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Ieri e oggi. E domani?

Come cambia e in che cosa cambia la nostra società. Questa volta parliamo di comunicazione. Ovvero dei diversi mezzi e modi in cui, nel tempo, ci è stato possibile stabilire rapporti con i nostri simili. E di quelli che (forse) verranno

Ieri, oggi, domani. Atto secondo. Sul proscenio: noi tutti. Donne, uomini, ragazze, ragazzi; nonni, nipoti, genitori, infanti. Nessuno escluso. Qualunque sia la nostra età, qualunque la lingua o il dialetto in cui preferiamo esprimerci, qualunque la consistenza del nostro bagaglio culturale. Perché qui si va a trattare di come comunichiamo, di come comunicavamo, di come, forse, comunicheremo.
Un verbo, il "comunicare", dalle infinite declinazioni, e proprio per questo ambiguo. E allora, per non creare equivoci, precisiamo: a seguire ci soffermeremo sui mezzi e sui modi in cui siamo stati, siamo e - forse - saremo, usi interagire con gli altri abitanti del Bel Paese e/o del Pianeta intero, non considerando l'eloquio spicciolo a cui ricorriamo per far fronte alle necessità di ogni giorno. È chiaro, infatti, che, per ordinare un caffè al bar, acquistare dei ravanelli, oppure commentare le ultime novità nel circondario, la modalità - forma a parte - è identica a quella utilizzata trenta, cinquanta, cent'anni orsono: si muove la bocca e si dà lavoro alle corde vocali. Tutto diverso, invece, se il destinatario del nostro pensiero si trova dall'altra parte della città o del continente, per non dire agli antipodi del globo terracqueo. Perché oggi, rispetto a ieri (e, quasi sicuramente, rispetto a domani), modi e strumenti - realtà che a volte coincidono - per entrare in contatto in detti frangenti non sono più gli stessi. Sono venuti mutando, giorno dopo giorno, anche se non vi abbiamo fatto troppo caso. Del resto, basta considerare il numero crescente di coloro per i quali alcuni termini sono del tutto privi di un concreto riferimento. Insomma, così come crediamo che da tempo non incrociate per strada un uomo in bicicletta con delle lastre di vetro in spalla, siamo altrettanto convinti che, ultimamente, in pochi abbiate ricevuto un telegramma. Anzi: da quanto non ne ricevete uno?

TELEGRAMMI. Non c'è da stupirsi. È un segno concreto di come ormai si siano assimilate determinate modalità di colloquio a distanza, al punto da considerare gli strumenti ad esse collegate (leggi: cellulari, ma anche Internet) quasi "protesi" del nostro corpo, e comunque oggetti sempre esistiti, nonostante la loro recente introduzione sul mercato. Intendiamoci, ciò è del tutto comprensibile: la Storia ci insegna che le innovazioni hanno sempre avuto riflessi nell'ambito delle relazioni interpersonali, rivelandosi di grande incisività nella mutazione degli stili di vita. Ugualmente, i modi in cui le persone comunicano quando non sono vis à vis hanno conseguenze dirette sull'esistenza quotidiana. Ieri come oggi. Infiniti gli esempi: se nel XX secolo un telegramma poteva cambiare la vita, sul finire dello scorso anno un giovane di New York si è visto assolvere dall'accusa di furto grazie al fatto di aver "postato" (ossia inserito) un messaggio in Facebook - forum sociale di gran successo sul Web - ad una certa ora e da un determinato computer, distante parecchie miglia dal luogo del misfatto; di converso, nei medesimi istanti, un altro newyorchese veniva sorpreso con le mani nel sacco per non aver saputo resistere alla voglia di collegarsi allo stesso sito Internet dalla casa che stava svaligiando…
A qualcuno, forse, l'accostamento può risultare azzardato. Ma così non è. In un determinato momento storico, il telegramma era il non plus ultra della "modernità": Georges Simenon, un esempio fra tanti, nel 1931 fa spedire al suo commissario Maigret in missione fuori Parigi - città all'avanguardia per antonomasia, in quegli anni - diversi telegrammi alla Questura del Quai des Orfèvres. Lungo molti decenni, lo strumento "telegramma", come ben sanno i nostri nonni (che lo ricordano sotto forma di un foglio dal colore giallo paglierino, ripiegato più volte su se stesso fino ad assumere l'aspetto di una busta chiusa) è servito a raggiungere, con rapidità e ovunque arrivasse la rete postale, chi era lontano. Per dare notizie che potevano cambiare una vita, o che magari non si sarebbe voluto mai leggere, e non solo. Talvolta, battute dal telegrafo, si leggevano frasi di ben altro tenore, tipo «Arrivo stazione mattina 15 corrente stop con diretto 8 et 30 stop». Lo si usava, dunque, soprattutto per tenere viva la rete dei contatti, familiari e non.
Scontato, perciò, che sulla propria strada il telegramma incontri, con crescente frequenza, un altro sistema di telecomunicazione dal nome simile: il telefono. E che, con questo, si trovi a "fare i conti". Perdendo posizioni su posizioni: al punto che, nato negli Usa il 24 maggio 1844 - e per noi della Penisola indimenticato anche per la miscela di italiano, latino (et, aut ed est, rispettivamente per "e", "o" ed "è") e inglese (stop al posto del punto), usato al fine di evitare qualsivoglia fraintendimento -, viene dichiarato, sempre negli States, defunto il 27 gennaio del 2006. Con la chiusura del servizio relativo, dopo 161 anni abbondanti di attività. La quale, in realtà, altrove prosegue, seppure ridotta ai minimi termini e con profili che potremmo definire di "domestica diplomazia".

