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Viaggio nei proverbi d'Italia. Onore e virtù

Tradizione, sorrisi e curiosità nell'antica saggezza popolare

Tutto è perduto fuorché l'onore: con tale storica frase - scritta alla madre Luisa di Savoia dopo la sconfitta di Pavia del 24 febbraio 1535 (che lo rese peraltro prigioniero per un anno dell'imperatore spagnolo Carlo V) -, il re di Francia Francesco I di Valois c'introduce nell'argomento di questa nuova tappa del "viaggio" intorno ai proverbi del nostro Bel Paese, dedicata per l'appunto all'onore, e alle nostre sacre virtù di uomini e donne. I nostri antichi progenitori, come vedremo, avevano a tale proposito un'educazione etica e filosofica saldamente marcata, sapendo discernere molto più di oggi, e senza alcuna malizia o compromesso, tra il bene e il male, tra la rettitudine e l'immoralità. Ai nostri tempi - pur senza generalizzare - si direbbe che l'onore e la virtù siano merce rara, rarissima. Le cronache giornalistiche e radiotelevisive ci rendono purtroppo edotti su come, di fronte al denaro, al potere e persino alla più rozza ed episodica vanagloria personale (quando l'apparire - ahimé - diventa più importante dell'essere...) l'onore e la dignità della persona vengano bellamente barattate o svendute a pochi spiccioli.

Ancuo val più i schéi de la virtù. Oggi valgono più i soldi che la virtù, dicono nel Veneto. Fa eco il Piemonte con L'unur a porta l'or, l'or a porta nen l'unur (L'onore porta l'oro, l'oro non porta l'onore). E in Abruzzo ribadiscono: Li bellezze fin' à la porte, li virtù fin'à la morte (Le bellezze si fermano alla porta - hanno un corso breve, effimero -, le virtù durano fino alla morte). E ancora, come recita questo bel detto siciliano: La puvirtà nun guasta la nubiltà (La povertà non guasta - non esclude - la nobiltà). La nostra nobiltà d'animo, infatti, come il senso dell'onestà e della rettitudine, sono in buona sostanza un'educazione civile, un abito mentale e comportamentale, che ci rende più forti e più liberi. L'onore, insomma, è di chi lo cerca e lo produce da sé con le proprie azioni, come dicono in Liguria: L'önô ö l'è de chi se ö fa. Un altro bel proverbio di quella regione, mutuato dalla tradizione marinara e assai noto anche altrove, è: Bandea vëgia önô de capitannio (Bandiera vecchia onore di capitano), che vuole rimarcare il valore di una persona che ha sempre tenuto fede alla sua bandiera, al suo ideale, al suo impegno professionale, alla sua arte.

Le esperienze della vita c'insegnano, tuttavia, che in nome dell'onore si possono talvolta commettere varie ingiustizie ed omissioni. A chi, secondo voi, va il merito - e quindi l'onore - della realizzazione di un bellissimo gol: all'attaccante che ha concluso l'azione per ultimo, mandando il pallone nella rete, o al suo compagno di squadra che, dopo aver abilmente scartato due o tre avversari, gli ha passato il pallone?
Che dire, in un altro esempio, di quando viene salvata una vita: i meriti di una tale impresa straordinaria non andrebbero in qualche misura, e comunque più lecitamente, ripartiti tra l'équipe chirurgica, per la sua indubbia ed energica valentia, e i soccorritori ed infermieri dell'ambulanza, in virtù della loro determinante e non affatto marginale tempestività di primo intervento? Ecco, questo è un modo di pensare "onorevole". Spesso, infatti, nel giudicare un'opera o un fatto, siamo portati a dimenticare o trascurare il lavoro più umile e oscuro, apparentemente accessorio, che pure ha contribuito alla realizzazione di quell'opera. Abituiamoci, invece, a valutare uomini e azioni nella loro completezza. Magari affidandoci all'insegnamento dei proverbi, come questo, ancora del Molise, che quasi ammonisce: Aprile fa nu ciore e maggio ha l'unore (Aprile fa fiorire un albero e maggio ha l'onore del frutto).

