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Aria gelida, folla, boccate di fumo (ah, le sigarette!), "pesanti"
cappotti di lana pesante; vagoni affollati, sportelli sbattuti
fragorosamente, facchini seminascosti dietro carrelli stracolmi di
bauli e bauletti, che svicolano tra la gente puntando alle carrozze
di "prima"; donne che corrono col bimbo in braccio e in mano la
borsetta, uomini che trascinano ingombranti bagagli, finestrini
subito richiusi appena è a bordo anche l'ultima valigia, issata,
manco a dirlo, dall'amico che non parte; fischi penetranti,
cigolii, sbuffi: lunghi convogli che iniziano a muoversi...
Nella pellicola in bianco e nero - forse un cinegiornale
dell'epoca, se non uno dei reportage della neo-nata televisione
italiana - le luci sono incerte, qualche immagine salta, altre
risultano sfocate: ma tra primi piani e i quadri d'insieme, posti
in sequenza secondo antichi dettami, non si può non percepire
l'atmosfera d'intensa emozione seppur mista a malcelata malinconia,
e notare insieme il patema di quegli ultimi ritardatari, pronti a
"lavorar di gomiti pur di farsi largo": con le scuole chiuse fuori
tempo massimo, questo, infatti, è l'ultimo treno per non mancare il
Natale "a casa".
Altre immagini. Questa volta nitide, sicure, pulite (grazie alla
tecnica digitale), e contemporanee. Piani sequenza che si allargano
senza soluzione di continuità: dai tratti ravvicinati dell'ultimo
intervistato - per testimoniare sofferte angosce e laceranti
indecisioni, agli astanti che lo circondano, alla folla. Tanta
folla. Che piroetta da una vetrina all'altra, nel centro città o
nel centro commerciale. E dove tutti, ancora una volta, sono pronti
a "lavorar di gomiti pur di farsi largo": con il calendario
implacabile che avanza, giorno dopo giorno, infatti, cresce il
patema, la paura di non farcela, e allora si deve guardare,
osservare con crescente rapidità per soppesare e… rimandare.
COLONNE SONORE. Tra le due raccolte di immagini ci sono stati
Sanremo e Mister "Volare", la tivvù e Carosello, la 600 e poi anche
la 500, il Maggiolino e la Due Cavalli, i Beatles e i Rolling
Stones, l'Autostrada del Sole, le Olimpiadi a Roma e la Nazionale
di Calcio Campione del Mondo, lo sbarco sulla Luna, il computer e
il cellulare. Insomma, tra questi due momenti di cronaca
multimediale c'è tutta la Storia di noi italiani, la strada fatta,
quella lasciata per via, quella dimenticata.
E se pure ciò che oggi tocchi quasi con mano è la sorprendente
mutazione di tale scenografia, non è questo il particolare che più
attrae il nostro interesse nella duplice visione. Certo, quei primi
alberi di Natale ai cui piedi appaiono, puntualmente, i pacchi dono
destinati alla beneficenza - e che iniziano a troneggiare negli
ingressi delle stazioni ferroviarie come nelle piazze dei nostri
Comuni - danno l'impressione di essere appena lontanissimi parenti
dei contemporanei abeti che, grazie a giochi di luci e decorazioni
di via via crescente raffinatezza - seppure ormai privi del
prezioso fardello dei regali - competono ogni anno di più lungo le
strade e nelle vetrine degli sfavillanti negozi.
Come, ugualmente, i presepi, che uscendo dai canonici spazi di
chiese e cattedrali, iniziano a fare capolino nelle immagini di
quei datati reportages, a volte tendenti a virare sul seppia.
Appaiono frutto di amatori, volenterosi ma con scarsi mezzi, se
affiancati alle attuali versioni: curate nel particolare,
filologicamente corrette, talvolta veri e propri capolavori di
artisti di fama e sempre più spesso accostate ad innovative
ambientazioni invernali, a metà strada tra il villaggio del
plastico ferroviario e le case delle bambole.
Vero, tutto vero. Ma ciò che ci attrae in misura maggiore,
dicevamo, è ben altro: è la diversa atmosfera che viene trasmessa.
Diversa tanto quanto quella che potremmo definire la "colonna
sonora" proposta, a cui, del resto, la prima è debitrice. Intorno
alla metà dello scorso secolo il registrato è un brusio incessante,
con piccoli stralci di frasi che restano come sospesi nell'aria:
«Attento al bambino!», «Carlettooo… dove sei? Vieni qui, subito!»,
«In carrozza… signori, in carrozzaaa». Un rumore di fondo, in altre
parole, su cui, sovrano, svetta il metallico, stentoreo tono degli
altoparlanti: «Diretto per… è in partenza dal marciapiede 6,
direttissimo per… in partenza dal marciapiede 8…». Nel "servizio"
più recente, invece, il naturale cicaleccio creato dalla presenza
delle numerosissime persone, in realtà pare scivolare via, essere
assorbito, venire amalgamato dal sottofondo musicale scelto ad hoc.