"TELETUTTO". Un passaggio di testimone, quello dal telegramma al telefono, che meglio di mille altre considerazioni conferma quanto abbiamo già avuto modo di sottolineare. Ovvero, come le trasformazioni subite, nel tempo, dal modo di alimentare i rapporti personali a distanza, abbiano favorito, se non originato, le metamorfosi nel nostro modus vivendi. Cosicché, osservando in controluce la progressiva acquisizione di territori da parte della cornetta telefonica - dai tempi in cui ottenere una linea era impresa onerosa, al giorno d'oggi, quando con il cellulare si possono persino saldare conti e fatture -, potremmo raccontare molti capitoli della storia sociale di ogni Paese, il nostro compreso.
Immagine d'epoca di una telefonata Non certo per caso, pur se sono quasi contemporanei, il telegrafo registra un successo iniziale travolgente rispetto al telefono: e questo soprattutto perché se per il primo si hanno reti pubbliche, o per lo meno commerciali, per il secondo, invece, vi è necessità di un impegno (economico e non solo) "familiare". Ecco dunque che lo strumento di Meucci inizia ad essere presente nel nostro tessuto sociale solo con la diffusione dei posti telefonici pubblici: il bar principale o la tabaccheria. Gli ultracinquantenni ricorderanno l'incaricato - un giovane assoldato dal gestore del locale - che, correndo a perdifiato, raggiungeva la casa dell'interessato per informarlo di un appuntamento fissato via telefono, il tal giorno o nelle ore immediatamente successive... Un ingresso, insomma, in punta di piedi, del "moderno" nell'italica società, ancora modellata su altri ritmi e altri riti.
Poi, il fatto di poter parlare con l'interlocutore neanche lo si avesse di fronte, piuttosto che scrivergli, e senza terzi che mediassero (vedi l'impiegato postale per il telegrafo), ebbe la meglio. E da quei primi, stentati passi, quando la zia Petronilla aumentava il proprio tono di voce quanto più distante sapeva essere il destinatario della conversazione, la cornetta di nera bachelite non conobbe più ostacoli, e non solo cambiò i suoi colori, ma dette vita a nuove forme di comunicazione, quali il telefax. Con cui si azzerava qualsivoglia chilometraggio non solo per la voce, ma anche per i testi scritti. Un primo, concreto attacco ad altri secolari mezzi del comunicare a distanza: lettere e, perché no?, cartoline.

