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REPORTAGE
Nel Negev, il western di
Israele
Alla scoperta dell'affascinante deserto
immortalato da Amos Oz nei suoi romanzi, tra rocce scavate dal
vento, canyon inaccessibili e antiche vestigia. E sullo sfondo lo
specchio salatissimo del Mar Morto
Il "sud" di Israele ha la forma di un imbuto perfetto fatto di
sabbia, canyon glabri e rugosi, ma anche inaspettate oasi e cascate
di acqua pura che, quasi miracolosamente, sgorgano nella pancia di
quel deserto del Negev che è stato raccontato spesso nei suoi
romanzi da Amos Oz, il grande scrittore più volte additato a
vincitore del Premio Nobel per la Letteratura. La prima grande
sorpresa si chiama Makhtesh Ramon, un cratere lungo addirittura 40
chilometri e largo otto, che si estende per una superficie di 360
chilometri quadrati, con quel bordo tutto arzigogolato e
dentellato, formato dall'erosione dell'acqua. Sporgersi dagli 800
metri di altezza fa venire i brividi: sembra che sotto i propri
piedi esista un altro pianeta. Un mondo "altro" che si può visitare
con le guide dell'Osservatorio, calcando i sentieri di trekking che
portano a cisterne naturali di acqua, veri e propri giardini di
sculture, consentendo così di ammirare ammoniti fossilizzate, di
salire su colline di pietre affusolate addossate le une alle altre
come dentro una scatola di matite. Con un po' di fortuna, e stando
attenti a non fare il minimo rumore, si vedono persino le gazzelle
nubiane. L'immensità del Makhtesh Ramon si può godere anche
dall'alto, girando attorno alla cornice del cratere a bordo delle
jeep di Guide Horizon, sfidando le pietraie, entrando dentro le
cave di marmo, sostando a parlare con i beduini che vivono nelle
tende dedicandosi alla pastorizia.
Lasciato il cratere più vasto del Sinai, salendo verso nord ci si
imbatte nei resti della città nabatea di Avdat, strategicamente
costruita nel mezzo delle rotte carovaniere che da Petra, in
Giordania, erano dirette a Gaza: da qui passavano carichi di
incenso, argento, pietre preziose, tessuti, datteri, spezie ma
anche saperi, culture millenarie, religioni. Per questo Avdat fu
sempre appetita dalle civiltà che si contesero il controllo del
territorio. Anche l'imperatore romano Traiano se ne impossessò, ma
dovette faticare a lungo prima di vincere i nabatei. La guerra
costò l'abbattimento di molti edifici. Gli scavi dei decenni scorsi
hanno permesso però di riportare alla luce, oltre alla cinta
muraria, le terme bizantine, le tombe nabatee scavate nella roccia,
l'abside della chiesa di San Teodoro.
La cittadella di Avdat fu innalzata sopra un promontorio dal quale
si gode una vista spettacolare sul Negev e i suoi wadi, ovvero i
letti dei fiumi che "segnano" il deserto, sui canyon e sulle
vallate che precipitano tra le rocce multicolori. Come ad esempio
En Avedat. Questo piccolo parco naturale è pieno di sorprese: ci si
immette in una fenditura che si restringe progressivamente e,
camminando tra le pietre e i cespugli, si raggiungono due cascate
naturali che il Wadi Zin e il Wadi Besor hanno formato nascondendo
l'acqua, il bene più prezioso, dentro canali sotterranei
all'interno delle pareti rocciose color paglia dei monti Avedat. I
pastori prima e i rangers poi sono riusciti ad aprirsi un percorso
angusto ma praticabile senza pericolo che si incunea sin sulla
sommità del canyon, da dove lo sguardo spazia sulle cascate, la
"pancia" di questa scheggia quasi lunare, e su tutto il Negev. In
particolare si vede quella Valle dello Zin che, con le sue rocce
dalle infinite sfumature di rosso e marrone, le colline di sabbia,
le "sculture" scolpite dal vento e dall'erosione secolare, sembra
davvero un museo di arte all'aria aperta.
