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SOCIETA'
Balocchi: antichi quanto
l'uomo
La storia del giocattolo e della sua
evoluzione corre parallela a quella dello stesso genere umano:
specchio del nostro bisogno insopprimibile di conoscere il mondo
tramite l'immaginazione
Si perde nella notte dei tempi l'origine del gioco infantile,
attività fondamentale nella formazione e nello sviluppo psicofisico
del bambino. E con l'origine del gioco, quella del giocattolo,
dell'oggetto concepito come strumento di divertimento. Ne sono
testimonianza i reperti rinvenuti nei siti archeologici, che
attestano come fin dai primordi della civiltà sia stata avvertita
l'esigenza di soddisfare questo bisogno spontaneo del fanciullo,
essenziale anche per la cognizione della realtà circostante.
Nell'antico Egitto come in Asia, in Grecia come a Roma, nel periodo
medioevale come nell'era rinascimentale e in quella moderna, l'uomo
ha sempre e ovunque attribuito funzioni ludiche ad oggetti ritenuti
idonei allo scopo.
La storia del giocattolo si accompagna dunque a quella della
società umana. I primi esemplari furono ovviamente costruiti, come
altri utensili dell'epoca, in pietra, legno o argilla: furono
semplici riproduzioni in miniatura di uomini e animali, barche e
carretti, bambole e soldatini di rudimentale fattura. Anche nel
Medio Evo la produzione si riduce soprattutto a rozze figurazioni
in terracotta che difficilmente riescono a superare l'usura degli
anni. Nel Quattrocento inizia in Germania, a Norimberga, una
produzione commerciale che trova immediato successo, tanto da
essere imitata in altri Stati europei, a cominciare da Francia e
Olanda. L'era rinascimentale e quella barocca sono caratterizzate
da una produzione artigianale di esemplari più raffinati, alla cui
ideazione non disdegnano di applicarsi nemmeno i più valenti
artisti.
Si giunge così ai secoli a noi più vicini, quando, anche per
effetto di una maggiore espansione dei consumi e di profonde
motivazioni sociologiche, si determina un'evoluzione del giocattolo
verso una produzione caratterizzata da rinnovate tipologie. Gli
studi di psicologia infantile, d'altronde, vengono in aiuto,
sostenendo la necessità che il giocattolo debba servire, oltre che
all'intrattenimento, a sollecitare le capacità creative del
fanciullo, a stimolarne la fantasia. "Il debito che abbiamo con il
gioco dell'immaginazione", scrive l'allievo-apostata di Freud Carl
Gustav Jung, "è incalcolabile". Non esiste giocattolo che non sia
infatti capace di far assumere al piccolo un ruolo attivo, che non
costituisca per lui strumento esplorativo ed esperienza preziosa
nella scoperta del mondo sensibile. Una funzione educativa
essenziale, già evidenziata autorevolmente da Platone e Aristotele
e riaffermata nel Secolo dei Lumi dal filosofo e pedagogo inglese
John Locke, che riteneva importante per il bambino apprendere
attraverso il gioco. È esperienza comune, del resto, che in
mancanza di un oggetto specificamente votato all'uso ludico,
qualunque cosa - una foglia, un sasso, un fiore, qualche pugno di
terra da plasmare o un qualsiasi altro elemento primario della
natura -, possano trasformarsi in compagni di gioco capaci di
spingere il bimbo al centro d'una favola da inventare e da
vivere.
Analoghe considerazioni per la bambola, trastullo amato e curato
dalle fanciulle come oggetto-gioco idoneo ad esercitarle nel loro
ruolo femminile, a prepararle per una futura, consapevole
maternità. Realizzata in legno, cartapesta, cera, porcellana,
celluloide, gomma o panno leggero (le bambole Lenci), ha subito
anch'essa, nel tempo, un'evoluzione, seguendo mode talora
temporanee. Diffusa già nel mondo antico, dove bamboline compaiono
anche nei corredi funebri della Grecia e della Roma classica -
perché la bambola, oltre che giocattolo, fu amuleto e simbolo
funerario, dono propiziatorio, oggetto per pratiche magiche
divinatorie -, è presente pure nei secoli più foschi del Medio Evo.
Con il Rinascimento, creata da artigiani rinomati e vestita
sfarzosamente, diviene giocattolo di lusso ed entra nelle Corti e
nelle classi altolocate, abbandonando il remoto senso sacrale. Il
suo periodo aureo, però, si avrà nei secoli XIX e XX, esattamente
tra il 1850 e il 1914; quando Germania e Francia, Austria e
Inghilterra (dove la stessa regina Vittoria fu assidua
raccoglitrice di scelte pupattole) e poi l'Italia acquistano
notorietà per la creazione di nuovi modelli.
