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E il pittore scoprì la montagna

Dai grandi movimenti filosofici le profonde influenze esercitate sull'arte figurativa. Che nel XIX secolo, con il Romanticismo, "scoprirà" il fascino delle vette

La storia della pittura della montagna, che risale alla scoperta delle Alpi, quando esse, nell'ultimo quarto del Settecento, iniziarono ad essere oggetto di studio e osservazione, segue e ricalca soprattutto i grandi movimenti letterari e filosofici che maturarono la propria evoluzione nel XVIII e XIX secolo.

Per lungo tempo, infatti, le montagne furono considerate, nell'immaginario Paul Cézanne, 'La montagna Sainte-Victoire' collettivo, dimora di animali feroci e mostri fiabeschi, e pertanto non erano né da contemplare, né elemento di ricerca artistica. Nessuna meraviglia quindi che i pittori ne abbiano dato a lungo un'immagine sintetica, basata su convenzioni. Certamente vi furono eccezioni, come l'ascensione sul Mont Ventoux di Francesco Petrarca nel 1335 e, in pittura, gli acquarelli dei paesaggi montani di Albrecht Dürer, in occasione del suo primo viaggio in Italia nel 1494, o gli sfondi rocciosi della Sant'Anna e della Gioconda di Leonardo, o le tele di pittori veneti come Bassano e Tiziano, o quelle della scuola dei paesaggisti francesi.

Il risveglio d'interesse per i monti coincide con il richiamo di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) ad un riavvicinamento dell'uomo alla natura. I pittori cominciarono a considerare la montagna con i propri occhi, sulla scia dell'interesse primario per essa: in particolare per quell'aspetto scientifico ispirato e sostenuto dall'Illuminismo e dal Positivismo pragmatico.

Le Alpi diventano centro di attenzione da parte delle nuove generazioni di intellettuali: è la passione per la natura intatta e selvaggia che spinge, oltre agli artisti, anche i letterati ad avvicinarsi ai grandi "contrafforti" alpini. Le Alpi sono ormai considerate "luogo dello spirito". Se Rousseau le aveva trasformate in "fonti dell'umanità", più tardi Goethe, nel Monte Bianco, avrà modo di ritrovare "l'espressione suprema della natura". La nuova immagine modifica anche le vie consolidate del "Grand Tour". Si aprono così nuovi itinerari come il viaggio autour du Mont Blanc. Le montagne sono ora il cuore di un percorso pittoresco che affascina i colti viaggiatori.

Nel campo figurativo due sono le direzioni in cui si esprime questo cambiamento: quella che vede impegnati topografi e geografi in grandi imprese cartografiche, e quella generata dall'affermarsi di una nuova categoria di bellezza che traduce quell'insieme di attrazione e di repulsione per l'irregolare, che risente ancora dell'influsso di miti e leggende. Così i picchi sono a volte esasperati nella loro verticalità, i ghiacciai minacciosi, nonostante lo sforzo inteso a raggiungere una plausibile oggettività.

In un dipinto del pittore svizzero Gaspar Wolf (1735-1783, contemporaneo del naturalista De Saussure), che pure non aveva il pittoresco o il sublime come obiettivo estetico della sua opera, si nota la presenza dell'arcobaleno (Paesaggio alpino con arcobaleno, 1778), fenomeno quasi irrepetibile e magico, che sarà uno dei temi dominanti della "pittura romantica". L'artista, di fronte a questi spettacoli grandiosi della natura, si sentirà «piccolo e inerme»: un approccio, un sentimento, da cui scaturirà quella che sarà chiamata «l'estetica o la poetica del sublime».

