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Più libri più liberi

Dal 5 all'8 dicembre, presso il Palazzo dei Congressi di Roma, si svolge la Fiera annuale della piccola e media editoria

Immagine evocativa del rapporto tra cultura e libertà Il libro è il miglior amico dell'uomo all'infuori del cane. Ma all'interno del cane è difficile leggere. Con questo gioco di parole degno del suo genio, Groucho Marx esprimeva un serissimo parere sul valore della cultura. Essa è incontro con il mondo che ci circonda, conoscenza di noi stessi e degli altri, un valore direttamente proporzionale alla libertà. Risulta dunque indovinato il titolo "Più libri più liberi", dato alla Fiera che si terrà anche quest'anno presso il Palazzo dei Congressi di Roma, dal 5 all'8 dicembre. Un appuntamento sorto nel 2002 per iniziativa del Gruppo piccoli editori di varia dell'Associazione di categoria (aie), che intendeva offrire a tutti gli operatori del settore una ribalta per la propria produzione, ma anche un luogo di incontro per discutere i problemi e individuare strategie comuni. La Fiera, a cui collaborano i Ministeri per la Cultura e dell'Istruzione, la Regione Lazio, il Comune, la Provincia e la Camera di Commercio di Roma, ha una formula capace di attrarre un vasto pubblico: accanto all'esposizione di oltre 50mila titoli, un programma ricco di eventi, incontri e presentazioni.

«Il titolo Più libri più liberi non potrebbe essere più esatto», ci dice Martina Testa, giovanissimo Direttore editoriale della romana Minimum fax, laurea in Lettere antiche, la letteratura inculcata nel Dna da mamma e nonna insegnanti, un curriculum di riviste letterarie, editing e traduzioni. «Il fatto che in Italia ci siano tante realtà indipendenti è una grande ricchezza. Anche se non dettiamo le regole del mercato, noi piccoli editori abbiamo l'importante ruolo di promuovere la ricerca, laddove i grandi gruppi puntano sempre più ad andare sul sicuro: imbroccato un filone di successo, lo ripropongono, basti pensare alla saga di Harry Potter, alla Meyer o a Larsson. È comprensibile: devono rendere conto agli azionisti, per cui una trama innovativa, di incerto esito, è il contrario di ciò che vogliono. Noi, restando più vicini ai lettori, scopriamo spesso nuovi talenti. Facciamo da apripista, pubblichiamo gli esordienti, poi magari subentrano i colossi e li acquistano a cifre superiori. A noi è capitato con Valeria Parrella: ci ha inviato per posta uno scritto, ci è subito piaciuto, abbiamo iniziato a pubblicare i suoi racconti, poi è arrivata Einaudi. Anche con Nicola Lagioia, il curatore della nostra collana di Narrativa italiana, è andata così, e con alcuni autori americani. Da una parte è frustrante, dall'altra è indice che avevamo visto giusto».

Sulla difficoltà di affermarsi in un mercato a dir poco affollato di nuove uscite, potrebbe scrivere un libro Bruno Amatucci, che invece ne ha scritto un altro, Omicidi in Fm (Zines, Roma, 2009), giallo atipico incentrato su un delitto molto particolare. «Stanno uccidendo la lingua italiana», è la frase ricorrente del romanzo, un debutto nel thriller a cui l'autore è giunto dopo molteplici esperienze nella narrativa (è stato anche finalista al Premio Viareggio) e nei settori più disparati, dal marketing alla psicologia, dai sistemi informativi al fumetto. Un talento poliedrico, che lo ha portato di recente, in occasione dei 60 anni della Costituzione, a illustrare la Carta fondativa dello Stato in un volume che è stato presentato al pubblico dal Presidente della Repubblica. Salvare l'italiano è un cruccio costante di Amatucci. «Oggi la lingua è maltrattata come non mai. Il congiuntivo è diventato una malattia degli occhi», ama ripetere con un sorriso, nelle rare soste del suo continuo peregrinare fra le librerie e le case dei lettori. «Sono il primo scrittore-postino», ci racconta mentre guarda l'orologio e calcola i tempi per la prossima spedizione, «ho pubblicato un libro e per diffonderlo lo consegno perfino a domicilio, per le copie autografate faccio prima».

Quello della promozione fai-da-te è un altro tormentone del mercato editoriale. Non basta scrivere, ciò che conta è farsi conoscere. Per Martina Testa, che nel suo lavoro spazia dagli esordienti ai Classici come Virginia Woolf e Bernard Malamud, ogni libro che entra nel catalogo è una nuova avventura. «È bello anche riscoprire volumi dimenticati. Noi abbiamo riproposto Richard Yates, l'autore di Revolutionary road, e Raymond Carver, che era caduto nell'oblio. Dal 1998 abbiamo ripreso a far circolare i suoi testi, e oggi è un autore conosciuto da un vasto pubblico».