Dove la fanno da padrone le coinvolgenti note di White Christmas.
Motivo, come tutti sanno, Natale dopo Natale giunto al top delle
vendite planetarie nel settore della musica contemporanea.
DO UT DES? Come dire: da una parte uomini (e donne) legati ai ritmi
di una società ancora preminentemente agricola e ai valori di
relazione, di solidarietà, di collaborazione, senza i quali quella
stessa società non poteva sopravvivere. Dall'altra la sensazione
che oggi, invece, l'unico obiettivo da soddisfare in tempo utile
per la Vigilia sia l'apparire all'altezza nel proprio più prossimo
circondario, l'essere pronti a contraccambiare l'eventuale dono che
potrebbe arrivare, e niente più. Con altre parole: dentro quelle
valigie di cartone o, per chi aveva solo qualche possibilità
maggiore, di fibbrone, chiuse con una cinghia o con un pezzo di
corda e poste sulle reticelle degli scompartimenti, in quei vagoni
di seconda (se non di terza classe), assieme alla novità della
scatola di palle di vetro multicolori - necessarie per addobbare
l'albero di Natale "all'americana", tralasciando mandarini e
dolcetti -, era infilato anche il panettone basso ricoperto di
glassa croccante - così tanto apprezzato a Turin - se erano gli
emigrati a rientrare al paese d'origine, con moglie e prole. Spazio
preso da uno sfincione piuttosto che dagli uceddete, da un
buccellato per non dire dalle cartellate (pani e dolci natalizi
tradizionali di Sicilia e di Puglia), se a raggiungere, invece, i
figli in città per le Feste erano madri, padri e nonni.
Un dono a sorpresa, un pensiero senza sottintesi, senza,
soprattutto, pretendere nulla in cambio: solo per il piacere di
dividere qualcosa di speciale con chi si sapeva più vicino. Di
contro, in questi tempi, conditio sine qua non della tanto attesa
festività sembra essere un diplomatico do ut des...
DOMENICA È SEMPRE DOMENICA. Anche il nostro Natale, dunque, non è
riuscito a resistere all'inesorabile scorrere del tempo, al pari di
una qualunque altra festa, di una qualsiasi domenica? Perché, che
la domenica non sia più quella degli anni nei quali ci si affollava
attorno ai pochi teleschermi in circolazione, mastodontiche radio
camuffate da tivvù, per seguire Il Musichiere o Lascia o
Raddoppia?, non ci sono dubbi. Il tempo, allora, era scandito dai
campi e dalle fabbriche: dove di domenica non si lavorava. Dunque
ci si fermava. Ovvero, non si faceva nulla, letteralmente o
quasi.
Il programma (un po' come il primo palinsesto televisivo della Rai)
era unico, noto e immutabile. L'aperitivo (non sempre!, non per
tutti!) in tarda mattinata, dopo avere seguito la funzione
religiosa e prima di fare un salto in pasticceria, per
l'obbligatorio (questo sì!) vassoietto di dolci che, al pari della
carne, non si frequentavano molto in altri giornate. Quindi la
riunione di tutti i parenti attorno al gran tavolo del pranzo (menù
fisso: lasagne - o ravioli, o tortelli - e poi, appunto, il trionfo
della carne, magari con il polpettone della nonna, o con pollo e
patate al forno, o anche con l'arrosto pilottato). A seguire, il
riposino post prandium e l'ascolto della radio (qualche anno più
tardi arriverà il più maneggevole transistor) sintonizzata su Tutto
il calcio, minuto per minuto. Prima del gran finale: un giro di
"Scala 40" o di "Mercante in fiera", o due raggi di "Scopone
scientifico". Oppure, per far felici i più piccoli, una partita a
"Monopoli".
Oggi qualcuno, sparuto e solitario, ancora mantiene il punto. Ma
tre italiani su dieci lavorano, ormai, regolarmente nel dì di festa
(intendiamoci: si parla di attività extracasalinghe, visto che le
signore, proprio come ai "bei tempi" - si fa per dire -, non
appendono affatto il mestolo al chiodo, ma anzi vedono crescere i
loro impegni per il succitato desinare). Gli altri sette nostri
connazionali, invece, vanno principalmente a vedere lavorare i tre
già ricordati: considerato che pare si impegnino, soprattutto, in
lunghe missioni d'acquisto, dividendosi tra centri commerciali,
outlet e supermercati, ossia tra i moderni "nonluoghi", secondo la
definizione data da Marc Augè. Che poi effettivamente acquistino, è
tutto da stabilire, visto che l'unico dato conclamato è la
crescente "frequentazione" dei "nonluoghi" stessi. Divenuti, però,
stando ai dati del Censis, «centri di socialità prima che di
consumo».
