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STORIA
Calcutta ai tempi di Madre
Teresa
Decise di vivere "povera fra i poveri"
e l'antica città indiana era il luogo ideale per dimostrare il
vigore della sua vocazione: nei sobborghi la gente combatteva (e
combatte ancora) la lotta per la sopravvivenza. Un antico proverbio
indiano dice: "Tutto ciò che non viene donato va
perduto"
La Città della gioia, il sobborgo di Calcutta raccontato da
Dominique Lapierre, somiglia molto ai quartieri degli accattoni,
dei lebbrosi, dei diseredati, dei piccoli orfani assistiti e curati
da Madre Teresa. E lei somigliava molto a padre Lambert, il
protagonista de La Città della gioia, determinato e
compassionevole, sorretto da una forza di volontà straordinaria e
da una fede profonda. «Ogni giorno», raccontava il padre a Gesù,
«cerco di condividere la sorte dei poveri. Chino la testa con chi è
calpestato e oppresso, come l'uva nel torchio, e il loro succo mi
schizza sugli abiti e li macchia. Non sono un puro, né un santo,
solo un pover'uomo, peccatore come gli altri, a volte calpestato o
disprezzato come i miei fratelli della Città della gioia, ma in
fondo al cuore ho la certezza che tu ci ami. È anche la certezza
che la gioia che mi riempie, niente e nessuno potrà mai rubarmela.
Perché tu sei veramente presente qui, in fondo a questa bidonville
miserabile».
Il ritratto corrisponde a quello che di Teresa fece una sua
biografa: «Era non solo umile e piccola, ma anche in possesso di
una volontà di ferro, risoluta, determinata, e del tutto impavida,
perché Dio era al suo fianco. Quest'unione di intenti non era cosa
che tutti potessero facilmente comprendere».
Alla fine dell'Ottocento, lo scrittore Mark Twain - reduce da un
viaggio a Calcutta - scrisse che il clima era in grado di
«rammollire il pomo d'ottone di una porta».
La descrizione di Lapierre è meno fulminante, ma più dettagliata:
«L'estate infliggeva agli abitanti di quella parte del mondo
sofferenze difficilmente immaginabili. Come sempre, i più
diseredati, i miserabili degli slum, erano i più crudelmente
colpiti. Nelle catapecchie senza finestre dove si ammucchiavano
fino a quindici persone, nei piccoli cortili arroventati tutto il
giorno da un sole implacabile, nelle viuzze talmente strette che
non circolava mai un alito d'aria, i mesi estivi che precedevano il
monsone erano una tortura non meno atroce della fame, aggravata dal
fatto che l'estrema povertà e la mancanza di energia elettrica
impedivano l'uso di un ventilatore». Il disagio era insopportabile.
«La gente andava in giro solo al riparo di un ombrello. Chi non ne
aveva si riparava come poteva, con un giornale, un sacco di tela,
un lembo del sari o del dhoti. La canicola era sempre accompagnata
da un tasso di umidità che poteva raggiungere il cento per cento.
Il minimo movimento, pochi passi, scendere una scala, facevano
colare rivoli di sudore. Dalle dieci del mattino, ogni lavoro
fisico diventava impossibile. Uomini e animali erano come
impietriti nell'incandescenza dell'aria immobile. Non un alito di
vento. Avventurarsi a piedi nudi sull'asfalto delle strade era un
supplizio ancor più doloroso. Il bitume liquefatto ti strappava la
pianta dei piedi a brandelli».
Il romanzo di Lapierre è stato scritto a metà degli anni Ottanta.
Oggi la situazione è profondamente cambiata, perché le condizioni
di vita degli indiani (in tutto il Paese) sono migliorate. L'India
si è industrializzata. È all'avanguardia nella produzione dei
software e della componentistica informatica. Ha un'industria
cinematografica che produce più film di Hollywood. L'economia
cresce a un ritmo del 6 per cento l'anno (con punte dell'8 per
cento), inferiore soltanto allo sviluppo dei vicini di casa, i
cinesi. I cinesi offrono sul mercato manodopera a basso costo; gli
indiani offrono cervelli: ingegneri, progettisti, esperti
finanziari, designer informatici, fisici, matematici, biologi.
Competono ad armi pari con l'Occidente, mantenendo però il
vantaggio di offrire prezzi e tariffe estremamente vantaggiosi. La
povertà non è stata ancora debellata. Settecentomila indiani
sopravvivono con meno di due dollari al giorno. Ma il numero dei
benestanti e dei ricchi aumenta ogni anno in progressione
geometrica.
I sintomi della svolta si manifestarono proprio mentre Lapierre
descriveva la Città della gioia. La rivista americana Time, nel
1985, dedicò un grande reportage all'India, descrivendo la vita
impossibile dei paria, ma raccontando anche i segnali di risveglio.
