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Coppa di testa e salame di Felino,
maccheroni al pettine con salsiccia e cotechino fritto con zabaione
caldo, insalata di campo e sorbetto al limone. Questi gli
ingredienti che Tullio Gregory, professore emerito di Storia della
filosofia all'Università "La Sapienza" di Roma nonché appassionato
cultore di "cucina filosofica", volle inserire, nel 2001, in un
menu chiamato "Enciclopedia della felicità".
L'occasione era il Festivalfilosofia, la manifestazione che ogni
fine di settembre trasforma le strade di Modena, Carpi e Sassuolo
in una rediviva Accademia platonica, con maîtres-à-penser di ogni
angolo di mondo che si riuniscono per tentare di dare una risposta
a uno dei grandi interrogativi che da sempre interpellano il cuore
e la coscienza umani. E la succulenta "Enciclopedia" non era
l'unica declinazione gastronomica del concetto di felicità - "Che
cos'è la felicità?", era appunto la domanda cui quell'anno il
festival emiliano intendeva rispondere - che il filosofo-gourmet
avesse deciso di proporre ai numerosi partecipanti: c'era anche la
"Felicità vegetariana", a base di tortelli alle erbette e frittelle
di riso; la "Calda felicità", promessa da un piatto di passatelli
in brodo; la "Felicità contadina", evocata da una superclassica
minestra con i ceci, e via interpretando un sentimento forse più
facile da afferrare in punta di forchetta che da definire con gli
strumenti dell'intelletto.
LO STUDIO. L'esperienza quotidiana, tuttavia, c'insegna che non
basta una tavola imbandita perché il mondo si colori ai nostri
occhi di rosa. È necessario quanto meno che essa sia circondata da
un buon numero di commensali, possibilmente sorridenti. Perché il
sorriso, si sa, è contagioso. E se non ne fossimo già persuasi per
averlo sperimentato sulle nostre labbra, a confermarcelo ci ha
pensato una ricerca condotta da due sociologi americani, Nicholas
Christakis e James Fowler. Per sei anni i due studiosi, docenti
all'Università di Harvard e alla University of California (San
Diego), hanno analizzato e comparato i dati raccolti dal Framingham
Heart Study, un progetto avviato nel 1948 per individuare i fattori
di rischio associabili alle malattie cardiovascolari. Tale studio
presenta una particolarità: gli studiosi di Framingham non si sono
limitati a raccogliere i dati dei 5.124 abitanti della cittadina
del Massachussets che si erano prestati a partecipare alla ricerca,
ma hanno preso nota anche di amici, colleghi, familiari. Un
semplice modo per mantenere i contatti con ogni soggetto anche se,
ad esempio, si fosse trasferito o fosse stato per altri motivi
irreperibile.
Per Christakis e Fowler, quel dato si è tradotto in un'interessante
occasione di studio. Poiché infatti al progetto di Framingham
avevano partecipato i due terzi degli adulti della cittadina
americana, e quindi i loro figli e nipoti, i nomi di questi, uniti
a quelli della loro cerchia affettiva e familiare, rappresentavano
una vera e propria costellazione, una mappa di relazioni umane
all'interno di una comunità definita di cui era possibile tracciare
anche rappresentazioni grafiche come quella riportata sullo sfondo
di queste pagine. E analizzando quel tessuto di legami dettati dal
sangue o dalla libera elezione, era possibile comprendere non solo
quali fossero le cause di ipercolesterolemia o pressione alta, ma
anche la capacità delle reti sociali di influenzare lo stato di
salute, l'umore e il benessere psicologico degli individui.
LA RETE DELLA FELICITÀ. Dagli studi dei due ricercatori americani,
da anni specializzatisi nell'analisi delle "connessioni sociali", è
emerso un quadro chiarissimo: per essere sani e felici, bisogna
avere amici che lo siano altrettanto.
Il ragionamento è semplice: se mio padre, mio fratello o il mio
migliore amico smettono di fumare, è facile che lo faccia anch'io,
riducendo il rischio di ritrovarmi con le arterie indurite e il
sangue carico di veleni; se viceversa vivo accanto ad un marito o a
dei figli che sbuffano tutto il giorno come ciminiere, il mio
percorso verso il cancro al polmone assumerà facilmente velocità
vertiginose. La stessa cosa si può dire per l'alimentazione: se la
mia compagna di banco, a scuola, fa merenda con una mela, anche a
me passerà la voglia di portarmi da casa pasticcini saturi di
conservanti, grassi idrogenati e altri pericolosissimi
veleni.
Quel che più sorprende, però, è che persino uno stato che non si
può diagnosticare con gli strumenti della medicina come la
felicità, al pari di altri più facilmente identificabili come
obesità o magrezza, si diffonde per contatto, da una maglia
all'altra di quella che nel linguaggio tecnico si chiama "social
network", la rete sociale: studiando gli umori dei soggetti di
Framingham così come li hanno descritti ai loro intervistatori,
infatti, Christakis e Fowler hanno dedotto che persone felici hanno
amici felici, e questo accade con una certa regolarità. Ogni amico
sereno nella propria "agenda" fa crescere del 9 per cento le
possibilità di esserlo altrettanto, e tale effetto "funziona" entro
i "tre gradi di separazione": se un amico di un amico di un amico,
in sostanza, sprizza soddisfazione da ogni poro, le probabilità che
un po' di quella gioia lambisca anche noi aumenteranno. Superata
tale soglia, possiamo abbandonare ogni speranza di essere
contagiati dall'unico virus che chiunque vorrebbe contrarre.