È ben noto che i liguri siano tirchi. Così come i marchigiani. Lo confessano - e se ne vantano - loro stessi, considerandosi, più che tirchi, giustamente oculati e parsimoniosi. E questa, a ben riflettere, è una virtù, più che un difetto. Specialmente oggi, con le crisi economiche (e non soltanto quelle), che si avvicendano vertiginosamente, facendoci perdere - come diceva il Poeta - "lo ben de l'intelletto" (e del portafoglio). L'atavico senso della misura e della sobrietà di queste due regioni non si smentisce neppure sull'argomento dell'onore e della virtù. In Liguria, infatti, dicono che A discression a l'è a moæ da virtù (La discrezione è la madre della virtù); nelle Marche, invece, le donne hanno a loro disposizione questa specie di preghiera-desiderio per augurarsi lo stretto indispensabile: Oh Signor, marit e l'unor, el gran da vend e i soldi da spend (Oh Signore - donami - il marito e l'onore, il grano da vendere ed il denaro da spendere).

Onori e òneri vanno spesso a braccetto. In Campania, senza mezzi termini, si afferma che Pure ll'onore so' castighe 'e Ddio (Anche gli onori sono castighi di Dio), significando che nessun posto di supremazia o privilegio è scevro di obblighi talora perfino fastidiosi, e richiamandosi in tal senso all'antica locuzione latina Ubi commoda, ibi incommoda. Sempre restando a Napoli e dintorni, un "uomo d'onore" viene definito n'ommo 'e ciappa, espressione determinata dall'appartenenza, in altri tempi, a importanti consorterie, la cui divisa era di solito costituita da abiti sontuosi provvisti di grosse borchie d'argento (ciappe). Per completare questo giro partenopeo, ecco un ultimo, virtuosissimo proverbio: Astìpate 'o piezzo janco pe quanno vènono 'e jiuorne nire (Conservati nello stipetto il "pezzo bianco" - uno scudo d'argento - per quando verranno le giornate nere).

Come si fa a riconoscere una persona virtuosa? Semplice: dai peli! Se i lombardi sono convinti dell'assioma Om pelus, om virtüùs, per gli umbri, ribaltando il sesso, il detto si apre ad un'imbarazzante alternativa: Donna pilosa, o matta o virtuosa. Un trittico di proverbi pugliesi-salentini invita invece a resistere alle tentazioni, ad essere lealmente pentiti di fronte ai nostri inevitabili errori, ma anche a rimanere sereni, quando siamo senza colpe e a posto con la nostra coscienza: Quandu lu diavulu te ncarizza, l'anima nde ole! (Quando il diavolo ti accarezza, l'anima vuole! - Diffidiamo, quindi, di certe persone, che vogliono blandirci e circuirci per i loro interessi); Ci ha fattu lu piccatu chianga la penitenza (Chi ha fatto il peccato pianga la penitenza - Se abbiamo sbagliato, onoriamo il nostro debito); Piccatu senza curpa de ddhru se azza se curca (Peccato senza colpa, da dove si alza si corica - Se in un certo evento non abbiamo responsabilità dirette, lasciamo che tale evento si dissolva da sé).

In chiusura, mi piace regalarvi questa scenetta dialogata, di chiara matrice napoletana, dal titolo Dalla cartomante: «- Pe ffà 'e carte quanto t'aggi 'a dà? - Mille lire! - Eccu cca'; bada però ca m'hê 'a dicere 'a pura verità... - Non dubitate, ve la dico subito: voi avete un amico che vi vuole imbrogliare negli affari. - È 'mpussibbile, pecché affari nu ne tengo. - Vostra moglie vi inganna... Ma va' là! Mujèrama è morta che so' già dieci anne! - Vedo sul fante di coppe un certo non so che... Ecco: vi sono state rubate... - Oh, chesto sí: me so' state arrubbate 'e mille lire c'aggiu dato a tte!».

Melanton