Proprio il senso di infinito di questa landa solitaria di Israele
deve avere colpito i molti kibbutzini che nel secolo scorso
scelsero di ritirarvisi per vivere il loro sogno di una vita
comunitaria nel senso più letterale del termine. Un'avventura di
vita e di lavoro che continua ancora oggi sotto forma di
cooperative dedite all'allevamento e all'agricoltura. Persino Ben
Gurion, Primo Ministro di Israele, nel 1954, dopo avere lasciato la
propria carica istituzionale, scelse di trasferirsi qui, nel
kibbutz Sede Boker, affacciato su quella Valle di Zin dove ora
riposano le spoglie sue e della consorte, con vista verso una
splendida tavolozza di millenarie colline di arenaria.
La "risalita" da sud a nord di Israele prosegue a Masada, un nome
che, al solo pronunciarlo, per anni fece sudare freddo i romani. E
del resto basta lanciare lo sguardo sulla sponda occidentale del
Mar Morto, verso questo sperone di roccia rosso infuocato, per
capire come la X Legione, comandata da Flavio Silva, composta da
7mila uomini, abbia dovuto penarvi. Lassù si erano annidati tutti
gli ultimi, irriducibili ribelli zeloti della Galilea, disposti a
tutto, anche a morire per mano dei propri pugnali, pur di non
arrendersi all'esercito della caput mundi. Erano "solo" mille, ma
dovettero apparire migliaia ai centurioni romani che ogni giorno,
negli accampamenti allestiti alla base della fortezza - e tutt'oggi
ben riconoscibili - divenivano bersaglio di rocce scagliate
dall'alto. Nel 72 d.C. Flavio Silva ebbe un'idea: elevare un
terrapieno su cui posizionare le macchine da guerra, finalmente
vicine a sufficienza alle mura per abbatterle. Quando però, dopo
anni di vani tentativi, i romani riuscirono a penetrare a Masada,
la trovarono deserta. I ribelli riuniti nella sinagoga avevano
votato e dato esecuzione a un tragico suicidio di massa, come si
seppe da due donne e alcuni bambini che si erano rifugiati nelle
cisterne.
A piedi o in funivia, oggi si accede ai resti della fortezza,
scoprendo le rovine del palazzo settentrionale di Erode il Grande,
disposto su tre piani, della sinagoga in cui fu decisa la tragica
fine di Masada, dei magazzini per le derrate alimentari, della
chiesa bizantina e delle terme. Da quassù si vede la scheggia
lucente del Mar Morto e, dopo tanta arsura, è inevitabile farsi
prendere dal desiderio di tuffarsi in questo lago salato lungo 80
chilometri e largo 18, che sorge nella più profonda depressione del
mondo, a 413 metri sotto il livello del mare. È un'esperienza
davvero bizzarra: si è come respinti in superficie, dove si
galleggia come palloncini gonfiabili. Il tasso di salinità, nelle
acque di questo catino formato dal Giordano e dall'Arnon, in cui
non prospera alcuna forma di vita vegetale e animale, batteri a
parte, è così elevato - può raggiungere il 32 per cento, e a 40
metri di profondità è pari a 300 grammi per chilogrammo di acqua -
che si resta a galla non solo assumendo una posizione orizzontale,
da dormiente, ma anche stando seduti, finendo inevitabilmente per
scambiare qualche chiacchiera con signore dai volti marroni che
sperano di ringiovanire spalmandosi sulle gote i celeberrimi fanghi
del Mar Morto.
Forse giova di più, però, passeggiare tra gli stambecchi nubiani
che vivono nella vicina oasi di En Gedi, e bagnarsi nelle cascate
di En David, per poi prendere il fresco all'ombra dei suoi
palmeti.
(Foto Silvia Alvarez Adalia) |
Luca Bergamin
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