Dirà qualcuno: «E cosa c'è di nuovo? Il commercio ha sempre creato
socialità». Giusto. Solo che attorno alle piazze del mercato,
dovunque, ci sono in ogni tempo state delle case, dei palazzi, dei
monumenti: in un outlet non ci sono altro che negozi, ossia non c'è
altro che merce. Eppure la stragrande maggioranza dei giovani (e
dei giovanissimi) preferisce la puntatina al centro commerciale
piuttosto che replicare la passaggiata di cinquant'anni fa (unica
variazione, allora, ammessa sul tema), che si concludeva davanti
alla cassa di un cinematografo (di prima, seconda o terza visione,
adeguandosi alle diverse tasche). Mentre le gite fuori porta, i
pic-nic, le puntate in trattoria per festeggiare (così «almeno oggi
la mamma non lavora») sopravvivono solo grazie agli italiani "nati
sotto altre bandiere".
A dire il vero, però, non tutto è cambiato. Prendete il brunch,
l'incontro tra la colazione dolce di primo mattino e il salato del
pranzo. Pratica oggi tanto amata e di moda. Ebbene, niente di nuovo
sotto il sole: era già adottato, da chi sapeva vivere, nei primi
anni Sessanta del secolo passato. Anzi, attenzione: la teoria dei
corsi e ricorsi storici di Gian Battista Vico s'impone in più
settori. Le ultime dritte dateci da viveurs di chiara fama
affermano infatti che il tirar tardi il venerdì e il sabato sera è
ormai definitivamente considerato out. Molto meglio anticipare al
mercoledì e al giovedì, con una tendenza nascente, questo è il dato
di fondo, verso il martedì. Quindi, se tanto mi dà tanto… qualche
anno ancora e la domenica ritornerà domenica. Seppure con le
partite di pallone spalmate sull'intera settimana…
MOMENTI MAGICI. Ma a questo punto facciamo un passo indietro,
perché dobbiamo una risposta alla domanda che ci siamo fatti
qualche riga più su: anche il Natale, dunque, paga il contributo
alle ore che si susseguono, al tempo che trascorre veloce, come una
qualunque altra festa, trasformandosi fino a tradire i propri
valori fondanti? Alla fine della fiera crediamo di poter rispondere
con un no. Forse ci sbagliamo ma, a nostro parere, così come
continueranno ad addobbare ancora l'Albero e a costruire nelle sue
immediate vicinanze (lo confermano le ultime rilevazioni) sempre
più elaborati Presepi, bambini e ragazzi di ogni età - pur con
altre attese, diverse da quelle dei padri quanto le loro richieste
- andranno con entusiasmo immutato ad aprire i pacchi luccicanti
che li attenderanno sotto le luci sparse tra le fronde innevate. E
non solo perché il simpatico pancione vestito di rosso - lo si
chiami Babbo Natale, Santa Klaus o Nonno Gelo - ha ormai ricevuto
opportuna delega da molti altri dispensatori di doni: i nonni già
in Cielo, vedi in Sicilia, ma pure Santa Lucia e San Nicola, per
non parlare della Befana. Non solo, dicevamo, per questo.
Continua, infatti, ad affascinare, la magia di quella particolare
atmosfera, surreale e incantata, che puntuale, senza che nessuno la
ordini per tempo al megastore, si ricrea ogni dodici mesi. Grazie,
solo, alla possibilità data a tutti di lasciar correre la fantasia.
Atmosfera unica, nella quale ciascuno riassapora la gioia e il
gusto del colloquio con se stesso e con gli altri; a bassa voce,
quasi sussurando, per una volta senza lasciarsi travolgere dalla
frenesia. Un momento magico, qualcosa che, inevitabilmente, assume
valore e diventa concreto proprio e soltanto perché non può venire
vissuto in ogni giorno dell'anno.
E allora, difendiamola questa magia. E mentre nel mondo risuonano
le note di White Christmas, «l'ultima preghiera», è stato scritto,
«anche quando non si prega più», per una volta permetteteci un
suggerimento, come altri hanno fatto con noi: «…quando vien la
fatidica notte, spegnete tutte le luci in casa e attardatevi a
guardar fuori. Non si sa mai, che tra le mille stelle che brillano
nel cielo, non accada proprio a voi di vedere passare,
all'improvviso, una sfolgorante, beneaugurante cometa».
Buone Feste!
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