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Ospiti di riguardo: Enrica Cammarano

La mia Arma

Cosa condiziona le scelte importanti della vita? Probabilmente tanti momenti, magari dimenticati, della propria infanzia. Ce lo racconta in questo sentito ricordo la giornalista, conduttrice di RDS.


Enrica Cammarano Scavarsi dentro per capire chi si è. Per trovare risposte a tanti perché e ai motivi che hanno accompagnato le tue scelte, quelle importanti, quelle che ti hanno portato a intraprendere una strada piuttosto che un'altra, a essere quello che sei. Più scavi, più scopri; nel substrato dei ricordi e delle esperienze, ecco che riemergono immagini, fotogrammi ingrigiti, episodi dimenticati. È come comporre un puz-zle, come riaprire un "cold case", un caso freddo: un buon investigatore prova a ricollocare tasselli, a reinterpretare le prove, ad analizzare nuove piste. Tre le domande che attendono risposte: dove, quando, perché. Scopri così che la memoria, quell'affascinante e sorprendente meccanismo che accompagna la tua vita, ti regala inediti spunti per formulare ragionevoli ipotesi in grado di soddisfare i tre quesiti. Comprendi allora che alcuni fatti, vissuti anni addietro come spettatore non del tutto consapevole, hanno segnato in realtà la tua formazione e il tuo destino. Ricordo, ad esempio, la mattina del 16 marzo del 1978, quando un'edizione straordinaria del TG1 annunciò il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana. Ricordo poi, con le emozioni che riaffiorano, come quei cinquantacinque giorni del sequestro condizionarono anche la mia quotidianità. Non avevo ancora sei anni e vivevo in caserma, nell'alloggio di servizio della Compagnia di Castel Gandolfo. Mio padre era il capitano dei Carabinieri, e quel giorno lo vidi uscire con il giubbotto antiproiettile. Era la prima volta. Mi chiesi e domandai a cosa servisse. «Tuo padre è fuori per servizio, deve andare a Roma», mi spiegò mia madre. A poco a poco mi resi conto di quanto fosse lungo e particolare, quel servizio, che poi scoprii essere una caccia alle Brigate Rosse; ascoltavo di nascosto i discorsi delle mogli degli altri carabinieri, notavo mia madre che sobbalzava ad ogni squillo del telefono, sentivo che dall'altra parte della cornetta c'era il centralinista che diceva: «Signora, tutto bene, ma questa notte suo marito non torna». Non posso dimenticare, poi, l'attenzione di mia madre alle notizie del telegiornale, l'unico momento in cui cercava di imporre a noi quattro figli il silenzio. E ancora: mio padre, dal giorno del rapimento di Aldo Moro a quello dell'omicidio, tornò a casa poche volte. Lo accompagnavano il turbamento, la preoccupazione, la stanchezza, celati da un sorriso che valeva una rassicurazione, per noi e per la mamma. Quel lontano 1978 segnò una svolta, non soltanto per le pagine di storia recente, ma anche per il mio modo di essere e di pensare: condizionò, insomma, la mia crescita. Fu proprio allora che cominciai a percepire il senso di appartenenza, a indossare, metaforicamente, quell'uniforme che distingueva il mio papà e i suoi colleghi da quasi tutti gli altri padri; fu allora che iniziai a provare interesse verso tutti quei fatti che richiedevano un coinvolgimento dei Carabinieri. Curiosità, ma non solo; desiderio di conoscere, di approfondire, di dire la mia, nonostante fossi ancora una ragazzina. Insieme a tutto ciò, l'orgoglio di essere, in qualche modo, "figlia dell'Arma", con quel berretto in testa provato e riprovato mille volte davanti allo specchio, con quella divisa indossata a carnevale per una grande festa, portata non come una maschera, ma come un vanto. Quindi gli anni dell'adolescenza, con il sogno che anche le donne potessero entrare nei Carabinieri, con il desiderio di trovare un lavoro che mi consentisse di parlare ancora di loro. Nasce così l'amore per il giornalismo, per quel settore, la cronaca nera, che ti porta nelle caserme di tutta Italia, con la gioia di conoscere a fondo gradi e meccanismi che contraddistinguono la grande famiglia dell'Arma. In tante occasioni ho rivisto persone che avevo conosciuto da bambina, con le quali finalmente potevo dire la mia da adulta. In tante altre la domanda ricorrente era: «…Lei è la figlia del colonnello, del generale…? ». Sempre, però, quando insistevo per avere una notizia in più, la risposta dei miei interlocutori era: «Sei figlia d'arte, lo sai che certe cose non possiamo rivelarle, svelarle…». Insomma, la figlia dell'ufficiale dei Carabinieri, tra i carabinieri, doveva sempre comprendere: silenzi e circostanze. Nulla di tutto ciò oggi è cambiato, neanche il mio sorriso rassegnato di fronte a certe risposte… Le stesse, o quasi, che ricevevo quando ero piccola.

Enrica Cammarano