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Profumo di festa

Si avvicina l'ebraica Chanukkah, la Festa delle Luci. In cui, mentre i più piccoli ricevono regali in quantità, agli adulti non mancano le soddisfazioni di una tavola che ha "girato il mondo"

Dicembre. Se per gli uni è Natale, per gli altri è Chanukkah, la Festa delle Luci, in ricordo della vittoria dei Maccabei su Antioco IV Epifane di Siria, che profanò il Tempio di Gerusalemme. Eravamo nel 165 avanti Cristo.
La riconsacrazione fu il primo passo. Peccato, però, che al momento di accendere la lampada perenne (menorah) si reperì un quantitativo talmente minimo di olio da poter durare appena un giorno. Ma i giorni, per miracolo, diventarono otto. Quando il nuovo olio era ormai pronto. Otto giorni di festa, dunque, a iniziare dalla vigilia del 25 Kislev, quando in ogni casa si accende la prima candela. Quest'anno capita l'11 dicembre. E di cero in cero, si festeggia fino al 19.
I "reucci" sono, manco a dirlo, i più piccoli, i bambini, cui è destinata una grande quantità di regali. Di spalla, gli adulti se la spassano a tavola, dove, se le tradizioni variano, i piatti di fritti, sia dolci che salati, restano ovunque. In ricordo dell'olio miracolato.

Tradizioni, dicevamo. Ebbene sì. Causa la diaspora (dal greco, "dispersione"), ovvero la fuga della popolazione ebraica dalla terra d'origine, che si fa ufficialmente risalire al 70 d.C., data della distruzione del Tempio da parte dell'imperatore romano Tito, la cucina ebraica è quanto mai variegata.
Costrette a emigrare per venti secoli in ogni parte del mondo, a contatto con culture diverse, le varie comunità hanno fatto propri usi e costumi locali.
Ferme restando le regole provenienti dai Testi Sacri.
Descrivere in questa sede la moltitudine di gruppi sparsi in ogni dove e le loro abitudini culinarie è impresa impossibile. Spendiamo allora almeno due parole su quelle dei principali: gli ashkenaziti, che vivono nell'Europa centro-orientale, e i sefarditi, di stanza nel Mediterraneo.

Va da sé che a far la differenza fra le due cucine è il clima. Freddo il primo, e quindi si opta per brodi di pollo, anatra, oca, patate, verza, pesce; caldo l'altro, e dunque più variegato. Dolci a profusione e tutte le verdure multicolori che inondano l'area intorno al Mediterraneo, tanto per capirci.
Una grande apertura nei confronti della gastronomia araba e mediorientale si riscontra poi fra gli ebrei che vivono in Israele, ghiotti di kebab, gulash, datteri e frutta secca.
La cucina degli ebrei italiani, da duemila anni presenti nel nostro Paese, infine, è del tutto particolare. E merita un discorso a sé.
La varietà della gastronomia ebraica, a questo punto, è fatto acclarato. Ma le regole sono regole. E valgono per tutti.

Al pari di tutte le altre norme che scandiscono la vita degli ebrei, quelle alimentari derivano dalla Torah (Legge). Si tratta dei primi cinque libri della Bibbia scritti da Mosè sul monte Sinai per volere di Dio. I cui comandi sono indiscutibili.
La cucina deve essere kasher, ossia regolare, adatta, perché, come ogni altra azione, anche la scelta del cibo è utile a raggiungere la sacralità, fine ultimo dell'esistenza di qualsivoglia ebreo religioso. Ecco allora di seguito un elenco, anche se parziale, di ciò che è permesso e ciò che è vietato.
Cominciamo subito con il dire che tutto ciò che è ibrido o non perfetto - quindi con difetti fisici o malato - è proibito.

Passiamo alle carni, per le quali vigono le maggiori restrizioni. Ruminanti e con zoccolo spaccato i quadrupedi ammessi: bovini, ovini, caprini, cervidi. In sostanza, sì agli erbivori, no ai carnivori. Aborrito il maiale, la quintessenza dell'impurità in quanto erbivoro e carnivoro, con zoccolo e non ruminante: ambiguo al massimo. I volatili sono ammessi a patto che non siano notturni o rapaci; i pesci devono essere forniti di pinne e squame.
"Non cucinare il vitello nel latte della madre", ordina per ben tre volte la Torah. Comandamento di facile comprensione. Carne e latte (latticini compresi) non vanno cotti insieme. E non possono condividere il piatto. Da cui, l'utilizzo di rispettive pentole e stoviglie. Accuratamente separate per evitare commistioni.
I condimenti? Esclusi burro e lardo, non resta che l'olio e il grasso d'oca. È forse un caso che l'oca sia stata definita "il maiale degli ebrei"?
"Non mangerete il sangue di qualunque specie di carne". Ancora un dettame a cui attenersi. È il via al rito della macellazione (shechitah). A eseguirlo, uno "specialista della materia" (shochet) addestrato e delegato dalle autorità rabbiniche.

Regola prima, non far soffrire la bestia; dunque, un solo taglio, dalla gola all'esofago per una morte istantanea accompagnata dal dissanguamento totale.
Non basta. La carne deve poi esser posta sotto sale per circa un'ora, quindi ben sciacquata e infine arrostita, così da eliminare qualsiasi traccia residua del liquido rosso vietato.
Quale che sia la tavola ebraica, pane e vino non possono mancare mai. Anch'essi, ovviamente, kasher.
Una domanda sorge spontanea. Perché mai tutte queste restrizioni? Le risposte sono tante, più o meno convincenti. Una per tutte, nel selezionare il "giusto" e lo "sbagliato" la ricerca interiore cresce. E ci si avvicina a Dio.
Fine del discorso. Si accendano le candele della Chanukkah e che la Festa delle Luci cominci.
M.L. Ludovisi