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L'Arte di stupire

Nasce nei primi due decenni del Novecento un movimento in cui conversero artisti giocosi, ironici che vollero esplorare stili completamente diversi dal passato

Marcel Duchamp, 'La Gioconda L.H.O.O.Q.' Ce l'avevano con l'Impressionismo e l'Espressionismo, con il Classicismo e il Manierismo, con il Romanticismo e il Verismo, ma anche - e perfino - con il Cubismo e il Futurismo. Loro erano Dada, e basta. Per la negazione dell'arte e il rifiuto di qualunque stile. Erano per la casualità promossa a regola. Insolenti, irriverenti, provocatori e - se è lecito impiegare un termine del genere - maleducati.
E poi - per chiarire meglio quali fossero le armi in loro possesso per smantellare l'edificio secolare dell'estetica, e dei suoi contenuti - misero in campo una massiccia dose di follia, indispensabile per disegnare i baffi sulla Gioconda (come farebbe un qualunque bambino impertinente) o per esporre in una mostra un orinatorio rovesciato (intitolandolo Fontana, opera di Duchamp, come la Monna Lisa baffuta), o per ritrarre una modella nuda di spalle, con un turbante in testa e le effe del violino e del violoncello dipinte sulla schiena ridotta a cassa armonica, intitolandola Violon d'Ingres, sbertucciando un Maestro della pittura ottocentesca. Tutto questo è Dada, con l'ironia e lo sberleffo di chi è convinto che «una risata li seppellirà» (tutti gli artisti dei secoli e degli anni precedenti).
Senza mai prendersi sul serio. Ma seminando lo sgomento fra i critici autorevoli, abbattendo ogni criterio estetico, distruggendo la forma, e incrinando le certezze degli spettatori. Dada fu un movimento sovversivo, ma non rivoluzionario. Questa sottile distinzione fu proposta, quindici anni fa, da Giovanni Lista, curatore della mostra antologica Dada, l'arte della negazione, che riscosse un grande successo al Palazzo delle Esposizioni di Roma: «Dada non volle costituirsi come avanguardia, schierandosi anzi esplicitamente "contro il futuro", cioè contro ogni mitologia rivoluzionaria. Fu questo il carattere specifico del Dadaismo: in altre parole, non tanto l'assenza di un programma definito, o addirittura l'incapacità a porsi come forza propositiva per nuove utopie, quanto piuttosto la scelta lucidamente rivendicata dell'esclusione di ogni fantasma rivoluzionario. Dada rifiutava di formulare un qualsiasi progetto per l'avvenire, faceva anzi di tutto affinché l'uomo si rendesse capace di rinunciare definitivamente alla speranza del futuro, distruggendo in se stesso tutto ciò che può portarlo a costruire nuove utopie».

