CARABINIERI

Entra nella Stazione on-line dei Carabinieri
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2009 > Dicembre > SOCIETA'

Balocchi: antichi quanto l'uomo

La storia del giocattolo e della sua evoluzione corre parallela a quella dello stesso genere umano: specchio del nostro bisogno insopprimibile di conoscere il mondo tramite l'immaginazione

Particolare da 'Giochi di fanciulli' di Pieter Bruegel il Vecchio (Vienna, Kunsthistorisches Museum) Si perde nella notte dei tempi l'origine del gioco infantile, attività fondamentale nella formazione e nello sviluppo psicofisico del bambino. E con l'origine del gioco, quella del giocattolo, dell'oggetto concepito come strumento di divertimento. Ne sono testimonianza i reperti rinvenuti nei siti archeologici, che attestano come fin dai primordi della civiltà sia stata avvertita l'esigenza di soddisfare questo bisogno spontaneo del fanciullo, essenziale anche per la cognizione della realtà circostante. Nell'antico Egitto come in Asia, in Grecia come a Roma, nel periodo medioevale come nell'era rinascimentale e in quella moderna, l'uomo ha sempre e ovunque attribuito funzioni ludiche ad oggetti ritenuti idonei allo scopo.

La storia del giocattolo si accompagna dunque a quella della società umana. I primi esemplari furono ovviamente costruiti, come altri utensili dell'epoca, in pietra, legno o argilla: furono semplici riproduzioni in miniatura di uomini e animali, barche e carretti, bambole e soldatini di rudimentale fattura. Anche nel Medio Evo la produzione si riduce soprattutto a rozze figurazioni in terracotta che difficilmente riescono a superare l'usura degli anni. Nel Quattrocento inizia in Germania, a Norimberga, una produzione commerciale che trova immediato successo, tanto da essere imitata in altri Stati europei, a cominciare da Francia e Olanda. L'era rinascimentale e quella barocca sono caratterizzate da una produzione artigianale di esemplari più raffinati, alla cui ideazione non disdegnano di applicarsi nemmeno i più valenti artisti.

Si giunge così ai secoli a noi più vicini, quando, anche per effetto di una maggiore espansione dei consumi e di profonde motivazioni sociologiche, si determina un'evoluzione del giocattolo verso una produzione caratterizzata da rinnovate tipologie. Gli studi di psicologia infantile, d'altronde, vengono in aiuto, sostenendo la necessità che il giocattolo debba servire, oltre che all'intrattenimento, a sollecitare le capacità creative del fanciullo, a stimolarne la fantasia. "Il debito che abbiamo con il gioco dell'immaginazione", scrive l'allievo-apostata di Freud Carl Gustav Jung, "è incalcolabile". Non esiste giocattolo che non sia infatti capace di far assumere al piccolo un ruolo attivo, che non costituisca per lui strumento esplorativo ed esperienza preziosa nella scoperta del mondo sensibile. Una funzione educativa essenziale, già evidenziata autorevolmente da Platone e Aristotele e riaffermata nel Secolo dei Lumi dal filosofo e pedagogo inglese John Locke, che riteneva importante per il bambino apprendere attraverso il gioco. È esperienza comune, del resto, che in mancanza di un oggetto specificamente votato all'uso ludico, qualunque cosa - una foglia, un sasso, un fiore, qualche pugno di terra da plasmare o un qualsiasi altro elemento primario della natura -, possano trasformarsi in compagni di gioco capaci di spingere il bimbo al centro d'una favola da inventare e da vivere.

Analoghe considerazioni per la bambola, trastullo amato e curato dalle fanciulle come oggetto-gioco idoneo ad esercitarle nel loro ruolo femminile, a prepararle per una futura, consapevole maternità. Realizzata in legno, cartapesta, cera, porcellana, celluloide, gomma o panno leggero (le bambole Lenci), ha subito anch'essa, nel tempo, un'evoluzione, seguendo mode talora temporanee. Diffusa già nel mondo antico, dove bamboline compaiono anche nei corredi funebri della Grecia e della Roma classica - perché la bambola, oltre che giocattolo, fu amuleto e simbolo funerario, dono propiziatorio, oggetto per pratiche magiche divinatorie -, è presente pure nei secoli più foschi del Medio Evo. Con il Rinascimento, creata da artigiani rinomati e vestita sfarzosamente, diviene giocattolo di lusso ed entra nelle Corti e nelle classi altolocate, abbandonando il remoto senso sacrale. Il suo periodo aureo, però, si avrà nei secoli XIX e XX, esattamente tra il 1850 e il 1914; quando Germania e Francia, Austria e Inghilterra (dove la stessa regina Vittoria fu assidua raccoglitrice di scelte pupattole) e poi l'Italia acquistano notorietà per la creazione di nuovi modelli.