La montagna sarà un soggetto d'elezione. Le descrizioni emozionate dei letterati troveranno rispondenza nelle tele in cui i pittori cercheranno di rendere le particolarità delle luci e dei colori dell'alta montagna, lo splendore dei ghiacciai sotto il sole, il candore delle nevi, le vertiginose altezze dei picchi, l'oscura profondità dei precipizi, l'ampiezza verdeggiante delle vallate, lo scorrere impetuoso delle acque. Con il Romanticismo, agli inizi dell'Ottocento inizia una nuova epoca che si esprime attraverso la venerazione della natura. Le montagne incorporano, per l'uomo romantico, e in particolare per il pittore, l'idea dell'eterno di fronte alla caducità temporale di tutto ciò che è umano.

In questo periodo, i monti sembrano fatti apposta per incontrarsi con la sensibilità degli artisti; i quadri esprimono l'attrazione verso uno straordinario in cui le montagne appaiono idealmente "cattedrali della terra" e i monti diventano metafora dello spirito. I pittori romantici, alla cui ispirazione si unisce lo slancio passionale e la curiosità scientifica, sono molto attenti allo studio delle masse, delle strutture architettoniche e dei profili geometrici delle cime. Nell'interpretazione romantica della pittura di montagna si distinguono particolarmente i tedeschi, in specie con Caspar David Friedrich, gli inglesi con William Turner e gli svizzeri.

Turner (1775-1851) scopre la montagna nel 1802, in occasione di un suo viaggio attraverso le Alpi. Il pittore vi troverà ispirazione per alcune opere come, ad esempio, la Bonneville in Savoia con il Monte Bianco (1802) o La grande cascata di Reichenbac (1804). Turner elabora uno stile personale improntato sugli effetti di luce che devono tradurre nella tela le componenti sovrannaturali intuite nel paesaggio: il mistero delle grandi forze oscure della montagna o la vertigine sull'orlo di un precipizio. I suoi quadri sono paesaggi in cui trionfa la luce ove essa crea il mito di una natura in perpetuo movimento. Friedrich (1774-1840) è il maggiore pittore romantico tedesco: dedicherà tutta la sua vita alla pittura del paesaggio, che potrà essere definito dello "spirito". Nel 1810 è nelle regioni montagnose del Riesengebirge: lo scenario imponente delle montagne lo impressionerà notevolmente. Nel 1825 dipinge il Watzmann: la vetta in cui si intravede la solitaria malinconia dell'immagine. Il quadro sembra trasmettere la sensazione di solenne grandiosità degli edifici antichi della natura e dell'uomo, unita a una suggestione tipica del mondo tenebroso e orrido del Romanticismo.

Ma è nella seconda metà dell'Ottocento che la veduta di montagna conosce una grande fortuna, alimentata da cause concomitanti. La prima è l'indiscussa affermazione del Realismo nella pittura dell'Ottocento, con espressioni diversificate nelle scuole di Parigi, Amburgo, Monaco, Vienna. Edward Compton, nato a Londra ma vissuto a Monaco, può essere considerato il "maestro" del Realismo della montagna. Avranno seguito anche pittori come Koller a Monaco, Kock in Tirolo, Alberto Gos in Svizzera e Gustave Courbet in Francia.

Entrano in gioco anche le conquiste delle cime alpine e la crescita dell'escursionismo al seguito delle grandi imprese. Come la conquista del Cervino da parte dell'inglese Edward Whymper nel luglio 1865, montagna che John Ruskin definì «il più nobile scoglio dell'Europa». Importanti i resoconti scritti ed illustrati delle ascensioni, che saranno pubblicati sulla stampa: il contributo più grande alla diffusione della conoscenza della Alpi fu dato con l'uscita di due libri, The Playground of Europe di Leslie Stephen e Italian Alps di Douglas W. Freshfield. La maggior parte di questi autori apparteneva al prestigioso Alpine Club costituito a Londra nel 1859, cui seguirà nel 1863 la fondazione del Club Alpino Italiano per iniziativa di Quintino Sella.

