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SOCIETA'
Lo studio è un diritto, non un
dovere
A vent'anni dall'approvazione della
Convenzione delle Nazioni Unite, che prevede l'insegnamento
primario obbligatorio e gratuito, facciamo qualche riflessione
sull'alfabetizzazione nel mondo
La cultura è quanto occorre per
riconoscere nella pubblicità della "Vecchia Romagna" una sinfonia
di Beethoven, avendo chiaro che non è stato lui a copiare lo
spartito. Per sapere che Gesù non ha rubato le battute al film di
Mel Gibson. Cose così. A occhio e croce sembra divertente, o almeno
interessante. Assolutamente sì: la cultura è una gran bella
faccenda. Il problema, per un insegnante, è convincere di ciò i
suoi alunni, assediati da giochi, prodotti di consumo, televisione,
e chi più ne ha più ne metta.
Abbiamo appena festeggiato il Natale. Quasi sei milioni di
studenti, per restare in Italia, hanno chiuso con gioia per due
settimane libri e quaderni, per dedicarsi a
presepi, libagioni, feste e partite a carte. Comprensibile, anzi
giusto. Ci siamo passati tutti, non possiamo dimenticare che le
vacanze, per definizione, sono i momenti più felici dell'infanzia e
dell'adolescenza. Niente prediche, rincariamo piuttosto la dose.
Presto si affaccerà la primavera, il sole diverrà più caldo, la
gioia verrà fuori dal risveglio della natura: i rami degli alberi
si riempiranno di frutti, nei prati spunteranno i fiori, gli
uccelli torneranno a cantare. Oltre l'orizzonte delle
interrogazioni e degli esami, si inizierà a intravedere l'estate:
tempo in cui gli studenti cesseranno di essere tali e si
dedicheranno ad attività decisamente più piacevoli. Sarà, in
pratica, la famosa attesa del dì di festa che Giacomo Leopardi ha
mirabilmente descritto nel suo immortale Sabato del
villaggio.
Prima che questo accada, facciamo tutti insieme una riflessione su
cosa rappresenti per un giovane, oggi come ieri, la formazione
scolastica. Essa ci fornisce le basi nelle materie di conoscenza
più importanti: è quindi un bagaglio, che ci porteremo dietro nel
lungo viaggio della vita. Ma non è solo questo. Serve, soprattutto,
per accendere nella mente tante piccole luci. La curiosità: Homo
sum. Nihil humani a me alienum puto (Sono un uomo. Nulla di ciò che
è umano ritengo mi sia estraneo). Si tratta di un celebre motto del
commediografo latino Terenzio, che a distanza di oltre due millenni
dalla sua formulazione ha perso ben poco, o nulla, del proprio
smalto.
Forse il vero risultato che lo studio deve perseguire è portare i
discenti a far propria l'espressione terenziana. A trovare motivi
d'interesse verso tutto ciò che li circonda, ad essere aperti. Un
antico adagio cinese suggerisce che se un uomo ha fame non bisogna
dargli un pesce, bensì insegnargli a pescare. Qui il problema è
leggermente diverso: si tratta di far comprendere a chi di solito
mangia altro, quanto possa essere bello, gratificante, nutrirsi del
pane della conoscenza. Portare ad avere "fame di sapere" persone
che questo bisogno sinora non lo hanno sentito. Facendo scoprire,
ad esempio, che la storia è il romanzo della vita: un viaggio
immaginario nel passato che ci offre gli strumenti per interpretare
il presente. Che la geografia è un sentiero che ci guida fra le
meraviglie e le ferite della Terra, l'arte è la più alta
espressione dell'ingegno umano, e così via. Marcel Proust ha
scritto: "Non serve partire verso terre lontane per scoprire nuovi
mondi, servono nuovi occhi per saper vedere". Bellissimo, ma aprire
nuovi occhi non è immediato.
Il cambiamento è un percorso faticoso, lento, che passa per un
forte impegno personale. I risultati valgono l'impresa, per
convincerci potranno essere d'aiuto alcuni esempi. Pinocchio non ha
voglia di studiare e vende l'Abbecedario per andare a vedere il
teatro di Mangiafuoco. Ma… per saperlo, bisogna aver letto la bella
favola di Collodi! Appunto. Chi lo fa, scopre che alla fine
Pinocchio arriva a capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Impara
ad ascoltare i consigli della Fata buona e non quelli del gatto e
della volpe, o di Lucignolo, l'amico che lo trascina nelle più
folli follie. Dopo un lungo viaggio, dal Paese dei Balocchi alla
pancia di una balena, tornerà finalmente a casa, dal suo papà.
Dall'altra parte della Manica, David Copperfield ha vicissitudini
ancora più tortuose, e nel rapporto con lo studio non se la passa
meglio. La scuola, a cui il patrigno lo invia più per forza che per
amore, è una sorta di incubo, con il maestro Creakle che lo
tiranneggia e il compagno Steerforth che gliene combina di tutti i
colori. Ma alla fine il giovane David raggiunge la felicità. E che
dire dei ragazzi del libro Cuore, di Edmondo De Amicis, disposti
per lo studio a qualunque sacrificio? Di Ludovico Antonio Muratori,
che ascolta le lezioni di nascosto, perché non ha i soldi per
pagare la scuola? Vicende anacronistiche, nella pigra Italia del
nostro tempo, ma che in tanti altri luoghi sarebbero
attualissime.
