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L'OPINIONE
Tutti i libri della mia
vita
Niente parla di noi meglio della nostra
biblioteca: uno sguardo tra gli scaffali del noto giornalista, che
in cima alle sue preferenze mette i più celebri saggi dei filosofi
moderni. Oltre ad un certo romanzo d'amore...
Non sono un abituale lettore di
romanzi. Anzi, ad essere sincero, non ne leggo proprio. Il ricordo
dei soli romanzi che ho letto in tutta la mia vita risale a oltre
cinquant'anni fa - quando ne avevo una ventina, andavo ancora
all'Università (Scienze Politiche a Torino), e sognavo di diventare
giornalista, corrispondente da Mosca del Corriere della Sera - e ad
oltre trent'anni fa, quando corrispondente del quotidiano di via
Solferino lo ero diventato sul serio e mi trovavo in Unione
Sovietica. A vent'anni o poco più, i russi. Guerra pace, Delitto e
castigo, Le anime morte e via elencando; poi, a trenta, Il maestro
e Margherita e altri libri sull'Urss di Stalin e dei Gulag, dei
quali non ricordo neppure più il titolo. Sempre a vent'anni o poco
più, gli americani, Steinbeck, gli scrittori degli Stati Uniti
della Grande depressione; Hemingway, il cronista della Prima guerra
mondiale e di quella Civile spagnola, e quant'altri, la cui
scrittura, con tutto il rispetto, è più quella di giornalisti
colti, inviati speciali nella Storia, che di veri e propri
romanzieri.
Il libro che sto leggendo ora - Il cane di Rousseau, di David
Edmonds e John Eidinow (Garzanti) - sembra un romanzo ma è, in
realtà, il racconto, neppure troppo romanzato, del celebre litigio
fra due scrittori di politica del Settecento, David Hume e
Jean-Jacques Rousseau, del quale alterco ho la versione
settecentesca che ne ha dato lo stesso Hume. Già. Persino come
modesto collezionista di libri d'epoca - una passione quasi senile
-, raccolgo saggistica di Filosofia e di Scienza della Politica, di
autori che ho letto nelle edizioni commerciali, per studio o per
diletto. Li compro da tre librai antiquari di Milano, da uno di
Torino, ma anche a Londra, da uno dei più famosi al mondo, a New
York, comunicando via Internet, e a Parigi quando ci vado. Sono la
disperazione di mia moglie - il mio Amministratore delegato -
quando ne vede traccia sui rendiconti della carta di credito. Ora,
almeno fino al 2010 inoltrato, ne sono interdetto - malgrado abbia
adocchiato una bella edizione delle Memorie di Madame de Staël, da
uno dei miei due librai parigini - perché, dice, «abbiamo speso
troppo negli ultimi tempi»; per la casa, non per me, mi difendo io.
Ma inutilmente.
Questi alcuni dei miei amati autori "d'epoca". Hobbes (tutte le
Opere nella più completa edizione inglese, e in latino); Hume (i
Saggi e la Storia d'Inghilterra, quest'ultima in una splendida
edizione "in folio" del 1806, che stava all'Hermitage di San
Pietroburgo, prima di essere "nazionalizzata" e finire a Milano,
dove l'ho comprata prima che lo facessero degli architetti per
arredare la casa di qualche incolto riccone; nonché nella prima
traduzione italiana); Locke (del quale ho l'edizione seicentesca
dei Due trattati sul governo, che l'autore non firmò nel timore di
finire nei guai con il potere politico); Mandeville (La favola
delle api in un'edizione della prima metà del Settecento);
Montesquieu (nella prima edizione italiana dello Spirito delle
leggi, curata dal Genovesi, e nella terza edizione francese dello
stesso suo capolavoro, nonché nell'edizione della metà del
Settecento delle sue Opere); Adam Smith (la Teoria dei sentimenti
morali e La ricchezza delle nazioni, nelle edizioni settecentesche,
pubblicate lui ancora vivente); Rousseau (tutte le Opere, anche
queste nell'edizione settecentesca, vivente l'autore); e ancora
l'opera completa di Voltaire e Condorcet; i Principi di politica di
Benjamin Constant; Il sistema penitenziario americano di
Tocqueville (il vero oggetto del suo viaggio negli Stati Uniti, dal
quale sarebbe nato il libro che lo avrebbe reso famoso: La
democrazia in America) e la seconda edizione dell'Antico regime,
ancora di Tocqueville; la prima Storia d'Inghilterra scritta da un
cattolico; la prima edizione italiana del Trattato di economia
politica del Say, eccetera, eccetera, compresa l'edizione francese
(1796) del celeberrimo Rapporto sulla Cina dell'ambasciatore
inglese, Lord Macartney, in visita all'imperatore negli anni tra il
1792 e il 1794.
