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Cosa condiziona le scelte importanti
della vita? Probabilmente tanti momenti, magari dimenticati, della
propria infanzia. Ce lo racconta in questo sentito ricordo la
giornalista, conduttrice di RDS.
Scavarsi dentro per capire chi si è. Per trovare risposte a tanti
perché e ai motivi che hanno accompagnato le tue scelte, quelle
importanti, quelle che ti hanno portato a intraprendere una strada
piuttosto che un'altra, a essere quello che sei. Più scavi, più
scopri; nel substrato dei ricordi e delle esperienze, ecco che
riemergono immagini, fotogrammi ingrigiti, episodi dimenticati. È
come comporre un puz-zle, come riaprire un "cold case", un caso
freddo: un buon investigatore prova a ricollocare tasselli, a
reinterpretare le prove, ad analizzare nuove piste. Tre le domande
che attendono risposte: dove, quando, perché. Scopri così che la
memoria, quell'affascinante e sorprendente meccanismo che
accompagna la tua vita, ti regala inediti spunti per formulare
ragionevoli ipotesi in grado di soddisfare i tre quesiti. Comprendi
allora che alcuni fatti, vissuti anni addietro come spettatore non
del tutto consapevole, hanno segnato in realtà la tua formazione e
il tuo destino. Ricordo, ad esempio, la mattina del 16 marzo del
1978, quando un'edizione straordinaria del TG1 annunciò il
rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana. Ricordo poi,
con le emozioni che riaffiorano, come quei cinquantacinque giorni
del sequestro condizionarono anche la mia quotidianità. Non avevo
ancora sei anni e vivevo in caserma, nell'alloggio di servizio
della Compagnia di Castel Gandolfo. Mio padre era il capitano dei
Carabinieri, e quel giorno lo vidi uscire con il giubbotto
antiproiettile. Era la prima volta. Mi chiesi e domandai a cosa
servisse. «Tuo padre è fuori per servizio, deve andare a Roma», mi
spiegò mia madre. A poco a poco mi resi conto di quanto fosse lungo
e particolare, quel servizio, che poi scoprii essere una caccia
alle Brigate Rosse; ascoltavo di nascosto i discorsi delle mogli
degli altri carabinieri, notavo mia madre che sobbalzava ad ogni
squillo del telefono, sentivo che dall'altra parte della cornetta
c'era il centralinista che diceva: «Signora, tutto bene, ma questa
notte suo marito non torna». Non posso dimenticare, poi,
l'attenzione di mia madre alle notizie del telegiornale, l'unico
momento in cui cercava di imporre a noi quattro figli il silenzio.
E ancora: mio padre, dal giorno del rapimento di Aldo Moro a quello
dell'omicidio, tornò a casa poche volte. Lo accompagnavano il
turbamento, la preoccupazione, la stanchezza, celati da un sorriso
che valeva una rassicurazione, per noi e per la mamma. Quel lontano
1978 segnò una svolta, non soltanto per le pagine di storia
recente, ma anche per il mio modo di essere e di pensare:
condizionò, insomma, la mia crescita. Fu proprio allora che
cominciai a percepire il senso di appartenenza, a indossare,
metaforicamente, quell'uniforme che distingueva il mio papà e i
suoi colleghi da quasi tutti gli altri padri; fu allora che iniziai
a provare interesse verso tutti quei fatti che richiedevano un
coinvolgimento dei Carabinieri. Curiosità, ma non solo; desiderio
di conoscere, di approfondire, di dire la mia, nonostante fossi
ancora una ragazzina. Insieme a tutto ciò, l'orgoglio di essere, in
qualche modo, "figlia dell'Arma", con quel berretto in testa
provato e riprovato mille volte davanti allo specchio, con quella
divisa indossata a carnevale per una grande festa, portata non come
una maschera, ma come un vanto. Quindi gli anni dell'adolescenza,
con il sogno che anche le donne potessero entrare nei Carabinieri,
con il desiderio di trovare un lavoro che mi consentisse di parlare
ancora di loro. Nasce così l'amore per il giornalismo, per quel
settore, la cronaca nera, che ti porta nelle caserme di tutta
Italia, con la gioia di conoscere a fondo gradi e meccanismi che
contraddistinguono la grande famiglia dell'Arma. In tante occasioni
ho rivisto persone che avevo conosciuto da bambina, con le quali
finalmente potevo dire la mia da adulta. In tante altre la domanda
ricorrente era: «…Lei è la figlia del colonnello, del generale…? ».
Sempre, però, quando insistevo per avere una notizia in più, la
risposta dei miei interlocutori era: «Sei figlia d'arte, lo sai che
certe cose non possiamo rivelarle, svelarle…». Insomma, la figlia
dell'ufficiale dei Carabinieri, tra i carabinieri, doveva sempre
comprendere: silenzi e circostanze. Nulla di tutto ciò oggi è
cambiato, neanche il mio sorriso rassegnato di fronte a certe
risposte… Le stesse, o quasi, che ricevevo quando ero
piccola.
Enrica Cammarano |