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SPECIALE
La libertà in un paio di
scarpe
Il maresciallo asups Vincenzo Rossi,
classe 1924, è uno dei 2.500 carabinieri deportati nell'ottobre del
1943: in occasione della Giornata della Memoria (27 gennaio), una
testimonianza toccante e un monito a non
dimenticare
Un paio di scarpe marroni. Belle, grandi, quasi nuove. La
Liberazione, per il maresciallo maggiore aiutante Vincenzo Rossi,
classe 1924, ebbe la forma di due scarponcini nei quali avvolgere i
suoi piedi coperti di piaghe. Piedi che avevano percorso chilometri
e chilometri, su strade impervie, da quando si erano aperti i
cancelli dell'ultimo campo che lo aveva ospitato e lui e i suoi
compagni di prigionia erano finiti nelle mani di un gruppo di
partigiani slavi.
Erano stati momenti difficili, tra marce estenuanti e vessazioni
gratuite, ma alla fine li aspettava Trieste. E con essa una colonna
di jeep americane, la bandiera a stelle e strisce a sventolare la
promessa di una vita che poteva, doveva ricominciare. E ancora
Tricolori alle finestre, e pasta e pane, frutta e formaggi offerti
dagli abitanti della città riconquistata alla Patria ai militari
italiani reduci dall'internamento.
E quelle scarpe, generosamente donate da un cittadino che non aveva
potuto evitare di commuoversi alla vista di quei poveri piedi. «Le
ho conservate per molto tempo», mi racconta il maresciallo Rossi,
che oggi, a ottantacinque anni portati alla grande, si gode la sua
bella famiglia composta da moglie, due figli e altrettanti nipoti,
convivendo ogni giorno con il fardello dei suoi ricordi. «Alla fine
si erano disidratate. Si sfarinavano. Con vero dispiacere, ho
dovuto eliminarle. Mi è rimasto, però, indelebile, il ricordo di
quel gesto».
Già, il ricordo. Si fa presto a dire che non bisogna dimenticare.
Eppure non sono in molti a ricordare, anche nelle occasioni che
alla Memoria sono solennemente dedicate, come quella del 27
gennaio, che a finire nei campi di concentramento, durante la
Seconda guerra mondiale, non furono solo ebrei, zingari,
prigionieri politici e partigiani, ma anche i Carabinieri. Non
molti sanno che prima della famigerata retata del Ghetto di Roma
del 16 ottobre 1943, quando furono i membri della storica comunità
ebraica della Capitale ad essere caricati sui camion e quindi
diretti verso i treni della morte, ci fu quella del 7 ottobre,
quando furono almeno 2.500 i militari dell'Arma - sugli ottomila
allora presenti a Roma - ad essere deportati verso i campi di
lavoro tedeschi. Pochi i testimoni ancora viventi di quella storia,
che una studiosa come Anna Maria Casavola ha recentemente
ricostruito in un libro intitolato, appunto, 7 ottobre 1943. La
deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti (Edizioni
Studium), di cui abbiamo già parlato su queste pagine (vedi Il
Carabiniere, ottobre 2009). E, tra questi, proprio il maresciallo
Rossi, che all'epoca aveva solo 19 anni.
Non era nemmeno un anno che si era arruolato nell'Arma, Vincenzo,
un padre anch'egli maresciallo dell'Arma, in seguito insignito
della Medaglia di Bronzo al Valor Militare. A Roma ci era arrivato
da carabiniere nel luglio del '43, dopo i bombardamenti che avevano
sventrato il cuore della Capitale. Di stanza alla caserma
"Pastrengo", tra i suoi primi incarichi ci fu proprio il
piantonamento sui luoghi che erano stati colpiti dagli ordigni,
come lo Scalo San Lorenzo, per evitare azioni di sciacallaggio e
razzie di quel poco che era sopravvissuto alle macerie.
Ma dopo l'8 settembre, tutto cambia. Per circa un mese i
carabinieri sono chiamati a contrastare l'avanzata dei tedeschi
nella Capitale. Fino a quando viene dato l'ordine di deporre le
armi. Consegnati moschetto e pistola, i militari dell'Arma vengono
quindi radunati nelle principali caserme, messi sui camion e quindi
condotti alle stazioni ferroviarie per essere imbarcati sui carri
bestiame diretti verso i campi di concentramento: in Germania,
Polonia, Austria.
È qui che finisce Vincenzo, e precisamente nello Stalag XVIII/A di
Wolfsberg, in Carinzia. E dire che ci aveva provato, a sfuggire
alla deportazione. Nascondendosi a casa, in un soppalco, insieme al
padre, e persino travestendosi da addetto alle pulizie della
caserma nella quale, alla fine, si era deciso a consegnarsi, spinto
dal senso del dovere, ma anche dalla consapevolezza che, scappando,
avrebbe finito per esporre la propria famiglia al rischio di
rappresaglie. Ma non c'era stato niente da fare.
«Quando arrivammo a Wolfsberg», ricorda, «ci dettero una divisa di
tela scura, con stampato sopra un numero, preceduto dalla sigla KG,
che stava per "prigioniero di guerra". Da quel momento non eravamo
più uomini con un nome e un cognome. La nostra identità si riduceva
a quel numero».
Ma non aveva ancora perso, il giovane carabiniere, la sua natura di
ragazzo, quell'istinto di sopravvivenza che tanto più forte è nei
giovani che hanno ancora una vita, davanti a sé. «Quando ci
interrogarono per stabilire come adoperarci sul lavoro», racconta
ancora, «dissi che facevo l'orologiaio. Pensavo che, in questo
modo, mi sarebbero stati risparmiati i lavori più pesanti. Ma
ovviamente m'illudevo. Il giorno dopo mi ritrovai con un piccone
in mano. Destinazione: la miniera».
Faceva freddo, nei campi. La fame mordeva feroce, la stanchezza del
corpo ingaggiava una continua lotta con la forza della mente, con
una volontà che intimava di andare avanti. E alla fine Vincenzo,
come altri, ce la fece, a tornare a casa, dopo essere passato da un
campo all'altro, da una fabbrica a uno scalo ferroviario. Sempre
con in mano una pala, una carriola, un badile. Sempre con sulle
spalle un peso più grande di quello che un uomo possa
sopportare.
Un peso come quello dei ricordi che oggi Vincenzo custodisce
gelosamente. Il ricordo di sua madre, ad esempio, che quando lui fu
messo sul camion diretto alla Stazione Ostiense, destinato verso
l'ignoto, cercò di rincorrerlo, anticipando nella realtà la scena
immaginata da Roberto Rossellini per il suo Roma città aperta. O
quello di "Ninetto", il carabiniere più anziano che nei giorni
della resistenza romana contro i tedeschi gli aveva insegnato a
ripararsi nei crateri aperti dagli ordigni - perché «Dove è caduta
una bomba», spiegava, «non ne cadrà un'altra» -, salvo poi morire
proprio cadendo in una di quelle buche; o ancora quello di Antonio
Bove, l'alpino suo compagno di prigionia che fu fucilato solo
perché, durante un'adunata, non era perfettamente allineato nel suo
rango; o come quello, infine, dell'amico ebreo di suo padre, che
prima di lasciare Roma per mettersi in salvo dal rastrellamento che
il maresciallo stesso gli aveva annunciato, lasciò a lui quello che
aveva di più caro: i suoi libri.
Un dono prezioso almeno quanto quello che uomini come Vincenzo
Rossi, oggi, possono fare a noi, raccontandoci la loro
storia. |
Maria Mataluno
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