In tale contesto merita essere rammentata la Esposizione Nazionale Alpina, organizzata nell'ambito della Esposizione Nazionale di Torino del 1884, che fu occasione per esporre anche vedute pittoriche. Così diversi artisti divennero "alpinisti", salendo in quota per dipingere. Si verifica un cambiamento nei rapporti dell'uomo con la natura che influisce non poco sulla visione e nel modo di dipingere. Se Romanticismo e Realismo avevano considerato la natura con gli occhi dello spirito, ecco che con la nuova epoca si cerca di individuarla attraverso l'azione sui sensi, di captarla nelle sfumature del colore, nel fluire della musica, nella qualità della luce. I pittori usciranno dai loro studi portando i cavalletti all'aria aperta, nelle alte valli, tra i monti o nei campi soleggiati per contemplare e fissare la dissociazione dei colori, i toni intermedi: nascono così Impressionismo e Divisionismo. Con il primo vi è il superamento simultaneo del "classico" e del "romantico": vi è avversione per l'arte accademica, disinteresse per il soggetto e preferenza per la natura e il paesaggio. L'orientamento è per un lavoro en plein air, per uno studio delle ombre colorate e dei rapporti tra tinte complementari. Si vuole un contatto più diretto con la natura, teso alla ricerca delle espressioni e delle sensazioni che essa emana con le sue luci, le sue tonalità, le sue metamorfosi.

Dal punto di vista della montagna, possiamo dire che i grandi pittori impressionisti francesi sono davvero pigri. Monet, Manet, Renoir dipingono la natura ma soprattutto straordinarie scene di vita mondana. Tra tutti, solo uno si differenzia, Paul Cézanne: nel 1862 egli inizia a dipingere all'aperto, e subito nelle sue tele appare la montagna, quella della Provenza. Gli scenari tuttavia non hanno il fascino giocondo delle opere degli impressionisti ed esprimono la forte tensione interiore dell'artista. La montagna, comunque, diviene la protagonista della sua tela, dipinta con colori spessi e viscosi, ed esprime una forza in grado di conciliare e di superare la scissione tra uomo e natura. Il colore ha la forza di sintetizzare il lontano e il vicino, togliendo agli oggetti i loro confini, collegandoli in un contesto di gradazioni cromatiche: così i paesaggi e le montagne risulteranno ben strutturate. Dal villaggio di Gardanne il pittore vede la catena della Montagna Sainte-Victoire: nei diversi quadri ad essa intitolati, l'artista intride il paesaggio del suo stato d'animo e delle sue emozioni, evidenziando i grandi spaccati e la mole del monte, che si erge improvvisa nel centro del dipinto e lo riempie fino al margine in una intensità di colori decisi con una fitta gradazione cromatica.

In Italia, dove ancora si risente di una situazione romantica con il veneziano Francesco Hayez, non mancherà l'influenza e l'affermazione di siffatta nuova esperienza artistica, che maturerà nell'ultimo periodo dell'Ottocento e si svilupperà prevalentemente a Milano e poi a Roma. La pittura "divisionista", inaugurata da Giovanni Segantini, denota un'evidente ripercussione del Neoimpressionismo francese e ben presto attrae un discreto numero di artisti, tra cui Gaetano Previati, che alla morte di Segantini ne diverrà la figura trainante.
Abbandonata la pittura a impasti, macchie e velature delle precedenti esperienze, i pittori cominciano a sperimentare una tecnica basata sulla scomposizione dei colori nelle loro componenti primarie che, invece di essere mischiate sulla tavolozza, vengono stese sulla tela in un sistema di misuratissimo accostamento di complementari, che affida alla proprietà fisiologica dell'occhio il compito di integrare le tinte nell'atto percettivo. I pittori, sulla spinta di quanto fatto da Segantini, risaliranno le vallate alpine in cerca di una solitudine lontana dalla città, assetati di una rinnovata purezza morale. Potranno così avere nuove fonti di ispirazione nell'incorrotto paesaggio alpino, fino a "perdersi" nella contemplazione delle vette e dei ghiacciai, ove la neve dell'alta montagna diviene nuovo simbolo della natura.