CHE VUOL DIRE? Innanzitutto il nome. Da quasi cent'anni storici e critici s'azzuffano per decifrare il senso di questa parola di una sola sillaba ripetuta. Richard Huelsenbeck (uno dei fondatori del movimento) raccontò di aver scelto il nome durante una lettura dello scrittore Hugo Ball (anche lui dadaista della prima ora): «Mi aveva colpito una parola sconosciuta: dada. Dada, lesse Ball, e aggiunse: «È un termine infantile che vuol dire cavalluccio. Capii allora i vantaggi che esso ci offriva. Il primo suono del bambino esprime il primitivo, l'inizio da zero, il nuovo della nostra arte». Il cavalluccio a dondolo. Francis Picabia, uno degli artisti di punta del movimento, si fece fotografare su un cavallo a dondolo, per sottolineare la genialità dell'etimologia. Ma per anni furono in parecchi a contendersi l'invenzione. I dadaisti parigini ne attribuirono il merito a un padre indiscusso del movimento: il poeta rumeno Tristan Tzara. E quando il pittore Hans Arp sostenne di essere lui ad aver coniato il nome, Tzara lo obbligò a una smentita che apparve sulla rivista del movimento: «Dichiaro che Tristan Tzara trovò la parola Dada l'8 febbraio 1916 alle sei di sera. Ero presente con i miei dodici figli quando Tzara pronunciò per la prima volta questa parola che destò in noi tutti un entusiasmo legittimo». Il tono della rettifica era strafottente, e interpretava lo stato d'animo prevalente fra i dadaisti: il clima giocoso (infantile) che animava le loro discussioni.
Maestro in questi giochi era proprio Tristan Tzara, il cui vero nome era Sami Rosenstock (lo pseudonimo significa "triste nel proprio Paese", con un riferimento polemico al trattamento ricevuto dagli ebrei in Romania).
Tzara fornì una serie di spiegazioni impeccabili (nella loro assurdità) della filosofia dada. «È un'assicurazione contro gli incendi». Ovvero: «Non è niente, come dire che è tutto». Oppure: «Dio e il mio spazzolino sono Dada, e anche i newyorkesi possono essere Dada, se non lo sono già». O ancora, in puro ermetismo: «Libertà, dada, dada, dada, urlio di colori increspati, incontro di tutti i contrari e di tutte le contraddizioni, di ogni motivo grottesco, di ogni incoerenza: la vita». Gli altri gli fecero eco. Richard Huelsenbeck: «Dada è il sole, dada è l'uovo. Dada è la polizia della polizia». Hans Arp: «Dada è bello come la notte che culla tra le braccia il giovane giorno». Hugo Ball: «Ciò che noi chiamiamo dada è una follia sorta dal niente, nella quale entrano in gioco tutte le domande più alte».
Ball inventò le poesie onomatopeiche. Nel Cabaret Voltaire di Zurigo (che fu una delle capitali del Dadaismo) recitava versi come questi: «Gadji beri bimba glandridi laula lonni cadori / gadjama gramma berida bimbala glandri galassassa / laulitalomini gadji beri bin blassa glassala laula lonni / cadorsu / sassala bim gadjama tuffm i zimzalla binban gligla wowolimai...». Eccetera eccetera. Non il gramelot di Dario Fo (una lingua medievale di fantasia che non nasconde il significato), quanto piuttosto la neolingua usata da Panurge nel Gargantua e Pantagruel di Rabelais: «Al barildim gotfano dech min brin alabo dordin falbroth ringuam albara».

LA CASUALITÀ. Tzara spiegò accuratamente la ricetta con la quale comporre una poesia dada: «Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l'articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l'articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l'altro disponendoli nell'ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompreso dal volgo». Lo stesso procedimento fu applicato da Hans Arp in un famoso dipinto: Quadrati disposti secondo le leggi del caso. Ritagliò alcuni quadrilateri irregolari colorati e li fece cadere su un cartoncino.
«Dada», scrisse Tzara, «è uno stato d'animo. Per questo si trasforma secondo le razze e gli eventi». Maria Elisa Tittoni, storica dell'arte, sostiene che «la vitalità» del Dadaismo «segue l'andamento di un fiume carsico, che inabissandosi in rivoli sotterranei torna poi prepotentemente alla luce in determinati momenti storici capaci di farlo germogliare. È nelle fasi di profonda trasformazione del nostro secolo, quando ideali e valori apparsi come solidi e insostituibili punti di riferimento entrano in crisi, che torna alla ribalta lo "spirito dada". Questo, connotato dall'istinto alla contestazione, al rifiuto, alla distruzione, esprime la volontà di fare "tabula rasa" di tutto il patrimonio etico ed estetico accumulatosi nel passato. Anche in situazioni storiche tra loro lontane nel tempo, l'eredità di Dada è disponibile a trasformarsi, ad essere riletta secondo i parametri culturali del momento».
L'eredità è sotto gli occhi di tutti. Gran parte dell'arte moderna risente dello schiaffo dada, in misura forse maggiore di quanto non sia stata influenzata da altri movimenti artistici del secolo scorso. Contestazione, rifiuto e distruzione sono vocaboli cari a molti artisti contemporanei. La sovversione è un sentimento comune a molti pittori di oggi. Come lo sberleffo. Per non parlare poi delle tecniche innovative adottate quasi cent'anni fa dai dada: i collage, i fotomontaggi, l'impiego di ogni genere di materiale da utilizzare sulle tele. Gli assemblaggi di Kurt Schwitters prevedevano l'uso di oggetti di recupero, frammenti di elementi disparati come legno, fil di ferro, cartone, bottoni, biglietti del tram, buste, stoffe, colori a olio, francobolli, piume di gallina, chiodi, ferri, sassi, messi insieme senza un ordine logico né gerarchico. Hans Richter ha ricordato il clima di incessante creatività in cui operava Schwitters, che «incollava, inchiodava, componeva musica, faceva collages, declamava, fischiava, abbaiava e amava. E tutto urlando, senza curarsi delle persone, del pubblico, di qualsiasi tecnica, della tradizione artistica e di se stesso. Faceva tutto, e per lo più tutto contemporaneamente». Quante performance degli artisti di oggi (e quanti happening) sono discendenti diretti delle esibizioni improvvisate allora! Gli specchi frantumati a mazzate da Michelangelo Pistoletto all'Arsenale nella Biennale di Venezia somigliano molto alle invenzioni dada.