Non leggo romanzi, dicevo. Tuttavia il libro che - più di ogni
altro - è entrato nella mia vita, e ancora mi accompagna, anche se
non ne ricordo che genericamente la trama, è un romanzo del 1956,
neppure molto famoso, Il vento non sa leggere, di un autore
americano, Richard Mason, dallo stile hemingwaiano. Lo avevo
comprato che avevo meno di ventun anni - e ancora non immaginavo
quale sarebbe stata la mia vita - in una libreria di Torino, vicino
alla Stazione di Porta Nuova, chiedendo a mia madre le duemila lire
del prezzo. È la storia dell'amore tra un pilota della Raf - che
aveva combattuto contro i giapponesi, in Birmania - e una
giapponesina, miss Wei, sua insegnante di giapponese, che l'Autore
chiama Sabby, dall'attributo sabishii, che ne connotava gli occhi
allo stesso tempo allegri e malinconici. Due anni dopo - a Finale
Ligure - avrei conosciuto la ragazza che sarebbe poi diventata mia
moglie. Era piccolina, capelli neri, i tratti vagamente
orientaleggianti - molti anni dopo, in Cina, le avrebbero chiesto
se era di origini cinesi -, occhi vivaci ma anche riflessivi, per
la sua giovane età. Sabby, per me, sarebbe stata, da quel momento,
lei. La chiamo col suo nome - Marisa - solo quelle rare volte che
sono arrabbiato. Ma ancor oggi, dopo cinquantun anni che siamo
assieme, lei è Sabby, e come tale la conoscono tutti i nostri
amici. Miracoli della letteratura minore per un lettore di
saggistica!
Così, i "libri della mia vita" sono divisi, e separati, in casa, e
nelle librerie che la arredano, fra quelli "di lavoro" - le
edizioni correnti - e quelli "da collezione", le edizione
d'antiquariato. Di quelli di lavoro, che arrivano sulla mia
scrivania a tonnellate, molti in omaggio dalle case editrici, molti
altri acquistati, ne elimino via via quanti devono lasciare il
posto ai nuovi arrivi. Ad esempio, le migliaia di saggi sull'Unione
Sovietica, la Cina e il mondo comunista, raccolti nelle Università
americane, sono finiti al Centro Einaudi di Torino, del quale sono
Presidente onorario, dopo esserne stato uno dei fondatori (nel
1963) e il Direttore (dal '63 al '70); mio figlio ci ha fatto la
tesi di laurea senza metter piede fuori di casa. Altri - su fatti
del giorno, sulla politica di destra o di sinistra - li regalo dopo
aver dato loro solo una scorsa. I miei editori italiani preferiti
sono Rubbettino - che ha pubblicato tutti i "grandi" della Scuola
economica e sociologica austriaca curati dal mio amico Lorenzo
Infantino -, Liberilibri, che ha pubblicato un vecchio amico,
tragicamente scomparso, Bruno Leoni, e sta pubblicando
un'utilissima serie di testi costituzionali, dalla Magna Charta
inglese (1215) alla Dichiarazione dei diritti dell'Uomo della
Rivoluzione francese (1789), da quella dell'Indipendenza americana
(1776) allo Statuto albertino (1848), eccetera.
La saggistica che preferisco, però, è quella americana o inglese.
La Cambridge University Press pubblica una splendida serie di saggi
collettanei sui più diversi autori del pensiero politico,
filosofico e scientifico: da Hobbes a Hume, Locke, Montesquieu,
Marx, Keynes, Tommaso d'Aquino. Sono i "libri di lavoro" dalla cui
consultazione nascono gli articoli per il Corriere e, soprattutto,
le bibliografie dei miei stessi libri. Raramente leggo un libro
dalla prima all'ultima pagina e così è per quelli. Saltello da un
capitolo all'altro, magari consultando l'Indice analitico - uno dei
grandi pregi dell'editoria anglosassone - a seconda dell'argomento
che mi interessa approfondire in quel momento. Per imprimere nella
memoria i concetti ne sottolineo le righe che li riguardano e,
contando, per ora, su una buona memoria visiva, li vado a ripescare
quando è necessario. Sono giunto in tal modo alla conclusione -
dopo oltre cinquant'anni di lettura - che non c'è più nulla di
inedito: è già stato scritto tutto, basta sapere dove andarlo a
cercare. Io stesso mi rendo conto di leggere, ruminare quello che
leggo, digerirlo e poi trasferirlo nei miei scritti, magari
convinto di aver detto una cosa particolarmente intelligente, salvo
accorgermi poi che l'avevano già detta, e io l'avevo letta e
digerita: Aristotele piuttosto che Smith o Constant. I "libri della
mia vita"? No, diciamola tutta: la mia
vita. |
Piero Ostellino
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