Anche la tecnica progredisce e con essa l'impiego di materiali
inediti. Si riesce persino a far muovere alle pupe braccia e gambe
con l'ausilio d'una carica a molla, a far loro ruotare la testa,
battere occhi e ciglia, spalancare la bocca per mostrare i dentini;
si applicano capelli veri. Manca, a questo punto, soltanto la voce:
una conquista che sarà attuata da un tedesco, un certo Moelzer, che
riuscirà a far balbettare qualche parola ad una delle sue creature
inserendo un apposito meccanismo al suo interno. Si pensa pure a
dotare la dama, oltre che di splendidi abbigliamenti, di un arredo
accessorio, come casette a più piani (le "case di bambola") con
mobili posti in ambienti riprodotti con minuziosa precisione. È il
trionfo del perfezionismo per un oggetto che, dall'iniziale impiego
di materiali poveri come il legno o il panno, si fa specchio di un
raggiunto esito artistico.
Questo viaggio nostalgico attraverso la memoria di momenti legati
ad un'infanzia lontana da noi adulti, può essere fortunatamente
ricreato con la visita ad uno dei tanti musei dedicati ai balocchi
disseminati nel nostro Paese. Sono tanti - basti pensare al Museo
del Giocattolo e del Bambino di Milano, a quello del Soldatino di
Bologna, al Tempio del Cavallo Giocattolo di Grandate, sul lago di
Como - e tutti di estremo interesse; perché documentano, mediante
l'esposizione di esemplari rari, di antica o antichissima data, il
rapporto tra il bambino e l'oggetto del suo trastullo. Dal
bastone-cavallo (un manico di scopa con attaccata una testa equina
in cartapesta) al cavallo a dondolo da inforcare con qualche timore
di caduta; dai rocchetti (piccoli cilindri di legno trasformati in
elementari trottole) alla fionda (o mazzafionda); dal monopattino
alla cerbottana (per sparare con il proprio fiato palline o frecce
di carta); dai primi modellini di treno mossi a mano sino a quelli
elettrici; dai soldatini di carta, di piombo o di latta - miniature
in ogni particolare dei personaggi che raffigurano - ai mattoncini
della Lego o ai più complicati Meccano; e ancora dai pupazzi a
molla ai più recenti robot a batteria. Non trascurando una schiera
di bambole, pupazzi e orsacchiotti d'ogni epoca e luogo, testimoni
affascinanti di costume e, quindi, di cultura.
Il tempo cambia modi di vivere e si riflette anche nel gioco. Molta
strada è stata percorsa: dai primi fabbricanti di giocattoli,
semplici artigiani intagliatori, si è giunti agli odierni designer
impegnati a concepire modelli per una produzione industrializzata
massificata. L'esercito di soldatini e pupe, orsi e macchinine, che
ha fatto sognare in passato i nostri bimbi, è oggi superato dai più
costosi videogiochi o da giocattoli più in linea con il progresso
indotto da innovazioni scientifiche e tecnologiche, eventi sociali
e mutamenti culturali. Nessun imbarazzo, tuttavia, nella scelta dei
regali in occasione delle prossime festività natalizie o
dell'arrivo dell'immortale Befana. Perché i bambini, soprattutto i
più piccoli, malgrado la suggestione degli attuali giochi
elettronici o il richiamo irresistibile della televisione e
dell'intelligentissimo computer, sono forse ancora capaci di
privilegiare oggetti di poco valore, come un palloncino colorato da
far volare in aria o qualche zolla di terra da modellare. Alla
famosa Barbie, ideata cinquant'anni or sono dai coniugi Handler e
affermatasi nel mondo come ideale di moderna femminilità, può
essere preferita incredibilmente una modesta bambolina di pezza,
efficace anch'essa nell'eterno gioco "a fare la mamma". E per i
maschietti, pochi soldatini di piombo, di latta o di plastica,
ritrovati magari in una vecchia cassapanca polverosa abbandonata in
soffitta, possono ancora stimolare uno slancio di complicità
ludica, meglio di un esemplare in scala ridotta di uomo spaziale o
della imitazione di un razzo interplanetario.
Il passare dei secoli può cambiare i giocattoli, non il desiderio,
naturale e insopprimibile, di giocare. Si può allora comprendere
perché la figlia di Platone, si dice, non toccasse cibo se non
aveva accanto la bambola preferita. Il gioco resta infatti quanto
di più istintivo esista al mondo. Lo attesta persino Hegel:
"Lasciare un bambino da solo con se stesso significa vederlo
giocare entro pochi istanti". E, d'altro canto, "Il bambino ha il
diritto di giocare, di riposarsi e di svagarsi", recita la Carta
dei Diritti dell'Infanzia, approvata dalle Nazioni Unite il 20
novembre 1989, ratificata e resa esecutiva dall'Italia nel 1991 con
apposita legge. Un diritto oggi diffusamente garantito, dunque, che
dà ragione al pedagogista tedesco Friedrich Froebel, secondo il
quale "I giochi dell'infanzia non sono da riguardare come
frivolezze, ma come cose di molta importanza e di un profondo
significato".
Un'affermazione che, per quanto risalente all'Ottocento, ha valenza
universale e si adatta ad ogni epoca. Ai giorni nostri come a
quelli più lontani, ma sempre vicini perché legati dal nodo
indissolubile della storia che, pur rinnovandosi, costantemente si
perpetua. |
Franco Dattilo
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