Per corroborare le loro tesi, Christakis e Fowler hanno utilizzato
persino Facebook, social network per eccellenza. Basta aprire il
profilo di un suo qualsiasi utente, hanno notato i due studiosi,
per accorgersi come colui che avrà collezionato nella sua "lista
degli amici" il maggior numero di colleghi sorridente, avrà a sua
volta un'espressione allegra. E non basta: gli utenti che appaiono
sorridenti nelle foto di Facebook sono anche quelli che dichiarano
di avere un 15 per cento in più di "veri amici" rispetto a quelli
più seriosi. La tecnologia, insomma, non cambia la sostanza delle
nostre relazioni, che si fondano su un assunto antico: l'uomo è un
animale sociale. E se l'inferno sono gli altri, come voleva Sartre,
è sempre dagli altri che dipende la nostra salvezza. A patto di
scegliere gli amici giusti.
STORIA DI UN'IDEA. «Che cos'è dunque la felicità, mio caro amico? E
se la felicità non esiste, cos'è dunque la vita?», chiedeva Giacomo
Leopardi, il 23 giugno 1823, all'amico André Jacopssen. Una domanda
che dai tempi più antichi non smette di tormentare filosofi e
letterati, producendo le risposte più svariate. Se è stato per
primo Democrito a capire come la felicità non fosse da ricercare
nei beni materiali - «L'anima è la dimora della nostra sorte»,
notava l'atomista di Abdera -, è stata la riflessione socratica, o
almeno quella del Socrate "filtrato" da Platone, a delineare uno
dei modelli fondamentali della felicità filosofica.
Se la vita è incertezza e il fato è incontrollabile, pensava
infatti Socrate - e con lui la gran parte degli antichi - l'unico
strumento che abbiamo a disposizione per essere felici è la virtù,
ossia uno stile di vita che ci permetta di essere giusti e
trasparenti a noi stessi. Perché solo l'uomo giusto conserva
l'equilibrio interiore di chi è contento di sé ed è sempre
appagato, come chi possieda un otre pieno di liquidi rari e
preziosi, il cui valore non può diminuire. La felicità è, in questo
caso, sinonimo di tranquillità, di imperturbabilità dell'animo di
fronte a ciò che può turbarlo. Paure, timori, passioni contro i
quali i filosofi antichi propongono una lista di rimedi infinita,
che va dall'autosufficienza di Antistene al "quadrifarmaco" di
Epicuro. Ma nessuna di queste soluzioni, come avrebbe notato
Sant'Agostino, era in grado di indicare una via d'uscita definitiva
dalla precarietà dell'esistenza. Mancava la speranza in una
felicità eterna, proiettata oltre i limiti della vita mortale. È la
felicità secondo il modello cristiano, per il quale è la fiducia in
un mondo oltre il mondo a permetterci d'essere felici adesso, nella
certezza che la virtù che si coltiva nell'attesa produca i frutti
migliori.
Ma la filosofia, si sa, è ricerca senza tregua, è continuo
domandare per trovare risposte destinate ad aprire nuove domande. E
la speranza cristiana non poteva essere sufficiente a chi la
felicità la voleva qui e subito, immediata e tangibile. Perché per
sperare in una beatitudine eterna, avrebbe notato Kierkegaard, è
necessario compiere il "salto nella fede", scommettere
sull'infinito come ha fatto Pascal. E non è da tutti questo
coraggio. Meglio forse affidarsi alla legge, a un ordine sociale
capace di garantire il bene di ognuno fondandolo sull'altro
concetto che da sempre si accompagna a quello di felicità: la
libertà. La libertà di essere se stessi, di vivere in conformità
alle proprie convinzioni, ma anche di rispettare l'analoga libertà
degli altri, di condividere con il prossimo il piacere ottenuto
soddisfacendo un desiderio tutto privato, perché, come scrisse
Shaftesbury, è dalla «partecipazione ai piaceri altrui e dalla
fiducia nella stima che ci viene dagli altri, che nascono più dei
nove decimi della nostra felicità». Una considerazione che anticipa
già quella, celeberrima, di Kant secondo la quale «ognuno può
ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona purché
non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo
stesso scopo».
Nasce così il sogno rivoluzionario di una felicità universale,
condivisa e condivisibile, che presto però si scontrerà con il
pessimismo senza remissione di una modernità che, con Freud,
Nietzsche e Schopenhauer, modellerà un uomo irrimediabilmente
mancante e come tale condannato a una costitutiva infelicità, fonte
di dolore ma anche di progresso, nella misura in cui lo spinge a
costruire un mondo migliore.
È la ricerca della felicità che la Costituzione americana ha eretto
a Diritto, che ha ispirato film e romanzi, ma che non potrà mai
avere fine perché forse la verità, sulla bonheur, non l'ha detta un
filosofo, ma il protagonista di un piccolo film tratto da un
romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, Lezioni di felicità, in cui è uno
scrittore fallito a notare come tutti cerchino la felicità nel
posto sbagliato, mentre «per esser felici bisogna conoscere se
stessi e sapersi accettare».
Un'altra scoperta? No: l'ennesimo ritorno al passato. Gnoti sautòn,
«Conosci te stesso», era la scritta che campeggiava sul frontone
del tempio di Apollo a Delfi. Passò di lì un giorno Socrate, e la
scelse quale motto del suo filosofare. E così iniziò l'avventura
del pensiero. |