CREAZIONI LETTERARIE. In realtà, continuammo a lungo sia a vergare missive - magari passando dalla stilografica, di scolastica memoria, alla biro o ai tasti di una macchina da scrivere - sia a spedire puntuali, ai nostri cari e agli amici rimasti a casa, «tanti saluti e baci» sul retro di cartoline illustrate (ovunque proposte sulla falsariga di ripetitivi modelli grafici) da ogni località ove avevamo la ventura di arrivare.
Sarà solo in data 3 aprile 1973 che Martin Cooper, dirigente della Motorola, telefonerà per la prima volta da un cellulare. Iniziando così la grande avventura di un apparecchio commercializzato nei successivi anni Ottanta, proprio mentre prende corpo la Rete di Internet e fanno capolino le macchine fotografiche digitali. A seguire, nel 1991, il Cern (Centro Europeo di Ricerca Nucleare) lancerà il www (World Wide Web) e la storia inizierà a viaggiare su nuovi binari, in una incessante, parossistica ricerca di integrazione fra supporti diversi: telefono, Rete, computer e mezzi di ripresa.
Da quel momento si tende a proporre non più un solo apparecchio, per quanto avanzato, per telefonare, uno per fotografare e uno ancora per l'elaborazione di dati e di lettere, bensì uno strumento, ce lo consentite?, "fricandò": in grado, cioè, di fare un po' questo e un po' quello. Risultato, da una decina d'anni la cartolina si è trasformata in prezioso oggetto di modernariato, e la vetusta lettera ha ingaggiato una guerra senza quartiere con due insidiosi avversari: l'Sms e l'e-mail.
Il primo, l'Sms, ci riporta al telefono mobile, il cellulare (detto anche, sgradevolmente, telefonino). Strumento nato per favorire il dialogo a viva voce, ma che, per l'ironia che la Storia porta con sé, si è trasformato nel principale mezzo di trasmissione di scritti, da arricchire con immagini e musiche. Oggi diffuso in oltre il 60 per cento della popolazione mondiale (in Italia si fa prima a contare chi non lo possiede), è ormai scelto, al di là delle prestazioni assicurate nella comunicazione verbale, per la definizione fotografica, l'accessibilità al Web e, soprattutto, per la qualità dei programmi di "gestione testo", conditio sine qua non per l'invio dei succitati Sms (Short Message Service), alias "messaggini". Un servizio più che rapido, immediato, e poi personale, riservato: questi gli assi nella manica degli Sms. A cui, c'è da dirlo, è difficile rinunciare anche se non si hanno più quindici primavere o giù di lì.
Atout, questi degli Sms, condivisi per la quasi totalità con la già ricordata e-mail. Che, invece del telefono richiede, unica differenza tecnica, l'uso di un computer. Ovviamente, la maggior disponibilità di spazio consente "creazioni letterarie" di maggiore ampiezza, e il poter riscrivere all'infinito sulla stessa "pagina" elettronica mette a dura prova la sopravvivenza delle classiche missive. Perché lo scopo, a ben guardare, è sempre il medesimo: stabilire un contatto, rafforzare un legame.
Così, alla fine, le due massime novità contemporanee si rivelano una conferma: che l'essere umano è un animale sociale, che rifugge dalla solitudine, al di là delle sue stesse convinzioni. Lo ribadisce, se mai fosse necessario, il successo planetario dei siti Internet, dedicati in un primo tempo solo alle "chat", ossia al semplice chiacchierare, seppure attraverso una tastiera, e poi alle cosiddette reti sociali (social network, forum, e via discorrendo). Vedi i ben noti Facebook (classe 2004) o YouTube (più giovane d'un anno), dove si condividono video, foto, indiscrezioni, confidenze e…
Il che, per altri versi, spiega come le lettere "manuali" si difendano da par loro, grazie a nicchie di "resistenza attiva": più presenti di quanto possa far pensare l'imperante moda della tecnologia a tutti i costi.

DIFFICOLTÀ. Anche perché, in questo mondo della comunicazione che avanza, non sono tutte rose e fiori. Anzi, per restare nel solco dei proverbi, ogni rosa ha puntualmente le sue spine. E non parliamo solo del fatto che le nuove generazioni nell'acquisire, con stupefacente velocità, la particolare tecnica che muta la tastiera del cellulare in una macchina da scrivere, rischiano di perdere altre abilità, tipo quella di tenere in mano una penna o una matita. Ci riferiamo, piuttosto, ad un dato statistico altrettanto noto: un italiano su tre ha già varcato la soglia della terza se non della quarta età. Dunque, di fronte a strumenti tecnologici che dell'innovazione fanno il loro credo - e quindi "creati" per i più giovani -, tali persone, nate e cresciute in epoche in cui la vita si svolgeva secondo ritmi pressoché immutabili, oggi, in un tempo, come è stato scritto, «simile a una freccia lanciata in un futuro che non ripete se stesso», rischiano di sentirsi relegati ai margini della società. Per la prima volta l'anziano, da sempre portatore della saggezza della specie, vive la sgradevole percezione della propria inutilità, amplificando così al massimo le difficoltà pratiche di dialogo con i "nuovi" strumenti. Un dato per nulla rassicurante, se solo si pensa che nei prossimi anni il numero degli "over anta" è destinato a crescere.
E allora, cosa accadrà domani, come comunicheremo negli anni a venire? Difficile rispondere: i segnali, infatti, sono contrastanti. Da una parte, grazie al rilancio elettronico del testo scritto, rifà capolino il gusto del diario, dove annotare riflessioni, commenti e considerazioni personalissime, così come in molti riassaporano il piacere di scrivere lettere con carta e penna, seguendo solo la velocità della mano (irrimediabilmente più lenta del pensiero!). Dall'altra, le innovazioni sembrano non aver mai fine, e così sulla Rete delle reti, che appare destinata a divenire il sottofondo costante della nuova quotidianità, l'e-mail è già "superata", e oggi si frequentano, in crescente tendenza, i siti (ancora una volta dedicati a servizi di social network) di microblogging: come Twitter, termine che, tradotto alla mano, sta per "cinguettare". In pratica, un Sms trasportato sul Web. A conferma della ormai realizzata integrazione fra mondi diversi. Davvero?

Minna Conti