Veniamo dunque al punto. Lo studio non è un dovere, è un diritto
fondamentale di ciascuno. Secondo le stime presentate nel 2009
dall'Unicef, che analizza costantemente la condizione
dell'infanzia, nel mondo vi sono ancora oltre 120 milioni di
bambini a cui questo diritto è negato. Il 57% di loro, stando ai
calcoli dell'Unesco, sono bambine. Vi sono Paesi in cui il tasso di
analfabetismo raggiunge punte del 75% della popolazione. È un caso
che in quegli stessi Paesi si combattano più guerre che in
altri?
Il 18 novembre scorso, durante la Conferenza Nazionale sui Diritti
dell'Infanzia e dell'Adolescenza, tenutasi a Napoli, il Presidente
dell'Unicef Italia, Vincenzo Spadafora, ha aperto al pubblico la
Mostra delle "Pigotte", tradizionali bambole di pezza ormai
conosciute in tutto il mondo, che per l'occasione erano state
realizzate dagli studenti della Scuola di Moda dell'Istituto
Europeo di Design di Roma. Una collezione speciale, "Le Pigotte dei
diritti", ha rappresentato tutte le figure giuridiche di tutela dei
bambini e degli adolescenti sancite nella Convenzione sui Diritti
dell'Infanzia, approvata il 20 novembre 1989 dall'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite a New York.
L'occasione di Napoli era importante. La Convenzione festeggiava i
suoi vent'anni di vita. Eppure, a distanza di tanto tempo, alcune
delle sue previsioni sono lungi dal risultare traguardi raggiunti.
L'articolo 28 della Convenzione, per fare un esempio, prevede
l'insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti. E non
solo: a tutti deve essere assicurato l'accesso all'informazione e
all'orientamento, sia scolastici sia professionali. Sono previste
misure per promuovere la regolarità della frequenza scolastica,
eliminare l'ignoranza e l'analfabetismo. L'articolo 29 indica come
finalità dell'educazione lo sviluppo della personalità del
fanciullo. Lo studio è considerato strumento indispensabile per
preparare i bambini e gli adolescenti ad assumere la responsabilità
della vita in una società libera.
Per la stessa occasione, il ventennale dei Diritti, l'Opam, Opera
di Promozione dell'Alfabetizzazione nel Mondo, ha lanciato nel
dicembre scorso un'iniziativa interessante, tanto quanto lo era il
punto di partenza. Incombevano le festività natalizie, ma centinaia
di migliaia di bambini non sarebbero stati in grado di scrivere le
loro "letterine" a Babbo Natale. Per tanti di loro la difficoltà,
secondo l'Opam, derivava dal troppo benessere: ricchi di tante
cose, erano diventati poveri di sogni e desideri. Per un numero
molto più alto, il problema era opposto: non erano mai andati a
scuola e dunque non sapevano scrivere. La proposta per far sì che
fosse un Buon Natale per tutti, avanzata dal Presidente dell'Opera,
monsignor Aldo Martini, si è rivolta in modo particolare a
genitori, nonni, insegnanti ed educatori. L'appello partiva da un
filmato della durata di due minuti, che presentava la lettera a
Babbo Natale di Marco. Il bambino scriveva che per Natale avrebbe
rinunciato ad un dono, per dare la possibilità a tanti suoi
coetanei del Sud del Mondo di andare a scuola e sperare in un
futuro migliore. Uno stimolo intelligente, da parte di un'Opera che
in 37 anni dalla sua fondazione ha realizzato oltre 3.500 progetti
in Africa, Asia e America Latina, contribuendo, grazie al suo
lavoro e alle adozioni scolastiche a distanza, all'istruzione e
alla formazione professionale di milioni di bambini, giovani,
uomini e donne che oggi possono vivere liberi dalla schiavitù
dell'ignoranza ed essere promotori di sviluppo.
Sono gocce nel mare? Forse no. E allora si può pensare che molti
bambini facciano come Marco, e rinuncino ai propri regali? Forse
no. Ma una riflessione si può chiedere, su quale immensa fortuna
sia, per uno studente, potersi svegliare la mattina, fare
colazione, prendere i libri e andare a scuola. Invece che a
chiedere l'elemosina per strada, a lavorare, a fare magari anche la
guerra. La realtà è complessa, le cose del nostro tempo sono tante,
e tante quelle ormai date per scontate. Oggi non si può certo
chiedere a un ragazzo di farsi legare alla sedia per studiare,
magari dicendo, alla maniera di Vittorio Alfieri: "Volli, e sempre
volli, fortissimamente volli". Per carità.
Ma, lo confessiamo, talune parole di De Amicis ci trovano
d'accordo. Le riportiamo, rivolgendoci idealmente a tutti gli
studenti che combattono la loro quotidiana battaglia con il sapere:
"Coraggio dunque, piccolo soldato dell'immenso esercito. I tuoi
libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di
battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà
umana". |
Roberto Riccardi
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