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Donne nella storia. Madre Teresa

Proseguono gli incontri immaginari con le protagoniste femminili che, per la loro eccezionale personalità, hanno lasciato un segno nei secoli. Questo mese è la volta di Madre Teresa di Calcutta

Grande missione è stata la sua, Madre Teresa.
«Ho fatto semplicemente quello che mi sentivo di fare».
Quello che gli uomini si aspettavano da lei.
«Se l'aspettava soprattutto Dio. È lui che mi ha guidato, mi ha ispirato, mi ha tenuto per mano lungo gli scoscesi sentieri della vita. Sapesse quanta gente soffre».
Di Madri Terese, invece, ce ne sono poche.
«Non dimentichi gli altri filantropi, come il dottor Schweitzer, Florence Nightingale, soccorritori dell'umanità più derelitta».
Lei ha avuto la fortuna di avere su di sé per lunghi anni le luci dei riflettori.
«È una fortuna e anche un destino».
Quale destino?
«Quello voluto dal Creatore, cui costantemente mi richiamo. È il mio perenne e infallibile punto di riferimento, l'unico ancoraggio della mia coscienza».
In molte sue creature Dio accende una scintilla. In lei ha fatto divampare una fiamma.
«Senza un inestinguibile fuoco interiore non si fa niente di grande».
Quello per Dio è il più alto degli amori.
«Sì. È un amore che tutto sovrasta e supera».
Più per intensità o per eroismo?
«Per questo e per quella».
Cosa testimonia questo amore?
«L'immanenza di Dio nell'uomo. E non solo…».
Che altro?
«Conferma la fede di chi ce l'ha, scuote l'entusiasmo di chi tutto nega e lo gnosticismo di chi a tutto è indifferente».
È l'amore di persone come lei e come le sue "Missionarie della Carità", che in luoghi di endemica sofferenza, in quell'inferno umano senza riscatto che è l'India - e, in India, la città di Calcutta -, aiutano i malati a sopportare tali sofferenze, i moribondi a spegnersi in dignitosa serenità, i disperati a trovare un barlume di speranza.
«Un amore pieno di dedizione. Un amore il quale non chiede che di rinnovare, giorno dopo giorno, il sacrificio».
Perché questo dono di se stessi, questo impegno entusiasta e continuo in favore di sventurati i quali, nella morte, non vedono che la fine del proprio dolore?
«Perché Dio lo vuole. È lui l'artefice dell'universo e il giudice unico e supremo delle nostre azioni».
Ci parli un po' della sua vita.
«Cosa vuol sapere?».
Che sangue scorre nelle sue vene?
«Sangue albanese. Ma sono cittadina indiana».
Quando vide la luce?
«Il 26 agosto 1910, a Skopje, città balcanica in posizione strategica».
I suoi genitori?
«Nikola e Drane Bojaxhiu. Eravamo cinque figli».
E lei?
«La più piccola».
Il suo nome di battesimo?
«Gonxha Agnes. Lo sa che a cinque anni feci la Prima Comunione e a sei ricevetti la Cresima?».
A quale ceto apparteneva la sua famiglia?
«Era una famiglia modesta, che mio padre manteneva con un duro lavoro. Purtroppo, scomparve prematuramente».
Lei quanti anni aveva?
«Otto. Passammo momenti difficili, ma mia madre, a costo di enormi sacrifici, non ci fece mancare nulla».
A che età si manifestò la sua vocazione?
«Dio l'ho sempre avuto dentro. Ma a chiarire e a rafforzare la mia fede furono i Gesuiti della parrocchia del Sacro Cuore. Il mio grande impegno religioso data dall'incontro con loro».
A che età decise di diventare missionaria?
«A diciotto anni».
E dove andò?
«Nell'Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come le "Suore di Loreto", in Irlanda».
Che nome assunse?
«Suor Mary Teresa».
E in India, la sua vera terra, quando si trasferì?
«Arrivai il 6 gennaio 1929. Una data indimenticabile».
Fece altri viaggi?
«Sì, tanti. Per portare ovunque il messaggio di Dio, in cui sempre più mi riconoscevo. Otto anni più tardi presi i voti perpetui, diventando - e mai definizione mi fu più cara - la "sposa di Gesù per tutta l'eternità"».
Le sue responsabilità aumentarono.
«Divenni anche insegnante e direttrice della Scuola di St. Mary».
A quando risale quella che lei definirà la "chiamata nella chiamata"?
«Al settembre del 1946, quando in treno da Calcutta raggiungevo Darjeeling per il ritiro annuale. Fu in quel periodo che Gesù mi chiese di fondare una comunità religiosa: le Missionarie della Carità».
Con quali compiti?
«Mettersi al servizio dei più poveri tra i poveri. Una missione esaltante. È quello che volevo, è quello che sognavo fin da bambina».
Cominciò subito la sua missione?
«No: dovetti aspettare due interminabili anni. Finalmente…».
Finalmente?
«Il 17 agosto 1948 indossai per la prima volta il sari bianco bordato di azzurro. Ero pronta».
Altre date importanti?
«Il 21 dicembre di quello stesso anno visitai i sobborghi di Calcutta, confortando e curando i malati, assistendo all'agonia dei moribondi, soccorrendo gli infermi per le strade, soprattutto i bambini, i più bisognosi di cure e di attenzioni».
Altra data?
«Nell'ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità ottenne il riconoscimento ufficiale dell'Arcidiocesi di Calcutta. I miei viaggi e quelli delle consorelle diventarono sempre più frequenti. Aprimmo le prime case della Missione nei vari continenti: in Venezuela, in Italia, a Roma, in Tanzania, eccetera».
E nei Paesi comunisti, prima del crollo del muro di Berlino?
«Anche qui mi diedi molto da fare. Fondai le case di missione in Unione Sovietica, Albania, Cuba. Le risparmio tutte le iniziative e i riconoscimenti».
Fra cui il Nobel per la Pace.
«Nel 1979».
La sua fede vacillò mai?
«Ebbi anch'io tentennamenti e dubbi, una "profonda, dolorosa, permanente sensazione di essere separata da Dio"».
Lei, separata da Dio?
«Peggio».
Peggio?
«Sì, "rifiutata". Sa come chiamai questa prova?».
Come?
«L'"oscurità". Un periodo terribile, ma forse necessario, come tutto quello che, per volontà superiore, ci capita. Ma gli anni cominciarono a pesarmi. Avevo viaggiato molto, avevo costruito molto, avevo lottato contro i miei detrattori».
Lei ebbe detrattori?
«E non pochi».
Non si può fare tutto quello che ha fatto lei - aprire cliniche e ricoveri, accudire bimbi abbandonati e moribondi senza speranze, raccogliere fondi di denaro in ogni angolo di mondo - senza suscitare invidie e perfidie.
«Ho messo tutto nel conto, e penso che a certi disinformati e astiosi critici non valga nemmeno la pena di rispondere. Per me ha sempre deciso Lui. Lui vuole così e io sono felice di ubbidirgli».
In più occasioni lei incontrò Papa Giovanni Paolo II.
«Sì, e fu sempre un grande onore per me».
Come lo furono i funerali di Stato voluti dal governo indiano quando la sua straordinaria vita terrena giunse al termine, il 5 settembre 1997. Si avviò subito il processo di canonizzazione?
«Sì. Il 20 dicembre 2002».
Roberto Gervaso