Anche la tecnica progredisce e con essa l'impiego di materiali inediti. Si riesce persino a far muovere alle pupe braccia e gambe con l'ausilio d'una carica a molla, a far loro ruotare la testa, battere occhi e ciglia, spalancare la bocca per mostrare i dentini; si applicano capelli veri. Manca, a questo punto, soltanto la voce: una conquista che sarà attuata da un tedesco, un certo Moelzer, che riuscirà a far balbettare qualche parola ad una delle sue creature inserendo un apposito meccanismo al suo interno. Si pensa pure a dotare la dama, oltre che di splendidi abbigliamenti, di un arredo accessorio, come casette a più piani (le "case di bambola") con mobili posti in ambienti riprodotti con minuziosa precisione. È il trionfo del perfezionismo per un oggetto che, dall'iniziale impiego di materiali poveri come il legno o il panno, si fa specchio di un raggiunto esito artistico.

Questo viaggio nostalgico attraverso la memoria di momenti legati ad un'infanzia lontana da noi adulti, può essere fortunatamente ricreato con la visita ad uno dei tanti musei dedicati ai balocchi disseminati nel nostro Paese. Sono tanti - basti pensare al Museo del Giocattolo e del Bambino di Milano, a quello del Soldatino di Bologna, al Tempio del Cavallo Giocattolo di Grandate, sul lago di Como - e tutti di estremo interesse; perché documentano, mediante l'esposizione di esemplari rari, di antica o antichissima data, il rapporto tra il bambino e l'oggetto del suo trastullo. Dal bastone-cavallo (un manico di scopa con attaccata una testa equina in cartapesta) al cavallo a dondolo da inforcare con qualche timore di caduta; dai rocchetti (piccoli cilindri di legno trasformati in elementari trottole) alla fionda (o mazzafionda); dal monopattino alla cerbottana (per sparare con il proprio fiato palline o frecce di carta); dai primi modellini di treno mossi a mano sino a quelli elettrici; dai soldatini di carta, di piombo o di latta - miniature in ogni particolare dei personaggi che raffigurano - ai mattoncini della Lego o ai più complicati Meccano; e ancora dai pupazzi a molla ai più recenti robot a batteria. Non trascurando una schiera di bambole, pupazzi e orsacchiotti d'ogni epoca e luogo, testimoni affascinanti di costume e, quindi, di cultura.

Il tempo cambia modi di vivere e si riflette anche nel gioco. Molta strada è stata percorsa: dai primi fabbricanti di giocattoli, semplici artigiani intagliatori, si è giunti agli odierni designer impegnati a concepire modelli per una produzione industrializzata massificata. L'esercito di soldatini e pupe, orsi e macchinine, che ha fatto sognare in passato i nostri bimbi, è oggi superato dai più costosi videogiochi o da giocattoli più in linea con il progresso indotto da innovazioni scientifiche e tecnologiche, eventi sociali e mutamenti culturali. Nessun imbarazzo, tuttavia, nella scelta dei regali in occasione delle prossime festività natalizie o dell'arrivo dell'immortale Befana. Perché i bambini, soprattutto i più piccoli, malgrado la suggestione degli attuali giochi elettronici o il richiamo irresistibile della televisione e dell'intelligentissimo computer, sono forse ancora capaci di privilegiare oggetti di poco valore, come un palloncino colorato da far volare in aria o qualche zolla di terra da modellare. Alla famosa Barbie, ideata cinquant'anni or sono dai coniugi Handler e affermatasi nel mondo come ideale di moderna femminilità, può essere preferita incredibilmente una modesta bambolina di pezza, efficace anch'essa nell'eterno gioco "a fare la mamma". E per i maschietti, pochi soldatini di piombo, di latta o di plastica, ritrovati magari in una vecchia cassapanca polverosa abbandonata in soffitta, possono ancora stimolare uno slancio di complicità ludica, meglio di un esemplare in scala ridotta di uomo spaziale o della imitazione di un razzo interplanetario.

Il passare dei secoli può cambiare i giocattoli, non il desiderio, naturale e insopprimibile, di giocare. Si può allora comprendere perché la figlia di Platone, si dice, non toccasse cibo se non aveva accanto la bambola preferita. Il gioco resta infatti quanto di più istintivo esista al mondo. Lo attesta persino Hegel: "Lasciare un bambino da solo con se stesso significa vederlo giocare entro pochi istanti". E, d'altro canto, "Il bambino ha il diritto di giocare, di riposarsi e di svagarsi", recita la Carta dei Diritti dell'Infanzia, approvata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva dall'Italia nel 1991 con apposita legge. Un diritto oggi diffusamente garantito, dunque, che dà ragione al pedagogista tedesco Friedrich Froebel, secondo il quale "I giochi dell'infanzia non sono da riguardare come frivolezze, ma come cose di molta importanza e di un profondo significato".

Un'affermazione che, per quanto risalente all'Ottocento, ha valenza universale e si adatta ad ogni epoca. Ai giorni nostri come a quelli più lontani, ma sempre vicini perché legati dal nodo indissolubile della storia che, pur rinnovandosi, costantemente si perpetua.
Franco Dattilo