate era poi frequente vedere il viso di
Giuseppe Balsamo, meglio noto come Conte Cagliostro, ritratto anche
sulle portantine che, dorate ed impreziosite da brillanti figurine
intente a ballare il minuetto, venivano definite anche "sedie
volanti".
Nell'Ottocento, infine, l'avvento della prospera borghesia
mercantile ed imprenditoriale, nonché il miglioramento del sistema
viario, segnarono il boom del carretto siciliano, trasposizione
materica della tradizione popolare regionale, fino ad allora
tramandata oralmente attraverso i cunti dei cantastorie girovaghi.
Ebbe così inizio la "cultura" del carretto, considerato non solo un
oggetto pratico, ma anche uno status symbol: ogni carrettiere
voleva renderlo più gradevole per superare i suoi concorrenti ed
attirare l'attenzione dei clienti.
Nei primi decenni erano preferite, come elementi decorativi,
immagini sacre simili a quelle degli ex voto, mentre dal 1860
vennero predilette le avventure dei paladini di Francia, le
conquiste del re normanno Ruggero II, i Vespri, le imprese di
Garibaldi, le guerre intraprese da Napoleone e le passionali
vicende della Cavalleria Rusticana. Contemporaneamente prendevano
piede l'Opera dei Pupi, connessa al carretto, e la produzione di
carrettini souvenir di ogni dimensione, che ancora
sopravvive.
«La nostra», dice Giuseppe Ducato, 81 anni portati "alla grande",
«è un'impresa artigiana fondata nel 1895 da mio padre che,
quattordicenne, cominciò a dipingere i carretti siciliani nella
propria bottega».
Ma come nasceva un carretto?
«I pittori lavoravano a catena di montaggio: uno si dedicava a
realizzare le quattro "scene" (o "scacchi") raffiguranti le
battaglie sui masciddara, cioè le fiancate, arricchite,
all'interno, dalle "stelle", che incorniciavano scorci della nostra
regione; un altro, il trainista, si occupava di adornare le altre
parti, tranne le ruote, riservate al perfilaturi, che ne decorava
anche i bordi. Tutti e tre dovevano finire il loro lavoro nel giro
di una settimana, poiché le richieste erano molte, quindi
consegnavano il carretto al committente, che la domenica
l'utilizzava, bardandolo a festa, per recarsi al mare con la
famiglia, mentre dal lunedì al sabato ne usufruiva per svolgere il
suo mestiere».
E oggi, la richiesta è sempre alta?
«L'azienda Ducato, a conduzione familiare, dopo la dipartita di mio
fratello Domenico, scomparso recentemente all'età di 83 anni, è
gestita da me e da mio figlio Michele, unico continuatore di
quest'attività. Un lavoro per cui sono indispensabili amore,
pazienza, metodo ed estro, poiché ogni creazione costituisce un
pezzo unico. I nostri clienti più affezionati sono oriundi
siciliani trasferitisi in America: vengono, ordinano il carretto e
se lo portano negli States, dove spesso è usato per abbellire i
ristoranti. Ma vantiamo anche committenti provenienti dalla
Germania, dalla Spagna e da ogni altro angolo di mondo, oltre a
collezionisti ed amatori che ne organizzano sfilate in tutta la
Sicilia, in particolare a Palermo e provincia».
Bagheria, poi, si può definire la vera culla del carretto...
«Qui non si concepisce la ricorrenza del Patrono, san Giuseppe,
all'inizio di agosto, senza la parata di questi coloratissimi
"equipaggi". Attualmente stiamo definendo una botte con il traino,
priva di sponde laterali, che era impiegata per contenere
recipienti colmi di vino o d'acqua, mentre il carretto, precursore
dei moderni camion, serviva per ogni merce, compresi i barilotti
piccoli da 25 litri; 'u strascinu, infine, a quattro ruote, era il
più lungo, pensato per caricare i sacchi di farina da portare in
città».
Terra creativa, Bagheria, che ha dato i natali a pennelli come
quello di Renato Guttuso, secondo il quale esisteva il bagherese,
il tipo più raffinato, ed il bahariuotu, serio e laborioso, che si
fa conoscere anche all'estero per la sua ingegnosità. Uno come
Michele Ducato, figlio di Giuseppe, 37 anni e una laurea in
architettura, che con i pennelli in mano - e sulle tavole di legno
dei carretti - fa miracoli.
«Tantissimi sono gli aneddoti che potrei raccontare, sul mio
lavoro», dice Michele. «Con l'artista palermitano Bruno Caruso, ad
esempio, abbiamo personalizzato un carretto con il motivo della
Medusa, ricorrente nei suoi quadri; Renato Guttuso ha condotto da
noi un'emittente televisiva russa per filmare un documentario sulle
nostre vicende; come ha fatto anche il regista Giuseppe Tornatore
tra il '79 e l'80. Tale è la valenza attribuita a questa secolare
tradizione che presso Villa Cattolica di Bagheria, sede del Museo
Guttuso, un'intera sezione è riservata alla decorazione di questi
mezzi da trasporto e alla mia famiglia».
Per concludere il nostro viaggio nel mondo dei cantastorie su due
ruote, abbiamo sentito anche Rosario Mineo, anch'egli bagherese, 56
anni, ebanista per formazione e carradore nel tempo libero. «Per le
ruote occorrono tre tipi di legname», spiega. «Il frassino o
frascinu per i raggi, detti ammuozzi; la noce nostrale, cioè di
produzione siciliana, per il mozzo centrale, chiamato miuolo; e la
medesima varietà - oppure il faggio - per le curve. Con l'abete si
ottiene 'u funnu 'i cascia, il ripiano inferiore del carretto,
sotto cui si trovano dei listelli, tre chiumazzieddi e due
contrachiumazzieddi, che tengono unite le fiancate, mentre i sedili
anteriore e posteriore sono i tavulazza: vengono appoggiati su
quattro cugna e collocati sopra le aste che, regolate in larghezza
da due chiavi, sono necessarie per attaccare il carretto al
cavallo, tramite degli uncini, gli "occhi d'aste". Nella zona
mediana, collegata alle aste con due mensole, abbiamo quindi 'a
cascia 'i fusu, in cui quest'ultimo costituisce l'asse in ferro al
quale vanno incuneate le ruote che, ognuna fermata da un vitone
soprannominato rannula, girano grazie a due usciuli in bronzo, che
penetrano dentro 'u fusu».
Il tutto, naturalmente, da assemblarsi con cura, seguendo tecniche
che si tramandano di generazione in generazione. Il risultato sono
sempre loro: quei capolavori di bellezza e di allegria che
raccontano la Sicilia in giro per il
mondo. |
Giusi Parisi
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