La parte più bella del tuo lavoro?
«Scegliere i libri da pubblicare è un privilegio, ma mi soddisfa anche tradurre o partecipare agli eventi letterari. Il contatto diretto con i lettori è esaltante, a volte in ufficio avvertiamo una certa solitudine, non sappiamo se ciò che stiamo facendo abbia un senso, un impatto sulle anime di chi leggerà».

Hai conosciuto e tradotto grandi autori contemporanei. L'incontro che più ti ha colpita?
«David Foster Wallace, senza dubbio. Si dice che sia meglio non incontrare i propri miti per non rischiare delusioni: per me non è stato così. Lui era sempre affettuoso, ansioso di comunicare e di farsi capire».

Il fiorire di una narrativa importante negli Stati Uniti. C'è un rapporto diretto fra il benessere di un popolo e la sua creatività?
«Credo di sì. Quando non c'è il problema della sopravvivenza, ci si dedica più facilmente alla cultura, e quando si ha un sistema economico dominante si possono esportare meglio i propri prodotti, di qualunque genere siano. C'è la forza della lingua, diffusa in tutto il mondo. In più gli States hanno una cultura capace di mescolare l'alto con il basso, chi scrive ha studiato Shakespeare ma guarda anche il cinema, la tv, i supereroi e i cartoons. Da loro è nato il laboratorio di scrittura, mentre in Italia si sostiene che l'arte sia un fatto individuale, il talento c'è o non c'è. È indubbio che lo scrittore abbia qualcosa che lo distingue dagli altri: vede più colori nelle cose, è più originale. Ma sulle tecniche di scrittura si può lavorare. È importante il lavoro di editing. Da noi molti autori non ci credono, pensano che sia una castrazione arbitraria della creatività».
Fra chi non la pensa così c'è Gaia Manzini, giovane pubblicitaria milanese che ha esordito quest'anno con Nudo di famiglia (Fandango, Roma), un collage di quindici storie che raccontano la famiglia contemporanea rivelandone, come in un nudo pittorico, gli aspetti più intimi e nascosti. «L'editing? Credo sia un sostegno importante, aiuta a costruire meglio una trama e a collocare i pensieri in una dimensione più oggettiva».

È così difficile farsi largo, nella folla dei nuovi autori?
«La mia esperienza è questa. Ho proposto a Nuovi argomenti, la rivista letteraria edita dalla Mondadori, alcuni racconti. Me li hanno pubblicati, e qualche tempo dopo sono stata contattata da Mario Desiati, che della rivista era stato caporedattore. "Ora faccio il Direttore editoriale per Fandango", mi ha detto, "ti va di produrre qualcosa di più corposo di un singolo racconto?". Così è nato Nudo di famiglia. Il libro è piaciuto, è stato finalista al Premio Chiara di Varese, lo stiamo presentando in tante sedi». La prossima presentazione sarà proprio a "Più libri più liberi", a Roma, il 6 dicembre. Noi ci saremo, e ci accompagnerà la domanda forse centrale in fatto di editoria, oggi che si avvicina il prodotto elettronico. Tanto importante da rivolgerla a chi ne sa più di noi.

Martina Testa, dove va il libro? Cosa prevedi, dopo la pietra, il manoscritto, la carta stampata?
«Stiamo vivendo la fase del passaggio al digitale, che avverrà in modo radicale prima di quanto immaginiamo. Non credo che questo equivarrà alla morte della cultura letteraria, o almeno lo spero. Personalmente sarei felice di leggere su un supporto digitale. Mi affascina, ma saprò quale sarà la sensazione solo quando avrò provato. Sarà più comodo? Si leggerà di più, di meno? Comunque questo futuro è alle porte, è inutile negarlo».
Inutile negarlo. Chissà cosa pensava la gente, a metà del XV secolo, quando Gutenberg sperimentava le sue matrici. Sembra di sentirla ancora. «Hai saputo di quel tizio di Magonza? Con un torchio da vino ha inciso dei caratteri sulla carta. Dice che sarà in grado di copiare a breve l'intera Bibbia!». «Mah. Secondo me quello di vino ne ha bevuto troppo…».

Ci scappa un sorriso. Il futuro è alle porte, e non può farci paura. L'anima di un libro non sta nel contenitore, ma nel contenuto. O forse dentro chi scrive, e chi legge.
Mauro Nunziata