È comunque Giovanni Segantini il "pennello" che ha saputo dare un'anima alla montagna, rivestendola di spiritualità: tutto è luce nella sua arte, tutto è incrocio di gioia e di dolore nei suoi colori. La natura fu e rimase sempre per il pittore il fulcro dei cambiamenti del suo linguaggio pittorico. Nato ad Arco di Trento nel 1858, egli ebbe una vita dal ritmo irrequieto: il suo vagabondare lo spinse verso la montagna, che divenne la sua più fervida e costante ispiratrice. Dalla pianura lombarda, ove si era trasferito, andrà tra i monti dell'Engadina, in quella Svizzera dove si affermerà e dove si "definì" la sua arte. Le figure, gli ambienti, i colori danno una tale vita alla sua pittura da rilevare l'ansia che si trascina nel suo cuore. Segantini aveva tutte quelle doti di poesia suggestiva indispensabili per immettere nel silenzio delle montagne una vibrazione quasi spirituale che reca gioia, vita, soprattutto "simbolismo", di cui egli sarà uno dei principali esponenti, l'unico capace di restituire alla montagna quel suo fascino di «luogo di simbolo e di rivelazione». Era il settembre del 1899 quando, salendo sul Monte Schafberg per terminare il trittico La vita, la natura, la morte, lo colse un'improvvisa febbre, costringendolo a rifugiarsi in una solitaria e misera capanna ove il suo sguardo attinse agli ultimi sprazzi di luce che la natura alpestre gli avrebbe dato come viatico.

Contemporaneamente all'ultimo periodo dell'Impressionismo e del Divisionismo, si fa strada l'Espressionismo, il cui massimo interprete del paesaggio alpestre è sicuramente lo slavo Oskar Kokoschka. I suoi quadri del Vallese, di Chamonix con il Monte Bianco, del Cervino o delle Tre Croci nelle Dolomiti sono una ricerca di espressione coloristica e di trasfigurazione della natura. In Italia, dall'incontro di Giorgio De Chirico con Carlo Carrà, nasce nel 1917 una scuola pittorica chiamata "Metafisica", a cui aderiranno in forme diverse altri artisti, come Sironi e Casorati; altri ancora, a partire dal 1921, andranno a confluire nel gruppo denominato "Novecento". Carrà fu anche pittore di montagna: lo troviamo, infatti, impegnato sulle Alpi Apuane, sui rilievi della Valsesia, a Varallo, all'Aprica. Suoi dipinti sono, ad esempio, Paesaggio alpestre, Tramonto sui monti, Case e monti. In questi paesaggi di montagna egli contrappone all'effetto disintegrato su piani multipli dei cubisti, i suoi volumi reintegrati in una sorta di movimento più aperto.

Alcuni quadri di Mario Sironi raffiguranti la montagna mettono invece a nudo angosce e abissi della condizione umana, con immagini del tutto aderenti alla sua visione del mondo: tele che appaiono scabre e deserte, dure, quasi folgoranti visioni allucinate alla ricerca del primordiale, ove i colori non possono che adattarsi a questa filosofia con una degradazione cromatica verso il grigio. Il suo linguaggio simbolico trova proprio nella montagna, immobile protagonista stilizzata del paesaggio, un forte tema ispiratore.

Il nostro viaggio può fermarsi con Francesco Casorati, colui che "dipinge la pittura". Per lui la montagna non è semplice paesaggio, ma è una "meta-montagna" che racconta di se stessa. L'albero e il monte è uno dei casi: si avverte un bisbiglio, un brusio attraverso cui il paesaggio narra la propria fiaba. La montagna ora rivela echi: ci parla, si parla…

Un mistero, il suo, che giunge sino ai dipinti di Michelangelo Antonioni.
G. Di Vecchia