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I limoni di Camilleri

Sono gli agrumi siciliani per eccellenza. Gialli, come i romanzi del mistero e del delitto. Aspretti, solleticano e pizzicano come un motto di spirito. Non ci viene in mente qualcuno?

Se c'è un luogo dove tutti o quasi torniamo volentieri, quello è l'infanzia. Usiamo volutamente la parola "luogo", perché riteniamo che l'infanzia, come tutte le stagioni della nostra vita, si trovi all'interno di uno spazio più grande, a tutti gli effetti fisico: la memoria. Quest'ultima, a sua volta, si trova dentro di noi. Ciò che è vissuto resta con noi fino alla fine, come una ruga sul volto che non andrà più via, un segno del tempo che ci accompagnerà per tutto il cammino. Così funzionano i ricordi. E la domanda per il Maestro, a questo punto, sorge spontanea.

Camilleri bambino: i genitori erano disperati?
«No, assolutamente. O meglio. In effetti, a un certo punto mi dovettero portare in collegio, perché ero un irriducibile, ma il problema non nasceva da me. Ero al tempo stesso un discolaccio e il prototipo del figlio unico beneducato e controllato. Vediamo di spiegare: io frequentavo le scuole pubbliche del mio paese, e così i miei compagni erano figli di scaricatori del porto, carrettieri, gente così. Anche i bambini erano forzuti, abituati a menare le mani e a farsi rispettare. Nel suddetto contesto, a me non poteva certo interessare il fatto di primeggiare per il mio stile di scrittura in italiano. La faccenda era più grave e impellente. Io non volevo essere messo sotto da nessuno, e quindi giù a cazzotti, sassate, guerre per bande, eccetera. Tutto qui. Si doveva sopravvivere, e mi sono adattato».

Camilleri adulto: a chi è toccato disperarsi?
«Anche in questo caso a nessuno, francamente. Sono un adulto ragionevole, nella media della ragionevolezza umana».

Il momento più bello della sua vita?
«È la vita intera il momento più bello. Ma per andare a qualche episodio concreto, dovrei riferirmi alla vita privata: gli eventi familiari, l'amore, le nascite. Per esempio sono arrivato a 53 anni di matrimonio, comincia a essere quasi una cosa seria».

I momenti più divertenti?
«Quelli sono tanti, perché ho sempre saputo cogliere gli aspetti comici, anche negli accadimenti più drammatici. In ogni cosa ci sono le pieghe, i risvolti di vario tipo, e fortunatamente mi è sempre riuscito spontaneo trovare il lato esilarante delle cose. Tanto per dire la più grossa, a me venne da ridere al funerale di mio padre, che pure amavo follemente. Vidi in salita i portatori delle corone funebri, che sembravano come incorniciati. Erano facce di bevitori, tutti rossi in viso, una scena grottesca».

I momenti più difficili, invece?
«I primi tempi romani, nella giovinezza. Quando cercavo lavoro e avevo pochissimi soldi. Dovevo riuscire a mangiare, per essere concreti. Come si dice, il problema era arrivare al giorno dopo. Erano difficoltà pratiche, mai psicologiche, e comunque non ho vissuto momenti proprio neri. Pensavo sempre che prima o poi sarebbe passata, che in futuro le cose sarebbero andate meglio».