UNITI DALLE DIFFERENZE. Lo spirito anarchico e libertario era l'unico elemento che univa tutti i dadaisti. Ma proprio queste qualità consentivano che sotto quest'etichetta convivessero personalità artistiche profondamente diverse (talvolta antitetiche) fra di loro. André Breton (che fu uno dei capiscuola dada, prima di diventare l'ispiratore del Surrealismo) dichiarò: «Sono soprattutto le differenze che ci uniscono». I dadaisti svizzeri furono politicamente neutrali, come il Paese nel quale operavano. I tedeschi ebbero fra i primi obiettivi quello di combattere contro il militarismo (entrando in violenta polemica con i futuristi, che si arruolavano volontari e propagandavano l'interventismo) e dopo la guerra si schierarono apertamente contro il nazismo. Quelli francesi badavano più agli aspetti culturali, in un ambiente artistico particolarmente vivace ed effervescente, ed ebbero fra i loro santoni Guillaume Apollinaire, André Breton, Tristan Tzara, Louis Aragon e Philippe Soupault. New York, allo scoppio della Prima guerra mondiale, divenne l'approdo e il rifugio di molti artisti europei. In particolare Francis Picabia e Marcel Duchamp strinsero legami solidi con Man Ray, creando una specie di colonia americana che stimolò la fondazione di alcune delle più prestigiose raccolte d'arte contemporanea (prima fra tutte quella di Peggy Guggenheim). Picabia sviluppò il linguaggio meccanomorfo, inventando congegni tecnici surreali e macchine complicate quanto inutili, con l'obiettivo di «raggiungere l'apice del Simbolismo meccanico». Man Ray e Duchamp approfondirono l'aspetto ironico, abbattendo ogni categoria tradizionale del gusto, e dell'arte intesa come esaltazione della bellezza. Man Ray inventò i rayogrammi, collocando oggetti direttamente sulla carta fotosensible ed esponendoli temporaneamente alla luce (Tzara le definì "fotografie a rovescio"). Duchamp - oltre ai baffi della Gioconda - inventò i ready-made. Montò, per esempio, su uno sgabello di legno una ruota di bicicletta, orientandola verso l'alto. E riscosse un invidiabile successo con le "sculture già compiute". Pronte da vendere, dopo averle acquistate così com'erano e aver aggiunto soltanto un titolo. Tzara commentò asciutto: «Dada: un affare che rende bene».
«I dadaisti», ha scritto lo storico dell'arte Dietmar Elger, «furono abili strateghi, capaci di stuzzicare le aspettative del pubblico pur continuando a perseguire un effetto destabilizzante. La sorpresa, lo shock, lo scandalo erano accuratamente pianificati, così come erano preventivate le reazioni del pubblico e delle autorità: le conferenze dadaiste non mancavano di suscitare l'auspicata resistenza da parte del pubblico, e le manifestazioni erano spesso interrotte da schiamazzi o tumulti. Numerose furono le riviste dadaiste censurate, le mostre chiuse, le opere esposte confiscate e gli artisti occasionalmente arrestati. Crescendo le aspettative del pubblico, desideroso di intrattenimento, le provocazioni dadaiste persero la loro efficacia cadendo nel vuoto. Il sorriso sarcastico del Dada, cavallo di battaglia dei dadaisti, fu rimpiazzato dal sorriso divertito del pubblico. Dada fallì non da ultimo sotto il peso del suo stesso successo».
Dada fu un autobus su cui salirono in molti. Dopo alcune fermate, ognuno prese la sua strada. Molti aderirono al Surrealismo (come Max Ernst), altri si dispersero fra i tanti movimenti artistici nati sulle ceneri del Dada. Che ha finito per influenzare la visione dell'arte nei decenni seguenti. Basta visitare le mostre contemporanee per rendersene conto.

Max Remondino