«Molte bidonville», scrissero gli inviati del magazine, «si
presentano come ammassi di stamberghe annerite che spuntano
illegalmente su qualunque lembo di terreno libero, pericolosamente
vicine alle linee ferroviarie o, più spesso, nei pressi di qualche
fiumiciattolo puzzolente reso ancora più inquinato dal fatto che
diventa la sola riserva d'acqua e la fogna di qualche migliaio di
persone in più. Ma altre sono vecchie di anni e col passar del
tempo hanno acquisito una parvenza di legalità; gli abitanti hanno
rivestito di tegole i tetti e creato una complessa organizzazione
sociale che comprende negozi e botteghe artigiane, e in qualche
caso hanno ottenuto servizi dal comune, acqua potabile, fognature e
perfino l'elettricità. In posti così la vita, per quanto priva di
comodità e costretta in spazi soffocanti rispetto agli standard di
gran parte del mondo, non è troppo brutta dal punto di vista
sociale e comunque migliore della vita da fame che si conduce in un
remoto villaggio». Ma descrissero anche «la gente accampata» che
«ha perso ogni parvenza di rispettabilità e vive nella sporcizia e
nel disordine accanto ai cumuli di spazzatura». Le condizioni
igienico-sanitarie erano spaventose. Il colera mieteva un gran
numero di vittime, anche se le autorità ne nascondevano le
dimensioni, preferendo parlare di "infezioni gastrointestinali".
Scriveva Time che «anche quando non si tratti effettivamente di
colera, queste infezioni - che comprendono una vasta gamma di
dissenterie virulente di origine sia batterica che amebica - sono
letali soprattutto per i più piccoli che non hanno ancora avuto la
possibilità di sviluppare le difese immunitarie». Time non trascurò
di citare Madre Teresa. «I cittadini che si ammalano in conseguenza
delle pessime condizioni igienico sanitarie, se sono fortunati
trovano assistenza in uno dei tanti ospedali gratuiti, ambulatori
sussidiati dallo Stato o altre istituzioni caritatevoli.
L'istituzione benefica più nota agli occidentali è l'ospizio per
moribondi fondato a Calcutta da Madre Teresa, una suora di origine
macedone».
Calcutta - e questi dati sono indicativi delle difficoltà che
incontrano i suoi abitanti - ha una popolazione di quasi cinque
milioni di persone su una superficie di appena 185 chilometri
quadrati. Per fare un raffronto, gli abitanti di Roma sono circa
due milioni e 770mila, su un territorio di 1.285 chilometri
quadrati. La densità di popolazione a Roma è di poco superiore ai
duemila abitanti per chilometro quadrato, a Calcutta sfiora i
25mila. Madre Teresa aveva scelto di vivere "povera fra i poveri",
nei quartieri dei derelitti, indossando una povera veste (un sari
indiano, bordato di blu), curando i lebbrosi e confortando i
moribondi. Ogni giorno attraversava i quartieri poveri con il suo
carrettino per la raccolta dei moribondi. Ogni giorno le
Missionarie della Carità raccoglievano (spesso nei bidoni della
spazzatura) i bambini abbandonati.
Una volta disse: «La carità comincia oggi, oggi qualcuno sta
soffrendo, oggi qualcuno è in mezzo alla strada, oggi qualcuno ha
fame. Il nostro lavoro è per oggi, perché ieri è trascorso, domani
non è ancora venuto. Non aspettare domani. Domani non li troveremo
se oggi non li sfamiamo». E un'altra volta spiegò: «Non è leggendo,
andando a fare una passeggiata nei bassifondi, rammaricandoci o
ammirando la povertà che arriviamo a comprenderla e a scoprire ciò
che ha di bene e di male. Dobbiamo tuffarci in essa, viverla,
condividerla». Ed è stato questo, in sostanza, il grande
insegnamento della sua vita. Non era una che si dedicava ai poveri
e poi, la sera - terminato l'orario d'ufficio - tornava a casa
propria. Con i poveri condivideva la casa, i disagi, il cibo, i
vestiti, le sofferenze, talvolta le malattie. Per questo aveva
scelto - lei, europea e cattolica - di stabilirsi in una città
lontana dell'Asia, dove la maggioranza della popolazione era di
religione induista.
Dominique Lapierre - nella postfazione della Città della gioia - ha
scritto alcune frasi che spiegano indirettamente che donna
straordinaria fosse Madre Teresa: «Ho imparato come le persone
possano vivere insieme a topi, scorpioni e insetti, sopravvivere
con pochi cucchiai di riso e una o due banane al giorno, fare code
di ore per usare le latrine, lavarsi con meno di mezzo litro
d'acqua». Per concludere: «Dopo essermi trovato faccia a faccia con
i veri problemi dell'esistenza - fame, malattie, mancanza assoluta
di attrezzature mediche, disoccupazione - ho smesso di lottare per
cose banali come un parcheggio, quando torno in Europa o in
America». Dice un proverbio indiano : «Tutto ciò che non viene
donato va perduto». |
Benedetto Testa
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